La piaga nascosta del tennis: l'abuso di alcol


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La piaga nascosta del tennis: l'abuso di alcol

La bulimia informativa ha sdoganato storie che, un tempo, finivano nel dimenticatoio. Fuori dalla patina dorata dei grandi tornei è difficile anche soltanto evitare di andare in passivo. Ormai si sa. Ma ci sono argomenti ancora tabù.

Nelle dichiarazioni raccolte dal Telegraph, l'americano Noah Rubin ha raccontato il tunnel emotivo in cui possono finire i tennisti di secondo piano. E stiamo parlando di un top-200 ATP, nonché ex campione di Wimbledon Junior.

Esaurimento fisico e mentale, abuso di alcol e depressione: questi sono i demoni nascosti che tanti tennisti sono costretti ad affrontare. Rubin si è reso conto di non essere l'unico, allora ha aperto una pagina Instagram di grande successo: l'ha chiamata “Behind the Racquet”, in cui diversi giocatori raccontano le loro difficoltà, le loro lotte quotidiane.

Si sa chi sono, ma nella foto d'accompagnamento il loro volto è nascosto dalla racchetta. Da qui, appunto, “Behind the Racquet”. Nel suo nuovo ruolo, un po' reporter, un po' psicologo, Rubin si è sentito raccontare di tutto: problemi di autostima, preoccupazione per gli infortuni, angosce per i soldi che non arrivano.

Anche giocatori di gran livello hanno espresso le loro debolezze: Madison Keys vanta una finale Slam e pochi giorni fa ha vinto il torneo di Cincinnati, ma da adolescente aveva dovuto combattere con un disturbo alimentare.

“Il tennis è uno sport molto duro – ha detto Rubin – vorrei aprire gli occhi e le menti su quello che succede per davvero”. Nonostante una brillante carriera junior, non è ancora entrato tra i top-100 ATP ed è sempre stato respinto sulla porta del successo.

In carriera ha giocato soltanto 25 partite nel circuito maggiore, mentre la sua attività è prevalentemente nel circuito Challenger. Il newyorkese (che in questi giorni è impegnato nelle qualificazioni dello Us Open) non si limita a raccontare quello che accade, ma ritiene che il tennis abbia bisogno di cambiamenti strutturali per continuare ad essere attraente.

Quando il cronista del Telegraph gli ha chiesto quale sarebbe il suo primo intervento, non ha avuto dubbi. “Stagioni più brevi: undici mesi sono troppi, tutti gli sport hanno delle pause adeguate. E se non sei tra i top-50 hai bisogno di raccogliere più punti possibili, giocando troppi tornei.

Questo può diventare un problema perché rischi di farti del male”. Oltre ai rischi di natura fisica, ce ne sono altri. Tra questi, la solitudine. “La gente vedere Federer sollevare un trofeo, ma non sa cosa succede nei Challenger nei posti più sperduti”.

Il mix tra stanchezza e solitudine porta a non essere sempre al 100%, con la conseguenza di cadere in tentazione. La più vigorosa, naturalmente, riguarda le partite truccate. Ma non ci sono solo quelle: diversi giocatori mollano le partite perché sono stanchi, oppure hanno un aereo da prendere, o magari un impegno altrove.

“I tennisti vorrebbero guadagnare col tennis, ma spesso non vorrebbero trovarsi sul campo. In definitiva, ti senti costantemente un fallito. Per questo molti si prendono una pausa. C'è molta depressione, abuso di alcol e di sostanze”.

Che il tennis fosse complicato sul piano mentale era risaputo, ma Rubin insiste su un aspetto spesso trascurato; l'abuso di alcol e sostanze. “Il problema non è ancora di dominio pubblico, non credo che la gente sappia che l'abuso di alcol nel tennis sia un fattore”.

Al contrario, sono ormai ben note le difficoltà economiche che portano i giocatori a fare rinunce dolorose su aspetti che dovrebbero essere basilari, come la presenza costante di un coach. Rubin contesta la distribuzione del denaro, spiegando come i vincitori degli Slam incassino centinaia di migliaia di dollari in più rispetto all'anno precedente.

“Non ne hanno bisogno. Se invece metti quei soldi nelle qualificazioni, per certi giocatori sarebbero entrate cruciali per coprire le spese”. C'è poi il problema di distribuzione del denaro degli Slam, con una percentuale troppo bassa riservata ai giocatori, intorno al 15%. Escludendo gli Slam, il solo circuito ATP ha visto raddoppiarsi il montepremi complessivo, passando da 64 milioni di dollari del 2008 ai quasi 140 attuali.

Ma c'è un problema: i guadagni sono sufficienti a coprire i costi? C'è poi un'altra faccenda: in certi casi, i giocatori vivono le stesse frustrazioni del popolo delle partite IVA. Greet Minnen (n.120 WTA, nota per la liason con Alison Van Uytvanck) ha detto che ha dovuto aspettare tre mesi prima che le fossero bonificati i soldi per un quarto di finale raggiunto in un torneo ITF.

A parte l'aneddoto, Rubin cerca di effettuare un ragionamento che vada oltre gli interessi dei singoli: a suo dire, il tennis deve diventare uno sport più attraente perché – lontano dagli Slam – ci sono spesso problemi di pubblico e spalti vuoti.

Non è sempre così e i dati parlano di aumenti un po' ovunque, ma lui ne è convinto. Lo scorso anno, il circuito ATP (fuori dagli Slam) ha raccolto la cifra record di 4,57 milioni di spettatori. Tuttavia, capita che certi match, anche importanti, non abbiano troppo pubblico.

“Personalmente non chiederei più soldi a USTA o ATP, ma vorrei che il tennis sia nella condizione di ottenerne di più. Lo sport si sta estinguendo, non puoi chiedere a un bambino di otto anni di guardare una partita per quattro ore.

Non abbiamo bisogno delle partite al meglio dei cinque set: non importa cosa dice la gente, non servono. È assurdo”. Sul punto, il dibattito è molto vivace. Detto che si sta andando in questa direzione (soltanto gli Slam al maschile hanno conservato questo format), la corrente tradizionalista è ancora molto forte.

Sul punto, le convinzioni di Rubin sono più che discutibili. Più in generale, il suo lavoro con Behind the Racquet è apprezzabile e merita di essere seguito. Quanto alle riforme, esiste un player council (che peraltro ha ritrovato Roger Federer e Rafael Nadal) a cui fare riferimento. Certi risultati si possono ottenere anche senza snaturare il gioco e le sue tradizioni.