Perché Federer, Nadal e Djokovic dominano ancora? Usano meno il telefono...


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Perché Federer, Nadal e Djokovic dominano ancora? Usano meno il telefono...

Non c'è dubbio che Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic (in rigoroso ordine di Slam vinti...) siano tra i tennisti più forti di ogni epoca. Ma è altrettanto vero che la durata del loro dominio ha raggiunto proporzioni inedite.

E i numeri dicono che hanno 103 anni in tre. In tanti, negli ultimi anni, hanno cercato di trovare una spiegazione alle difficoltà della cosiddetta “Next Gen” nel mettere in scena un deciso ricambio generazionale.

In fondo, anche nell'imminente Us Open i tre sono i tre principali favoriti. Adesso emerge un'altra possibile spiegazione: l'utilizzo sfrenato degli smartphone dei nativi digitali. La tesi sostiene che la tecnologia sia una grande fonte di distrazione e che Roger, Rafa e Nole facciano parte dell'ultima generazione cresciuta in un contesto analogico (o, per dirla con J-Ax, con il modem 56k).

Durante Wimbledon, un fisiologo e coach americano di buon livello (Mark Kovacs, già al fianco di Isner e Stephens) ha pubblicato un tweet che può essere spunto di valide riflessioni: “Rafa, Roger e Novak sono stati l'ultima generazione cresciuta senza telefoni cellulari da bambini.

E se fosse questa la possibile ragione per cui le nuove generazioni – che pure sono forti, veloci e giovani – non hanno ancora trovato il modo di batterli costantente?”. Il trio domina il tennis da 15 anni e ha raccolto la bellezza di 54 Slam, gli ultimi 11 consecutivi.

L'ultimo “intruso” a sollevare un trofeo Major è stato Stan Wawrnika allo Us Open 2016. Lo svizzero ha 34 anni. E c'è un dato ancora più impressionante: nessun giocatore nato negli anni 90 ha ancora vinto uno Slam.

In questo momento, la top-10 del ranking ATP comprende quattro giocatori sotto i 24 anni (Alexander Zverev, Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas e Karen Khachanov). Ottimi elementi, ma ancora incapaci di fare il salto di qualità.

E tra loro c'è chi fa un utilizzo sfrenato della tecnologia, vedi Tsitsipas. Il messaggio di Kovacs è stato ritwittato da Judy Murray, mamma di Andy e coach d'esperienza che oggi si dedica all'insegnamento.

Judy è preoccupata dal tempo che i bambini dedicano ai dispositivi elettronici: a suo dire, possono influire negativamente sulla capacità di concentrazione. “Il tennis è uno sport mentale, in cui bisogna elaborare le situazioni, pensare a come risolvere i problemi.

Devi capire cosa succede dalla tua parte del campo, ma anche dall'altra – ha detto in un'interessante intervista con CNN – devi pensare e agire rapidamente, quindi il processo decisionale è parte fondamentale dello sport.

Il problema è che oggi ci sono troppi dispositivi che pensano al posto nostro. Questo mi proccupa”. Si è unito al dibattito un altro coach internazionale, sia pure meno noto: David Sammel. Oggi dirige un'accademia a Bath, in Gran Bretagna, ma in passato ha allenato buoni giocatori come Liam Broady e il doppista Marcus Daniell.

“In effetti ho notato una differenza nell'uso del telefono cellulare tra i giocatori che non sono cresciuti con lo strumento, come i Big Three, e le nuove generazioni. Credo che il fattore abbia contribuito alla longevità di Roger, Rafa e Novak e alcuni doppisti che giocano fino ai 40 anni.

Alcuni di loro non hanno mai il telefono in mano, e so che altri non ce l'hanno proprio quando giocano gli Slam: lasciano che sia il loro team a prendersi dura delle faccende extra e si concentrano soltanto su cosa devono fare”.

In effetti, aveva effettuato un tentativo del genere Alexander Zverev a Parigi. Ha messo via il telefono per un paio di settimane e ha raggiunto un buon quarto di finale, eguagliando il suo miglior risultato di sempre in uno Slam.

“Ovviamente i ragazzi lavorano duramente in palestra, ma tra un esercizio e l'altro controllano il cellulare” ha detto Sammel, che peraltro ha scritto un libro con alcuni consigli per migliorare la solidità mentale.

A conferma della tesi, le difficoltà dei giovani negli Slam: le partite al meglio dei cinque set richiedono una notevole concentrazione. “Nelle partite 2 set su 3 è più facile concentrarsi – dice Sammel – il grande test, tuttavia, non è una singola partita al meglio dei cinque set, ma riuscire a giocare bene con continuità negli Slam.

I giovani hanno le risorse mentali per farlo? Il problema non è soltanto che abbiano il telefono in mano, scorrendo Instagram o cose del genere, ma il fatto che sia qualcosa di incessante e impegnativo”. La pensa così anche Judy Murray, convinta che un distorto utilizzo della tecnologia possa avere effetti negativi non solo sul piano fisico (“L'unica parte del corpo che fa esercizi sono i pollici”), ma anche su quello sociale. I giovani perdono l'abitudine a interfacciarsi tra loro, nonché con gli adulti.

Lo dico senza timore di smentita: negli ultimi anni ho notato un deterioramento delle capacità fisiche dei bambini nelle clinic che svolgo in giro per il mondo. Molti bambini iniziano a giocare a tennis senza normali abilità di coordinamento che noi abbiamo sempre avuto perché siamo cresciuti giocando per strada, in piazza, tra amici”.

Sammel è consapevole dell'importanza dei social, anche perché la comunicazione veicolata dai social network è molto importante per strappare buoni contratti e – più in generale – avere una buona immagine.

Tuttavia, è sorpreso dal fatto che i giovani non seguano l'esempio dei più anziani. “Ci sono margini molto piccoli, ma se non li sfrutti..”. . Già, perchè? In fondo, la risposta può essere semplice: dipendenza e assuefazione.

Non è una buona prospettiva, non soltanto per il gioco del tennis. Una palla fuori di 10 centimetri non è la fine del mondo. Una società meno attenta, invece, può rappresentare un problema sul lungo termine. E non solo.