Kyrgios: “Due pesi e due misure”. Ok, ma di Steiner cosa dici?


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Kyrgios: “Due pesi e due misure”. Ok, ma di Steiner cosa dici?

Non era mai successo che il mondo del tennis si schierasse compatto in difesa di un arbitro. Stampa e – soprattutto- giocatori ed ex giocatori sono indignati per il licenziamento di Damian Steiner, giudice di sedia argentino che ha raggiunto il picco di popolarità lo scorso 14 luglio, quando ha arbitrato la storica finale di Wimbledon tra Novak Djokovic e Roger Federer.

Dopo l'incontro è stato investito da una notorietà senza precedenti, tanto da ricevere un messaggio dal presidente argentino Mauricio Macri. In questo periodo, il 44enne di Villa Crespo ha concesso alcune interviste ai media del suo Paese, dai contenuti tutto sommato innocui.

Ha detto che – a un certo punto – pensava che Roger Federer avrebbe vinto la partita (bella forza, ha avuto due matchpoint di fila sul suo servizio!) e poi si è addentrato in alcune considerazioni regolamentari.

In particolare, pensa che sia opportuno effettuare alcune modifiche: abolire il let (in verità, norma già sperimentata e bocciata), consentire il coaching e impedire l'utilizzo dell'asciugamano dopo ogni punto.

Opinioni normali, legittime, nemmeno così rivoluzionarie. Tuttavia, ha fatto arrabbiare i suoi superiori. Senza appello, l'ATP ha deciso di concludere il rapporto di lavoro con Steiner. In una nota pubblicata durante lo Us Open (laddove l'argentino è assente: l'ATP, che ha il diritto di mandare tre arbitri, lo ha sostituito in extremis con Renaud Lichtenstein), il sindacato ha fatto sapere che Steiner ha commesso “multiple infrazioni” della policy sulle interviste per gli ufficiali di gara.

“A seguito di un'indagine, Steiner è stato ritenuto responsabile di aver rilasciato più interviste senza aver chiesto specifica autorizzazione a un supervisor ATP”. Inoltre, prosegue il comunicato: “Molti dei contenuti delle stesse interviste hanno violato il protocollo secondo cui gli ufficiali di gara non devono discutere di faccende specifiche o singoli match, giocatori, altri arbitri e regolamenti, in modo da mantenere la dovuta imparzialità”.

In effetti, l'articolo 13 del codice di condotta degli ufficiali di gara pone questa serie di divieti. Assurdi? Probabilmente sì. Mettetevi nei panni di un arbitro che deve concedere un'intervista: tolti gli argomenti di cui sopra, cosa rimane? Più in generale, da anni esiste un dibattito sotterraneo su quanto sia chiuso su se stesso il mondo arbitrale.

Massimo riserbo, scarsa trasparenza e poche indiscrezioni sulle sanzioni per chi commette errori, anche piuttosto gravi. Per esempio, ricordate il clamoroso errore di Cedric Mourier durante un match a Monte Carlo tra Rafael Nadal e David Goffin? L'arbitro francese scomparve dalle scene per qualche settimana, ma non ci fu alcuna comunicazione ufficiale.

Al contrario, il caso di Mohamed Lahyani fu diverso: durante lo Us Open 2018 scese dalla sedia per “rincuorare” Nick Kyrgios durante una delle tante bizze comportamentali dell'australiano. Il fatto ebbe tale risonanza da “obbligare” l'ATP a comunicare l'entità della sospensione (un paio di tornei, in sintesi la trasferta asiatica).

Anche nel caso di Steiner, l'ATP aveva scelto il silenzio. Alla vigilia dello Us Open, tuttavia, lo scoop del New York Times l'ha costretta a confermare. Le reazioni sono state furiose, anche perché Steiner era benvoluto da tutti.

Toni Nadal ha addirittura scritto un fondo sul “Pais”, principale quotidiano spagnolo. Lo zio-coach di Rafa è indignato con l'ATP. “Un licenziamento deve avvenire per ragioni gravi e irreversibili – scrive Nadal, che poi elenca le ragioni della sospensione e conclude – è accettabile che dopo 15 anni di onorato servizio, i contenuti delle sue interviste possano essere motivo di sanzione?”.

Qualche riga dopo, Toni inasprisce i contenuti. “Vi sembra normale pretendere una censura del genere nel 21esimo secolo? Mi sorprende che questa decisione arrivi da chi non interviene quando un giocatore fa pessime dichiarazioni nei confronti degli altri, ed anzi lo incita a non cambiare?”.

L'allusione è a Nick Kyrgios, sotto l'occhio del ciclone anche in questo Us Open. A proposito di Kyrgios: dopo il successo contro Steve Johnson, in conferenza stampa ha definito “corrotta” l'ATP.

Le sue dichiarazioni hanno avuto tale risonanza da obbligare (ancora una volta!) il sindacato a emettere un comunicato in cui spiega che è stata aperta un'indagine e che l'australiano rischia il pacchetto "multa + squalifica"

Kyrgios deve aver annusato la possibilità di essere squalificato per davvero, al punto da correggere parzialmente le sue frasi via Twitter. “Ho usato il termine sbagliato, intendevo dire che ho notato un atteggiamento di due pesi e due misure.

Mi sembra che chi commetta gesti simili ai miei non venga punito in egual misura”. A parte i contenuti della faccenda Kyrgios, il paragone con Steiner è impietoso. Perché l'australiano se l'è sempre cavata con qualche multa nonostante ne abbia commesse di tutti i colori, mentre l'arbitro argentino è stato addirittura licenziato per peccati appena veniali? Kyrgios parla di due pesi e due misure, ma in questo caso il "doppio binario" è tutto a suo favore.

In questo momento, Steiner si è rifugiato nel riserbo e ha rifiutato diverse richieste di ulteriori interviste. Sarebbe incredibile se una carriera come la sua, iniziata nel 1996 come giudice di linea, finisca in questo modo.

In realtà potrebbe continuare ad arbitrare nei tornei ITF, WTA e anche della stessa ATP, qualora decidessero di chiamarlo. Lo scorso 1 gennaio, tra l'altro, Steiner è stato nominato direttore del dipartimento arbitrale della Asociacion Argentina de Tenis, la federazione del suo Paese.

Questo incarico non è a rischio. Vedremo se la pressione mediatica convincerà l'ATP a tornare sui propri passi, e magari effettuare qualche modifica a regole che sembrano anacronistiche. In tutta questa vicenda, tuttavia, rimane un punto interrogativo: Steiner era perfettamente a conoscenza dell'articolo 13 del regolamento, tanto che in passato aveva gentilmente declinato diverse richieste di interviste.

E allora perché si è concesso questa passerella mediatica? Voleva forse sfidare qualcuno? O magari si era stufato di arbitrare e vuole cambiare lavoro? Chi scrive lo ha conosciuto tanti anni fa, al defunto ATP Challenger di Lugano.

Un giovanissimo Steiner (all'epoca aveva 32 anni) svolse un doppio ruolo: supervisor nelle qualificazioni e giudice di sedia per il resto del torneo, dopo l'arrivo del brasiliano Paulo Pereira. Spigliato, spiritoso, dalla parlantina brillante, si fece apprezzare sin dal sorteggio del main draw (da lui diretto) fino ad arbitrare la finale.

Era evidente che avrebbe fatto carriera, così come una naturale propensione alla chiacchierata. Ma nessuno avrebbe immaginato che un paio di chiacchiere di troppo gli sarebbero costate il posto di lavoro. Una vicenda surreale.