1.000 partite nel tour: l'ultimo obiettivo di Tomas Berdych


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1.000 partite nel tour: l'ultimo obiettivo di Tomas Berdych

Per anni è stato considerato un personaggio poco interessante. Anni fa, Andrea Scanzi lo aveva soprannominato “sparapalle efebico”. al massimo, Tomas Berdych era invidiato per le conquiste femminili. Già, perché dopo una liason con Lucie Safarova, il ceco ha sposato la bellissima Ester Satorova, da molti considerata la più bella WAG del circuito.

Il tempo, invece, ha rivelato altro. Il suo account Twitter ha mostrato un personaggio divertente, simpatico, dalla brillante ironia. E la gente, piano piano, ha iniziato ad apprezzarlo. Non potrebbe essere altrimenti quando chiudi dodici stagioni di fila tra i top-20 ATP, di cui sette consecutive tra i primi dieci.

Significa essere un campione. Ma poi il suo fisico massiccio gli a chiesto il conto, prima con un mal di schiena e poi con una malformazione all'anca sinistra con cui deve convivere. Niente operazioni, niente soluzioni: se la deve trascinare fino a fine carriera.

A conti fatti, con una moglie bellissima, 29 milioni di soli premi ufficiali, la residenza a Monte Carlo e un futuro meraviglioso davanti a sé, avrebbe potuto lasciar perdere, a maggior ragione dopo un fantastico inizio di stagione (finale a Doha, ottavi in Australia, semifinale a Montpellier).

Invece, l'anca ha ripreso a fare i capricci. A Wimbledon aveva lasciato intendere che la sconfitta contro Taylor Fritz avrebbe potuto essere il suo ultimo match sui prati londinesi, teatro della sua unica finale Slam (2010, persa contro Rafael Nadal).

Quando l'anca ha ripreso a far male, si è bloccato di nuovo e ha rinunciato alla prima parte della trasferta americana. Ma adesso Tomas è tornato: a Winston Salem ha vinto una partita contro Andreas Seppi (reduce dalla tradizionale iniezione che lo blocca per qualche settimana), poi ha mostrato un discreto livello contro Filip Krajinovic, prima di crollare alla distanza.

Tomas sarà tra gli outsider allo Us Open, laddove ha raggiunto una bella semifinale nel 2012 (perse contro Andy Murray in uno dei match più ventosi che si ricordino) e sta dando una bella lezione: ama il tennis per davvero, adora lottare sul campo.

E allora, perché abbandonare ciò che si ama? “Vengo da un periodo difficile, pieno di alti e bassi – ha detto in North Carolina – grazie all'amore per lo sport, ho deciso di darmi una chance di tornare, prendere un po' di tempo per prepararmi bene, giocare qualche match fino allo Us Open e poi vedere che succede”.

Berdych si è improvvisamente fermato a metà 2018, quando era ancora in ottima posizione di classifica. Ha saltato cinque mesi, perdendo Wimbledon e Us Open, primi Slam saltati addirittura dal 2003 (escludendo il forfait allo Us Open 2016). Aveva iniziato bene il 2019, facendo credere che i guai fossero alle spalle, invece l'infortunio si è riacutizzato a marzo.

Dopo Indian Wells, l'unico match giocato prima di Winston Salem era stato il primo turno di Wimbledon. “Ma ho giocato soltanto perché era Wimbledon. Non ero in forma e non avevo il livello che avrei desiderato”.

Si era comunque consolato allenandosi con Roger Federer, assaporando sensazioni ormai sopite. Per fortuna, sembra che il problema si sia almeno stabilizzato. Quando Berdych sta bene, è ancora in grado di giocare un grande tennis.

I risultati di inizio stagione sono il motivo che lo hanno spinto a darsi l'ultima chance. “Dopo la dura preparazione di fine 2018, se non avessi avuto certi risultati e mi fossi fatto male dopo due mesi, probabilmente avrei ragionato in modo diverso.

Non credo che sarei qui. Però so di poter giocare ancora un grande tennis, a patto che il fisico mi lasci in pace”. Con 17 anni di carriera alle spalle e un bottino di 13 titoli (il più importante rimane il Masters 1000 di Parigi Bercy, nel lontanissimo 2005), Berdych non ha più nulla da provare e non ha certo bisogno di scegliere vie alternative come ha fatto Simone Bolelli, nato tre settimane dopo di lui, che ha scelto di limitarsi al doppio.

Semplicemente, vuole chiudere la carriera alle sue condizioni e godersi le ultime sfide. “Se tutto questo fosse successo qualche anno fa, sarebbe stato molto frustrante – ha ammeso Berdych – invece è molto più facile affrontare certe difficoltà quando hai tanta esperienza.

Direi che mi sto godendo situazioni nuove, mai vissute nella mia carriera, provando a trovare soluzioni e vivendole come una nuova sfida”. Ma cosa succede esattamente? Il problema alla schiena sembra definitivamente risolto, mentre il difetto all'anca sinistra è congenito.

Ci sono momenti in cui gioca alla grande, ma poi deve ridurre l'intensità e non ci sono particolari soluzioni. “Magari faccio un duro allenamento e sto alla grande, poi effettuo gli stessi carichi di lavoro e il giorno dopo mi sveglio pieno di dolori.

Ogni volta che scendo in campo, non so cosa può succedere”. Però si sente fortunato, perché tanti giocatori hanno vissuto problemi del genere a 25 anni d'età, mentre lui ha giocato molte stagioni senza limiti.

“E di questo sono molto grato”. Ma in una situazione del genere, piena di incertezze, quali obiettivi si possono avere? Uno ci sarebbe: raggiungere le 1000 partite nel circuito ATP: il traguardo è alla portata, visto che le due di Winston Salem sono state la numero 980 e la numero 981.

E poi ci sarà da pensare al ritiro, alle modalità con cui annunciarlo e viverlo. “Non so se preferirò annunciarlo in anticipo oppure comunicarlo dopo l'ultima partita. Credo che un giorno mi sveglierò e mi renderò conto che è finita.

Ferrer l'ha annunciato in anticipo, ma ha avuto la fortuna di chiudere in casa, a Madrid. Guardate Baghdatis: ha annunciato che Wimbledon sarebbe stato il suo ultimo torneo e lo hanno messo sul Campo 8. A me non piacerebbe, non so quanto sarebbe possibile abbandonare in un bel contesto.

Sarebbe interessante se mi mettessero sul Centrale dello Us Open, ma non mi esalta l'idea di essere massacrato da un ragazzo di 18 anni... vedremo”. E, soprattutto, vedremo che la macchina lanciapalle del suo braccio ha ancora qualche buona batteria. Tanta passione meriterebbe un'ultima gioia. Anche piccola, ma pur sempre una gioia.