Vincere lo Us Open e morire per la patria a 25 anni


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Vincere lo Us Open e morire per la patria a 25 anni

Si dice che nessuno, nemmeno i campioni di oggi, abbia dominato il tennis come Jack Kramer nel 1947. È legittimo domandarsi come sarebbe ricordato se non fosse passato professionista, portando avanti una battaglia ideologica poi vinta una ventina d'anni dopo, con la nascita dell'Era Open.

Tuttavia, pochi ricordano una delle sue sconfitte più dolorose. Normale: nel 1943, il mondo era distratto da ben altre faccende per seguire con attenzione i Campionati degli Stati Uniti, antesignani dello Us Open. Quell'anno ci fu l'epilogo più drammatico nella lunga storia del torneo: opposto a Joseph “Joe” Raphael Hunt, sul matchpoint per l'avversario tentò una discesa a rete.

La palla finì lunga, con Hunt travolto dai crampi – violenti e dolorosi – proprio in quel momento. Cadde per terra, urlando più di dolore che di gioia. “Se l'incontro fosse durato ancora un punto, Hunt non sarebbe stato in grado di continuare” esalò Kramer dopo la bella stretta di mano, testimoniata dalla foto qui sopra.

Al termine di una giornata piena di sorprese, fonte di delusione per tanti campioni (o aspiranti tali), è bello ricordare la drammatica vicenda del vincitore più sconosciuto nella storia dello Us Open. Hunt fu un fedele servitore della patria, non giocò mai un torneo fuori dagli Stati Uniti perché aveva deciso di anteporre l'esercito (gli interessi collettivi) al tennis (quelli personali).

Morì drammaticamente prima di compiere 26 anni, ma avrebbe potuto essere un campione da leggenda. Dando un'occhiata ai ricordi sui necrologi, si leggono frasi di questo tenore: “Si muoveva come Cassius Clay, e quando ti colpiva ti metteva KO”.

Secondo qualcun altro, era il James Dean del tennis. Un eroe maledetto, atletico e robusto. Altri lo paragonarono a un Apollo, bellissimo e con “la mascella da combattente”. Nato a San Francisco il 17 febbaio 1919, ancora oggi è l'unico tennista ad aver vinto i campionati giovanili americani, quelli NCAA e lo Us Open.

Alla sua tecnica perfetta, sublimata da un tennis d'attacco, tuttavia, si affiancava una dedizione assoluta per la marina militare. Papà Reuben Gay, avvocato specializzato in cause fallimentari, era un ottimo tennista e lo avvicinò al tennis quando aveva cinque anni.

A 10, vinse il suo primo torneo. A 12, non aveva rivali nella sua categoria di età. A 17, quando le ombre naziste stavano prendendo forma sull'Europa, era già tra i primi dieci giocatori americani. Negli Stati Uniti, ancora relativamente tranquilli, Hunt si iscrisse all'Università della California del Sud e vinse il campionato universitario.

La sua prima presenza allo Us Open risale ale 1936, quando perse al terzo turno contro Yvon Petra in cinque set. L'anno dopo giunse nei quarti, arrendendosi a Don Budge (l'uomo che l'anno successivo avrebbe centrato il Grande Slam).

Dopo quel torneo, lasciò l'Università per iscriversi all'accademia navale. Anni dopo, quella transizione fu raccontata dalla sorella maggiore Marianne. “Quando Joe abbandonò la California, una sera ho visto nostro padre seduto su una vecchia poltrona nella stanza di Joe.

Il suo sguardo era gonfio di tristezza, provai a consolarlo. Mi disse che Joe aveva fatto bene a scegliere di prestare servizio per il Paese, ma che le sue speranze nel tennis erano terminate”. La storia avrebbe raccontato altro, sia pure con un tragico finale.

Anche se ad Annapolis (sede della US Navy Academy) c'era poco spazio per il tennis, si mantenne in forma giocando come quarterback nella squadra di football americano. Era il leader, sia dentro che fuori dal campo. Ma la sua passione rimaneva il tennis: non appena aveva una licenza, tornava in California e si iscriveva ai tornei della zona.

