Nagal-Federer, quando basta una lettera per cambiare tutto


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Nagal-Federer, quando basta una lettera per cambiare tutto

Guardando distrattamente il tabellone dello Us Open, qualcuno avrà strabuzzato gli occhi: Federer-Nadal al primo turno? Poi, dopo aver guardato meglio, avrà cambiato espressione: “Chi è questo Sumit Nagal che sfiderà Federer nella sessione serale di lunedì?”.

In effetti c'è una storia da raccontare. È la storia di un ragazzo indiano che – a differenza di quanto suggerisce la storia del suo Paese – preferisce giocare sulla terra battuta e non sui campi veloci.

Però allo Us Open ha superato le qualificazioni e stanotte avrà tanti occhi puntati addosso. La sua carriera ha preso il via tanti anni fa, quando ha chiesto a Mahesh Bhupathi (leggenda del tennis indiano) di dare un'occhiata al suo tennis. “Mr.

Bhupathi, per favore, potrebbe osservare il mio tennis?” Senza queste parole, oggi Nagal non sarebbe programmato sull'Arthur Ashe Stadium, contro il tennista più titolato di sempre. Ha rischiato di non farcela, perché al terzo turno delle qualificazioni si è trovato in svantaggio di un set e un break (3-0 nel secondo) contro Joao Menezes.

Ha raccolto le ultime energie e ha vinto sei dei sette game successivi, prolungando il match al terzo. A quel punto, non avrebbe più potuto perdere. E infatti non ha perso. Ma il meglio doveva ancora venire: qualche ora dopo, il suo allenatore gli ha mandato un messaggio: “Lunedì sera giocherai contro Federer”.

“Negli ultimi tre Slam ho giocato le qualificazioni e ho vinto appena una partita. Affrontare Federer è fantastico: quando ho visto che avrebbe affrontato un giocatore proveniente dalle qualificazioni, ho subito pensato a quanto mi sarebbe piaciuto.

Non importa come andrà, voglio fare questa esperienza”. Il suo entusiasmo è incontenibile: racconta di aver visto almeno 50 partite di Federer soltanto allo Us Open, e che la sessione serale di questo torneo trasmette un'energia incredibile.

“Non mi proccuperò di quello che diranno i commentatori, cercherò di godermi la folla, affrontando il più forte di sempre. Sono semplicemente un ragazzo indiano”. Tanti giovani tennisti sono cresciuti nel mito di Federer, ma Nagal non è uno di loro.

Lo ammira e rispetta, ma spiega perché non ha mai provato a imitarlo: “Facile: è troppo bravo. Se lo guardi giocare, osservi quello che fa con la palla e poi provi a fare lo stesso, finisci col rompere la racchetta.

Per questo non è il mio idolo: semplicemente, è troppo bravo”. Ma facciamo un passo indietro: la vicenda di Sumit Nagal parte nel 2005, quando il ragazzo di Jhajjar aveva otto anni. A dispetto di una buona tradizione, il tennis non è così popolare in India: lo sport nazionale rimane il cricket e lui sognava di praticarlo ad alti livelli.

Otto ore al giorno, a volte anche dieci. Papà Suresh, tuttavia, gli ha consigliato di fare altro. Lo ha portato al club sportivo locale e, notando i campi da tennis, ha preso una racchetta e lo ha fatto provare. “Il primo giorno ho giocato con un socio del club e ho messo la prima palla in campo dopo 40 minuti.

È stata una liberazione – racconta il n.190 ATP – in sei mesi, tuttavia, sono cresciuto alla svelta. Mio padre ha sempre creduto in me, perchè iniziare a otto anni è piuttosto tardi”. La svolta è arrivata un paio d'anni dopo, quando Bhupathi aveva organizzato alcune selezioni per i ragazzi che aspiravano ad entrare nella sua accademia.

