Juan Carlos Saez, otto anni per non aver dato un cellulare. “Ma non è vero”


by   |  LETTURE 7592
Juan Carlos Saez, otto anni per non aver dato un cellulare. “Ma non è vero”

Otto anni di squalifica senza la prova certa del coinvolgimento in partite truccate (o, se c'è, non è stata comunicata). L'ultima vicenda riguardante la Tennis Integrity Unit è davvero particolare e merita di essere raccontata.

Juan Carlos Saez, classe 1991, un passato da numero 230 ATP, si è ritirato lo scorso novembre ma figura ancora nel ranking ATP, per quanto sia uscito dai primi 1.000. La TIU lo ha stangato perchè ha rifiutato “ripetutamente” di collaborare alle indagini su una presunta combine.

È quanto si apprende dal comunicato diffuso in queste ore. In sintesi, la TIU ha ricevuto segnalazioni sull'andamento anomalo delle scommesse in alcuni match che lo vedevano protagonista. Per questo, lo hanno interrogato e lui avrebbe “ripetutamente” rifiutato di mettere a disposizione il suo telefono cellulare per svolgere un'analisi forense.

A margine, avrebbe ammesso di aver ricevuto un tentativo di corruzione durante un torneo ITF in Cile (non si sa dove, non si sa quando), commettendo l'infrazione di omessa denuncia. Per questo, l'arbitro chiamato a giudicare (il professor Richard H.

McLaren, lo stesso che ha stangato Daniele Bracciali e Potito Starace) lo ha squalificato per otto anni, oltre a rifilargli una multa di 12.500 dollari (circa il 10% di quanto intascato in carriera). Il comunicato termina con i tre articoli del TACP violati da Saez: se il D.2.a.i.

(quello sull'omessa denuncia) è ben noto a chi segue queste vicende, sono meno conosciuti l'F.2.b e l'F.2.c, nei quali è evidenziato l'obbligo (senza limiti) di fornire agli investigatori l'accesso alla propria vita virtuale: computer, telefonini, accesso ai social media, messaggi, archivi digitali, fatture, movimenti bancari e quant'altro.

Senza tornare sulla retorica dei “pesci piccoli”, ovvero l'incapacità di scovare e squalificare tennisti di prima fascia, il caso Saez sorprende per la portata della sanzione. Otto anni rappresentano la distruzione di una carriera.

Alcuni giocatori, ritenuti colpevoli di infrazioni ben più gravi, hanno ricevuto squalifiche più leggere o hanno beneficiato di una sospensione parziale, nonostante la TIU sostenesse di aver raggiunto la prova della combine.

Ricordate Guillermo Olaso, tennista spagnolo che si era venduto una partita a un Challenger in Kazakhstan nel 2010? Le sentenze (primo grado e TAS) hanno spiegato nel dettaglio i fatti: per quella combine il basco si è preso 5 anni di squalifica (ha poi ripreso a giocare, con modesti risultati, nel 2017).

Il suo caso è interessante perché ha fatto scoprire alcuni passaggi del TACP davvero sorprendenti: in sintesi, quando un giocatore accetta l'accredito per un qualsiasi torneo, rinuncia “a qualsiasi diritto di difesa e privilegi forniti da qualsiasi legge o giurisdizione” (articolo F.2.d, immediatamente successivo a quelli contestati a Saez, consultabile a pagina 10).

Valutate voi. Più recente il caso di Nicolas Kicker: quanto successo a Barranquilla nel 2015 è ben noto, con tanto delle impietose riprese dello streaming. Gli hanno dato 6 anni e 25.000 dollari di multa, con metà della sanzione sospesa: ergo, potrà tornare a giocare dopo tre anni (nel 2021) a meno che il CAS di Losanna non riduca ulteriormente la sanzione.

