5 anni fermo, poi vince un Masters 1000: il miracolo di Filip Polasek


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5 anni fermo, poi vince un Masters 1000: il miracolo di Filip Polasek

Questa storia potrebbe essere imprigionata dentro un libro, per quanto è fiabesca. Domenica scorsa, a 34 anni di età, Filip Polasek ha vinto il suo primo Masters 1000. Al quarto torneo in coppia con Ivan Dodig, i due hanno confermato la buona chimica effettuando un percorso da favola.

Lungo il percorso, hanno battuto i gemelli Bryan, poi Kubot-Melo e infine i campioni di Wimbledon Cabal-Farah in finale. I colombiani, tra l'altro, sono stati i primi ad essersi qualificati per le ATP Finals di novembre.

Incredibilmente, possono giocarsi la qualificazione anche Dodig-Polasek, piombati al numero 12 della Race. Sembra una storia interessante ma tutto sommato normale, non fosse che lo slovacco avesse smesso di giocare... nel 2013.

Travolto dagli infortuni, aveva lasciato perdere a 28 anni dopo una buonissima carriera in doppio (in singolare non è mai entrato tra i top-500). Era stato n.20 ATP, con una decina di titoli in bacheca più svariati Challenger e Futures.

Un forte dolore alla schiena, che lui aveva descritto come una sensazione di “spremitura”, aveva portato a scoprire che c'erano alcuni dischi sciolti nella sua colonna vertebrale. Impossibile andare avanti a così, anche perché il ginocchio sinistro si era improvvisamente indebolito.

Non poteva appoggiarci nessun peso senza provare dolore. “I medici hanno scoperto che il problema era la colonna vertebrale: mi si erano schiacciati i nervi, ho provato a fare terapia ma non era servito a nulla”.

Allora ha pensato bene di restare in Slovacchia, mettendo la sua esperienza a disposizione di un gruppo di ragazzini di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. “Per due anni e mezzo non ho fatto nessun tipo di preparazione atletica – racconta Polasek – ok, ho allenato i bambini e ho trascorso 4-5 ore al giorno in campo, camminando 12-15 km.

Un'attività fisica normale, ma non sono mai andato in palestra. Per questo sono dimagrito e la mia struttura fisica è cambiata. Quanto ai problemi di salute, si sono miracolosamente curati da soli”. Quando era ormai convinto di non schiodarsi dal club di Piestany, si sono verificati un paio di episodi che gli hanno fatto tornare voglia di giocare.

Il primo risale al maggio 2018. Rimasto “orfano” del gemello Bob (che si era appena infortunato), Mike Bryan si è recato in Slovacchia per un matrimonio e ha effettuato alcuni allenamenti con Polasek. “Avremo palleggiato 3-4 volte e lui si è divertito molto – racconta Polasek – ha detto che gli sarebbe piaciuto vedermi di nuovo in azione perché colpivo la palla molto bene.

Mi sono fatto una risata e non l'ho preso sul serio. Ma quando mi sono reso conto che i dolori erano spariti, ho iniziato a pensarci. Diciamo che è stato un segnale”. Qualche settimana dopo, lo hanno chiamato per giocare alcuni match nella Bundesliga tedesca.

Data la vicinanza geografica e i sostanziosi assegni a disposizione, ha detto sì. Risultato? Ha giocato sette partite, tra singolo e doppio, senza provare nessun dolore. E allora ha deciso di provarci, iniziando dal Challenger casalingo di Poprad Tatry e da alcuni tornei Futures.

È ripartito daccapo, senza usufruire della classifica protetta, ma col senno di poi è stato meglio, perché ha potuto giocare senza pressioni. “In realtà ero felice di non avere la classifica protetta, perché avevo ascoltato parecchie storie su quanto sia impossibile tornare a certi livelli – racconta Polasek – ma io amo fare cose impossibili.

Ce l'avevo già fatta una volta e sapevo cosa fare. Non ho mai pensato che giocare Futures e Challenger fosse triste solo perché avevo un passato da top-20. Ho sempre pensato che andasse bene così: ho semplicemente dato il massimo in ogni allenamento e in ogni partita”.

Il 25 giugno 2018, il suo nome è comparso nuovamente nella classifica ATP di doppio (al n.1192), ma da allora ha iniziato una scalata impressionante. Ha vinto sette Challenger (su undici finali), poi ha rimesso il naso in uno Slam a Wimbledon (aveva giocato il suo ultimo Major allo Us Open 2013) e, udite udite, è arrivato in semifinale insieme a Dodig.

Il croato gli ha mandato un messaggio dopo il Roland Garros, chiedendogli se aveva impegni per i tornei di Antalya e Wimbledon. Un messaggio che ha cambiato la sua carriera: nelle 23 precedenti partecipazioni, aveva raggiunto un solo quarto di finale.

Dopodiché, ha raggiunto la finale a Gstaad ed è tornato a vincere un torneo del circuito a Kitzbuhel insieme all'austriaco Philipp Oswald. Per la trasferta americana si è riunito con Dodig, ottenendo il successo più importante della sua carriera nello scenario del Lindner Family Tennis Centre, su un campo centrale pieno di pubblico.

“Quando ho ripreso a giocare, il mio obiettivo era competere con i giocatori intorno al numero 100 ATP. Il traguardo è diventato concreto quando ho iniziato a crederci. Ma questo è il processo: i risultati non arrivano dal nulla.

Bisogna lavorare duro ogni giorno, fare le cose giuste e prendere le decisioni corrette sul campo. Quando cresci, aumenta la qualità dei tuoi avversari: per questo, è stato utile fare un passo alla volta”.

A Wimbledon ha raccolto sentimenti inediti, ma da allora non si ferma più. Il sogno di giocare il Masters sarebbe il coronamento di una storia incredibile. “Non credo che 'comeback' sia la parola giusta per raccontare il mio caso.

Chiamiamola 'seconda carriera' In questi cinque anni sono cambiati l'80% dei giocatori, ho dovuto modificare il mio stile di gioco. Ma l'età non è un ostacolo”. Soprattutto se nel 2016 il dolore ti ha costretto a interrompere una semplice partita di floorball, e adesso vinci il tuo primo Masters 1000. Una storia da imprigionare da qualche parte.