Una di queste era a New Dehli, ad appena 40 chilometri dalla città natale di Nagal. Ok, le strade indiane sono messe male, ma valeva la pena fare un tentativo. In quell'occasione, tra incoscienza e sfacciataggine, ha pronunciato le parole che gli hanno cambiato la vita.

“Stavo palleggiando con altri ragazzi, poi a un certo punto sono andato da Mahesh e gli ho chiesto di darmi un'occhiata. Sapevo chi fosse, quindi l'ho preso per mano e ho fatto la mia richiesta. È andata bene: poco dopo ha detto ai miei genitori che mi avrebbe preso.

Quel passaggio mi ha cambiato la vita. Non avessi avuto quel coraggio, adesso non sarei qui. La mia famiglia non aveva soldi a suffcienza per sostenermi. Non avessi avuto quel coraggio, al 100% starei facendo altro. Sono orgoglioso di averlo fatto”.

In effetti c'erano migliaia di aspiranti, ma soltanto in tre sarebbero stati selezionati. Grazie al lavoro di Bhupathi (oggi è anche capitano di Coppa Davis, oltre a organizzare eventi: certo, con l'IPTL non gli è andata troppo bene...), l'India torna ad avere due giocatori nel tabellone principale di uno Slam.

A Wimbledon 1998 erano lui e Leander Paes, oggi Nagal si è aggiunto a Prajnesh Gunneswaran. Inoltre l'India può vantare Ramkumar Ramanathan, che lo scorso anno ha raggiunto una finale ATP dopo vent'anni, mentre Yuki Bhambri ha giocato sei Slam.

Tuttavia, Nagal è il più giovane del gruppo. “Gioco per la mia famiglia – racconta – nessuno dei miei parenti giocava a tennis, è stato tutto casuale. Quando ho vinto il doppio a Wimbledon Junior, li ho visti piangere dalla commozione.

Sono orgoglioso di giocare per l'India e cercherò di fare del mio meglio, senza accontentarmi di essere numero 80-90 del mondo. Vorrei che la gente non dicesse più che siamo bravi solo nel cricket. Nessuno dice che siamo forti nel tennis, ma io voglio cambiare la percezione”.

A parte l'orgoglio nazionale, Nagal ha un debole per la cultura giapponese. Dice che il loro orgoglio e il loro atteggiamento sono una fonte di ispirazione. Non si limita a dirlo: sul braccio sinistro ha diversi tatuaggi che ricordano il Sol Levante: un tempio, un samurai e un fiore di loto.

Ma c'è anche tanta Europa nella sua crescita: da un anno si è trasferito in Germania, presso l'accademia di Sascha Nensel: il direttore (già al fianco di giocatori affermati come Nicolas Kiefer e Julia Goerges) crede a tal punto in lui da seguirlo personalmente, anche se a New York c'è il preparatore atletico Milos Galecic.

Come detto, la terra rossa è la sua superficie migliore, anche se il suo unico titolo è arrivato due anni fa sul cemento di Bangalore. Dopo qualche alto e basso, si è ripreso bene e negli ultimi tre mesi ha raggiunto le semifinali in cinque Challenger, mentre ad Amburgo si è qualificato per il suo primo torneo ATP.

Nulla, tuttavia, faceva pensare alla qualificazione a New York. C'è di più: aveva pensato di saltare del tutto la trasferta americana per continuare a giocare sulla terra battuta, anche perché non metteva piede sul cemento da cinque mesi.

Per sua fortuna, ha scelto diversamente. “Il segreto è essere felici sul campo. Quando sei felice e non vedi l'ora di giocare, va tutto meglio. Eventi come questo mi fanno pensare che valga la pena giocare nei Challenger.

Il tennis è questione di fiducia: e io ne ho molta”. Ne avrà bisogno nella notte di New York, piena di colori, per evitare un passivo troppo severo contro Sua Maestà Federer. Ma Nagal, intanto, c'è. E pazienza se c'è una “G” al posto della “D”...