Lui, nel frattempo, si è dedicato al running. Volendo credere alle prove raggiunte dalla TIU, l'argentino ha truccato due partite e ha preso 6 anni. E allora ci domandiamo: perché Saez ha incassato una sanzione ancora più severa se non ci sono prove certe di avvenute combine, ma “soltanto” una mancata collaborazione alle indagini? Mistero.

Tre anni e mezzo fa, Saez era stato intervistato dal “Mercurio” (più importante quotidiano cileno) e aveva ammesso di essere stato avvicinato da “molte persone” per truccare una partita. “Ma non ho mai accettato, soprattutto per paura, perché prima o poi queste cose vengono a galla.

In più di un'occasione ho pensato di accettare, perché bisogna pagarsi le spese e c'è grande necessità di denaro. Però non l'ho mai fatto, fondamentalmente per paura. Non ho ricevuto offerte concrete: sapevo che erano 18.000 dollari, che stavo per cedere perché avevo bisogno di soldi per viaggiare, ma ha prevalso la paura”.

Affermazioni che non saranno passate inosservate agli 007 londinesi, fino a portarli a indagare e distruggere la reputazione di “Juanka”, vincitore di nove tornei Futures (sei in Cile, due in Perù e uno negli Stati Uniti, dove oggi risiede).

Un giocatore di medio livello, il cui miglior risultato rimane la semifinale al Challenger di Lima 2014 (persa contro Guido Pella), oltre a tre presenze vincenti nei gruppi zonali di Coppa Davis. Tuttavia, c'è già un giallo: Saez respinge con forza le accuse della Tennis Integrity Unit e sostiene che le accuse di non aver collaborato alle indagini siano una “bugia”.

Tra l'altro, la squalifica non avrà particolari effetti nella sua vita: “Segnalano il mio ranking, ma io non gioco da quasi un anno perché mi sono sposato e mi sono trasferito negli Stati Uniti. Mi sono ritirato per l'assenza di risorse economiche”.

A parte questo, il dettaglio del telefonino non gli va proprio giù. Sempre parlando con il Mercurio, ha enfatizzato che: “Si tratta di una bugia. L'anno scorso ho lasciato il mio telefono agli investigatori per un giorno intero.

Eravamo in Belgio, a Duinbergen, e ho dei testimoni”. In effetti, dal 23 al 28 luglio 2018 si trovava nella piccola località belga per un torneo Futures (per la cronaca, ha perso nei quarti contro il nostro Prevosto).

Con la tranquillità di chi ha poco da perdere (al massimo 12.500 dollari, ma li pagherà?), Saez si è tolto un sassolino dalla scarpa: “A quelli della Tennis Integrity Uniti 'tira il c...”.

perché continuo ad avere una classifica anche se non gioco più. Ad ogni modo, andrò avanti con la mia vita che non prevede più il tennis professionistico”. Già, perché adesso fa l'istruttore in un'accademia di Miami, gestita da due argentini: Matias Polonsky e l'ex top-100 Brian Dabul.

Neanche la squalifica peggiore può impedirgli di mettere piede su un campo da tennis, a patto che non sia la sede di un torneo ufficiale. Per completezza di informazione, va detto che la sua vita non è stata proprio lineare: nel 2015 fu coinvolto in una rissa all'uscita da una discoteca e, soprattutto, il suo nome fu associato ai match truccati già a fine 2016.

L'accusa arrivò nientemeno che dal suo ex presidente federale, Ulises Cerda, il quale fece presente l'allerta di una casa di scommesse polacca dopo un suo match giocato a Talca (che siano le stesse segnalazioni arrivate alla TIU?).

Ne seguì un procedimento di giustizia sportiva nazionale, in cui stravinse il giocatore: Cerda fu inibito per due anni da qualsiasi ruolo dirigenziale perché aveva effettuato un'azione che “violava in modo arbitrario i diritti degli atleti”.

Da allora, la carriera del cileno è andata avanti senza squilli fino all'anno scorso, quando ha scelto di cambiare vita. Prima della squalifica che non gli cambierà la vita, ma richia di infangare per sempre la sua reputazione.