Il suo primo titolo risale al 1937, quando a Salt Lake City battè il mitico Bobby Riggs (colui che avrebbe perso la battaglia dei sessi contro Billie Jean King). Chiedeva quasi sempre permessi in occasione dello Us Open: nel 1938 si fermò nei quarti, mentre nei due anni successivi si spinse in semifinale (perdendo in entrambi i casi da Riggs).

Nel 1939, contestualmente all'invasione tedesca della Polonia, la USTA riuscì a strappare un permesso in più per fargli giocare il Challenge Round di Coppa Davis. In quegli anni, la squadra detentrice dell'Insalatiera era direttamente in finale e attendeva la squadra emergente da decine di battaglie in giro per il mondo.

L'esperienza non andò bene: schierato in singolare insieme a Kramer, non riuscirono a battere John Bromwich e Adrian Quist. Al Merlon Cricket Club di Filadelfia, i canguri si ripresero la Coppa Davis vincendo 3-2.

Pazienza. La carriera militare, intanto, proseguiva alla grande. Avrebbe dovuto laurearsi nella primavera del 1942, ma era talmente bravo che ci riuscì in anticipo. Arrivò presto anche la chiamata alle armi: Hunt entrò in servizio nel dicembre 1941, due settimane dopo il vile attacco di Pearl Harbour, quando i giapponesi attaccarono senza dichiarazione di guerra in un episodio passato alla storia.

A causa della guerra, nei due anni successivi non prese quasi mai una racchetta in mano. D'altra parte, come puoi giocare a tennis se trascorri il suo tempo sul cacciatorpediniere USS Rathburne? Ma il destino aveva ancora molto in serbo, per Hunt.

Nel bene e nel male. Nel 1943, il mondo non poteva certo pensare al tennis. Australian Open, Roland Garros e Wimbledon erano sospesi. L'unico Slam ancora attivo erano gli US Championships. In un attacco di nostalgia, chiese ed ottenne di partecipare.

Si presentò sull'erba di Forest Hills con appena due settimane di allenamento. Fu uno Slam in tono minore: 32 giocatori, primi due turni al meglio dei tre set e tutto racchiuso in una settimana. Passati agevolmente i primi turno, in semifinale lasciò per strada un set contro Bill Talbert (sconfitto 3-6 6-4 6-2 6-4).

L'incontro si giocò in un caldo infernale, che Hunt avrebbe rischiato di pagare con gli interessi nella finale contro Jack Kramer (reduce dal successo su Pancho Segura). Anche Kramer (impiegato in Guardia Costiera) poté giocare il torneo grazie a un permesso speciale.

Quel giorno, tuttavia, Hunt era troppo forte per lui. Si impose 6-3 6-8 10-8 6-0 prima di crollare sull'erba spelacchiata, travolto dai crampi, un attimo dopo l'ultimo punto. Quel successo lo portò al primo posto nella classifica nazionale.

Due settimane dopo, Bob Hope (attore e e cantante, famosissimo all'epoca) organizzò una festa in suo onore a Los Angeles. Tuttavia, quel torneo sarebbe rimasto l'ultimo. Non solo della sua carriera, ma della sua vita.

Il 2 febbraio 1945, con la minaccia nazista ormai estinta (mentre il Giappone continuava a combattere, al punto da convincere il presidente Harry Truman a sganciare due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki), Hunt era a bordo di un aereo da combattimento Grumman Hellcat.

Una semplice missione di addestramento. A un certo punto, il velivolo prese a girarsi. Via radio arrivò l'ordine di ritirarsi, ma nessuno rispose. L'aereo finì in mare, affondando. Ancora oggi non si conosce l'esatta causa dell'incidente, ma tutto fa pensare a uno svenimento.

Allison Danzig, che racconta di tennis per la Hall of Fame e il NY Times, alla notizia della sua morte, disse di non aver mai visto un atleta come lui nello stadio di Forest Hills. “Dopo la sua morte, il tennis non sarà più lo stesso”.

Questa è la storia di Joe Hunt, il più romantico vincitore nella storia dello Us Open, scomparso a 25 anni. Una storia che non deve essere dimenticata. Per fortuna la USTA ha deciso di dedicargli il "Militar Appreciation Day", programmato - come sempre - in occasione del Labor Day, nel lunedì della seconda settimana. Il prossimo 3 settembre sarà il giorno della memoria.