Chung, Sock, Agassi, Murray... tanti modi per (provare a) tornare grandi


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Chung, Sock, Agassi, Murray... tanti modi per (provare a) tornare grandi

Lontano dai riflettori, Hyeon Chung ha ripreso a martellare. Non ha avuto bisogno di tempo per tornare a vincere: messo in archvio l'infortunio alla schiena che lo ha bloccato per cinque mesi, si è subito imposto al Challenger di Chengdu.

A 23 anni di età, avrà tutto il tempo per provare a tornare laddove si era infilato l'anno scorso, addirittura tra i top-20 ATP. La classifica lo vede al numero 141, ma dovrebbe essere solo questione di tempo.

Più o meno in contemporanea, dopo aver accarezzato l'idea del ritiro ed essersi operato, Andy Murray farà il suo ritorno in singolare al Masters 1000 di Cincinnati. Due modi totalmente diversi di affrontare la difficile strada della risalita.

Accade spesso che un tennista finisca nelle retrovie: infortuni, scadimento di forma, un mix delle due cose... Ma come si fa a risalire? Un giocatore affermato (ed è certamente il caso di Murray e Chung) deve giocare i tornei Challenger per mettere partite nelle gambe e ritrovare fiducia? O magari sfruttare la propria popolarità per ottenere wild card nei tornei maggiori, ma con il rischio di affrontare subito i più forti? Vediamo.

Chung è uno dei pochi che può raccontare di aver battuto Novak Djokovic nel suo feudo di Melbourne. A inizio stagione era tra i top-25 ATP, ma non ha neanche finito il mese di febbraio. La schiena non lo lasciava in pace, così si è bloccato e ha scelto Chengdu per ripartire.

Da numero 166 ATP, ha subito vinto cinque partite di fila. L'ultima volta era accaduto proprio all'Australian Open 2018. A migliaia di chilometri di distanza, c'era Jack Sock. Dopo il misterioso infortunio alla mano di febbraio, l'americano ha continuamente rinviato il rientro fino a scegliere i tornei di casa, quelli della Us Open Series.

Lo abbiamo visto ad Atlanta, poi a Washington. Tornei impegnativi, che infatti gli hanno fruttato due sconfitte in due set contro Miomir Kecmanovic e Jordan Thompson. Va detto che Sock veniva già da un periodo complicato: dopo essere entrato tra i top-10 nel 2017, lo scorso anno era stato vittima di un'inspiegabile involuzione, uscendo dai top-100.

Adesso è addirittura 176, però continua ad essere un nome interessante per i tornei americani, considerato il suo passato sia in singolare che (soprattutto) in doppio. In contemporanea all'ATP 500 di Washington si è giocato il Challenger di Lexington, in Kentucky.

Evento meno glamour (vinto dal nostro Jannik Sinner), ma che forse avrebbe rappresentato una buona chance per mettere partite sulle gambe. I casi di Chung e Sock sono gli ultimi in ordine di tempo, ma altri big si sono ritrovati a dover scegliere il da farsi.

Dopo i suoi drammi, Juan Martin Del Potro ha sempre scelto di giocare nel circuito maggiore. Un altro top-10 come Kei Nishikori, invece, si è tuffato nel mondo Challenger. Per riprendersi dopo un difficile 2017, lo scorso anno ha giocato il Challenger di Newport Beach, perdendo contro Dennis Novikov, non certo un fenomeno.

La settimana successiva si sarebbe imposto a un altro Challenger, a Dallas, peraltro nella settimana in cui il suo Giappone ha ospitato l'Italia in Coppa Davis. La scelta ha pagato sul lungo termine, visto che ha concluso la stagione tra i top-10.

Il caso più eclatante, tuttavia, rimane quello di Andre Agassi. Nel 1997, il Kid di Las Vegas era sceso fino al numero 141 ATP. Per lui era un brutto periodo sul piano personale: la crisi coniugale con Brooke Shields lo aveva portato a consumare il crystal meth, poi foriero di una positività all'antidoping che però non avrebbe portato a squalifiche, come raccontato nel suo mitico “Open”.

Nel tentativo di rinascere, su consiglio di coach Brad Gilbert, giocò a Las Vegas (perdendo in finale), poi si sarebbe aggiudicato il titolo a Burbank. L'anno dopo sarebbe tornato tra i primi 10, poi nel 1999 avrebbe giocato la sua miglior stagione (oltre a iniziare la relazione con Steffi Graf).

Il caso di Agassi fa pensare che un passo indietro possa essere una buona opzione per prendere slancio e farne ancora di più in avanti. Rimangono scelte personali, dettate dalla sensibilità di ognuno e dalla ragione per cui si è franati così in basso.

Adesso è il turno di Andy Murray. Tutti ricordano le lacrime versate in Australia, quando era convinto che sarebbe stato il suo ultimo torneo, e che quello contro Roberto Bautista Agut il suo ultimo match. Invce è stato operato dalla rinomata chirurga Sarah Muirhead-Allwood (in passato era intervenuta sulla Regina Madre d'Inghilterra), che gli ha rimesso in sesto l'anca, lisciando la testa del femore e ricoprendola con un cappuccio di metallo.

È andata talmente bene che Andy ha capito che c'era una finestra per tornare. Il fisico ha risposto bene, l'anca non gli dà più fastidio e così ha scelto di giocare il doppio in alcuni tornei per riprendere la forma.

Le sensazioni sono state talmente positive da convincerlo a ad accettare una wild card per il Masters 1000 di Cincinnati, da lui vinto nel 2008 e nel 2011. Esordirà contro Richard Gasquet (pure lui convalescente, infatti gioca grazie alla classifica protetta).

In caso di vittoria, avrebbe un match complicatissimo contro il n.4 del mondo Dominic Thiem. Una scelta rischiosa, ma che potrebbe funzionare. In fondo, le sensazioni nei cinque tornei di doppio giocati nel 2019 sono state decisamente positive.

E poi c'è il precedente di Del Potro, sempre capace di tornare su ottimi livelli senza mai “abbassarsi” a giocare i tornei minori. Tra l'altro, secondo Bob Bryan (che si è sottoposto a un intervento simile lo scorso anno), "non ci sono dubbi" che lo scozzese tornerà tra i top-10. Vedremo.