Bye bye "haters": la grande rivincita di Taylor Townsend


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Bye bye "haters": la grande rivincita di Taylor Townsend

I volti amici nel suo angolo. L'urlo della gente. La commozione di un Paese intero. Dopo la fantastica vittoria contro Simona Halep, la più bella della sua tormentata carriera, Taylor Townsend si è rivolta verso il suo clan e qualche lacrima è sgorgata.

È emozionante che l'impresa di una vita sia arrivata allo Us Open, laddove sette anni fa era stata umiliata. Era il 2012 quando la USTA (all'epoca, il direttore per lo sviluppo era Patrick McEnroe) le negò una wild card, sia per le wild card che per le qualificazioni.

Motivo? Era sovrappeso. Prima parlarono di una generica “anemia”, poi riconobbero che il motivo erano le sue condizioni fisiche e la scarsa professionalità negli allenamenti. Già, il fisico. La Townsend combatte con il suo corpo sin da ragazzina.

Dotata di un talento eccezionale, forgiato da Donald Young Sr. (padre di un altro ex baby fenomeno, che quest'anno non gioca il main draw per lo Us Open per la prima volta dopo 15 anni), da junior vinceva tutto nonostante un handicap che – oggettivamente – la mette in difficoltà negli spostamenti.

Aveva vinto l'Australian Open junior ed era numero 1 del mondo tra le Under 18. La vicenda fece scalpore, con gli interventi indignati di Martina Navratilova e Lindsay Davenport, compatte a favore della Townsend. La USTA decise di non pagarle nemmeno le spese di trasferta per giocare il torneo giovanile, così il viaggio a New York fu a carico di mamma Sheila.

Perse nei quarti contro Anett Kontaveit: il caso si sgonfiò perché i rimborsi arrivarono (McEnroe parlò di un malinteso), ma sortì l'effetto di allontanarla dallo staff federale. Dopo quell'episodio si fece allenare per qualche anno da Zina Garrison, ex finalista di Wimbledon.

Ma ci fu un problema: la Garrison snaturò la sua natura di giocatrice offensiva, costantemente proiettata verso la rete. Serve and volley sulla prima, sulla seconda, anche sulla risposta. E così, nel 2015, la scelta di tornare all'ovile da Young Sr.

Sono stati anni difficili, vissuti costantemente nelle retrovie, durante i quali Young ha dovuto “ricordarle come era abituata a giocare. Aveva perso tutto, l'ho riportata a esprimere il gioco che utilizzava da bambina”.

Sia pure tra mille difficoltà, il percorso le ha fatto capire chi tiene davvero a lei e chi, invece, si era approfittato della sua popolarità. Contro la campionessa di Wimbledon si è gettata a rete per 106 volte, raccogliendo 64 punti, compreso quello sul matchpoint per la rumena.

Per la numero 116 WTA è la prima vittoria contro una top-10, nonché la prima volta al terzo turno dell'amato-odiato Us Open. “È stato un lungo viaggio – ha detto in conferenza stampa, dopo aver smaltito la commozione e ritrovato lucidità – ho dovuto fronteggiare tanti haters, persone che non credevano in me.

Per molto tempo mi sono sentita dire che non ce l'avrei mai fatta, a fare questo o quest'altro. A volte, quando ero vicina a una bella impresa e poi non la centravo, tiravano sempre in ballo la parola 'talento'

Ma nell'ultimo anno ho imparato a convivere con tutto questo, dimostrando che la gente si sbagliava. Sono sempre stata così, ma per un lungo periodo ho nascorso questo lato di me. Adesso l'ho ritrovato e quella che vedete è la vera Taylor”.

Nata a Chicago ma residente ad Atlanta, ha vissuto il momento più difficile nel 2015. Precipitata fuori dalle top-300, lontana dai fari della popolarità, si è ritrovata a giocare addirittura contro una 69enne (Gail Falkenburg) a un torneo ITF in Alabama.

Sotto la guida di Young si è ricostruita, pezzo dopo pezzo, fino a trovare un best ranking al n.61 (il 16 luglio 2018). “Mi sono allontanata dai social network per un anno e mezzo – racconta – ero stanca, non so esattamente cosa mi desse fastidio, ma non ne potevo più.

Poi ci sono tornata ed è stata una crescita importante, perché ho realizzato che non avrei mai incontrato certe persone. Significa che quello che scrivono non ha nessun valore. Adesso ci credo davvero, nel profondo”.

E allora è tempo di ringraziamenti per coloro che non l'hanno mai abbandonata. Gli amici, i parenti, un allenatore che la conosce sin da quando è una bambina. “Mi ha permesso di riprendere possesso della mia mente, ho capito che sono io ad avere il controllo di tutto.

Sono io che devo credere in me stessa, indipendentemente dalla situazione in cui mi trovo”. E non ha vissuto situazioni facili neanche allo Us Open 2019. Nonostante una discreta classifica WTA, non ha ottenuto wild card e ha dovuto giocare le qualificazioni.

All'ultimo turno ha rischiato grosso contro Nina Stojanovic, quando ha perso il primo set e si è trovata in svantaggio 5-1 nel tie break del secondo. Ma il destino aveva deciso che fosse giunto il suo momento. In tabellone ha superato la Kozlova, poi ha mandato ai matti la Halep con una prestazione commovente, da far strabuzzare gli occhi a chi non l'aveva mai vista.

Non solo si presentava a rete su qualsiasi palla, ma ha giocato alcune volèe straordinarie “La volèe fa parte del mio gioco, sapevo che da fondo non avrei avuto chance – dice Taylor, 23 anni compiuti il 16 aprile – quindi ho dovuto trovare una via tattica adatta a me.

Devo dire che mi ha dato grande energia”. Rispetto ai tre precedenti con la Halep, ha cambiato mentalità: prima giocava per non perdere, mentre stavolta ha giocato per vincere. “Mi sono data una chance: in fondo, cos'avevo da perdere?”.

Già, nulla. Adesso il suo sogno va avanti in un match non impossibile conro Sorana Cirstea. Dovesse vincere, raggiungerebbe per la prima volta la seconda settimana in uno Slam. Sarebbe giusto che accada proprio allo Us Open. Nel famigerato 2012, Patrick McEnroe disse: “Giocherà sull'Arthur Ashe e competerà per i grandi tornei quando sarà il momento”. Bene, quel momento è arrivato. Ed è solo merito di Taylor.