Bautista Agut, il Leone silenzioso che vuole il Masters


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Bautista Agut, il Leone silenzioso che vuole il Masters

Non c'è dubbio che Roberto Bautista Agut sia cresciuto nel periodo ideale. Quando era un ragazzino, alternando il tennis al calcio nelle giovanili del Villarreal, aveva tanti esempi da seguire: Juan Carlos Ferrero, Sergi Bruguera, Carlos Moyà, Alex Corretja.

Tutta gente che ha vinto Slam, Masters, o è stata numero 1 del mondo. Anche per questo, è stato più facile scegliere il tennis quando è arrivato al bivio. “Volevo essere uno dei migliori giocatori nella storia del tennis spagnolo” dice Bautista, che con i risultati al Masters 1000 di Montreal è già certo di salire al numero 7 dell'ATP Race, classifica valida per le ATP Finals di novembre.

Per lui sarebbe un traguardo straordinario, forse inaspettato. A parte Rafa Nadal, la cui storia è a parte, alcuni spagnoli hanno vinto più di lui. Tuttavia, il 2019 gli sta dando soddisfazioni inedite. Meno di un mese fa raggiungeva una fantastica semifinale a Wimbledon, graffiando per lunghi tratti le certezze del futuro campione Novak Djokovic.

I 720 punti conquistati a Londra hanno acceso la speranza di qualificarsi per... un'altra Londra. Ha già messo piede alla 02 Arena nel 2016: grazie ad alcuni forfait, potè fare la riserva nonostante avesse chiuso l'anno in 14esima posizione.

Adesso no, vuole arrivarci da protagonista. “Per me sarebbe una gran cosa giocare il Masters, ma il traguardo è ancora lontano. Ci sono tre mesi di tornei, devo giocare bene e vincere molte partite se voglio farcela”.

Il 31enne di Castellon de la Plana è l'esempio di come non sia necessario fare stravolgimenti per ottenere buoni risultati. Facendo un passo alla volta, senza cambiamenti radicali, si è tolto grandi soddisfazioni.

Ma c'è qualcosa su cui non ha mai smesso di lavorare: i dettagli. “La cosa positiva è che continuo a migliorare. Lavoro duramente e ho la sensazione di essere un tennista migliore, anno dopo anno. È il modo migliore per continuare a scalare le classifiche.

Adesso sto cercando di continuare a fare le stesse cose degli ultimi mesi”. In altre parole: ha trovato la chiave giusta per ottimizzare il suo talento, fatto di colpi piatti, grande precisione e due gambe-motorino. Non ti conquista alla prima occhiata, ma poi è impossibile non ammirarlo.

“Bautista è un grande giocatore – dice Nadal, padrone del tennis spagnolo – lo è già da tempo, ma quest'anno ha impressionato con la semifinale a Wimbledon. A ben vedere, si trova in ottime posizioni di classifica da parecchi anni.

La differenza tra il numero 10 e il numero 16, a volte, sta nel trovarsi al posto e al momento giusto. A Wimbledon ha colto il momento giusto: è un giocatore solido, stabile, molto forte mentalmente”. Proprio la solidità mentale è stata messa a dura prova lo scorso anno, quando è rimasto improvvisamente orfano.

Sua madre è scomparsa all'improvviso, lasciando un vuoto incolmabile. “Ho cambiato la visione delle cose – raccontava lo scorso anno – ci sono momenti della vita in cui è tutto molto difficile.

Ti fermi a riflettere e capisci di essere arrivato a un punto di svolta. Adesso vorrei concentrarmi soltanto sulla mia carriera. Sembra facile, soprattutto per uno sportivo professionista, ma non è così”. Lo sport è stato il suo rifugio personale, gli ha permesso di distrarsi dalle vicende personali e gli ha dato un grande insegnamento: bisogna concentrarsi sul presente, senza pensare troppo al futuro.

In fondo, è l'unico tempo che viviamo per davvero. Qualche tempo fa, per tre anni di fila, ha svolto la preparazione invernale presso l'accademia di Juan Carlos Ferrero. L'ex numero 1 del mondo ritiene che l'aspetto mentale sia quello su cui Roberto abbia compiuto il definitivo salto di qualità, perché su quello tecnico c'era davvero poco da modificare salvo, appunto, i dettagli.

“In quel periodo non era forte come oggi, perché era intorno al numero 200 ATP – dice Ferrero – pensavo che avrebbe giocato meglio sui campi duri e non sulla terra battuta per via del suo modo di portare i colpi.

Però ritenevo anche che potesse migliorare il suo modo di lavorare, l'atteggiamento sul campo e la condizione atletica”. Missione compiuta: a inizio stagione, il suo bilancio contro i top-10 parlava di 7 vittorie e 46 sconfitte.

Quest'anno è in perfetta parità: 4-4. Non può essere un caso. “Questo è il motivo per cui mi alleno così tanto. Da bambino, sognavo di giocare partite come questa. Adesso ho la giusta esperienza, posso godermi certi momenti e so come gestire certe emozioni”.

Non è un caso che due delle sei sconfitte stagionali di Djokovic siano arrivate proprio contro di lui. Secondo Ferrero, il click è scattato al Masters 1000 di Shanghai 2016, quando giunse in finale senza perdere un set, con tanto di vittoria su Djokovic (ancora lui!) lungo il percorso.

“Penso che sia migliorato moltissimo sul piano mentale”. Lo sta dimostrando anche a Montreal, dove ha raccolto successi tutt'altro che banali contro Tomic, Schwartzman e il redivivo Gasquet. Nella notte italiana tra venerdì e sabato avrà un altro francese, Gael Monfils (è sotto 3-1 nei precedenti, ma ha vinto l'ultimo proprio a Montreal due anni fa).

“Io penso che, se rimarrà tranquillo come adesso, abbia ottime chance di arrivare al Masters – sentenzia Nadal – è uno dei giocatori più costanti del tour”. I suoi dolci cavalli, curato amorevolmente nel polmone verde di Castellon de la Plana, sarebbero orgogliosi di lui.

“Quando mi sarò ritirato, non prenderò un aereo per 20 anni!” scherza Roberto. Ci sarà tempo per dedicarsi ai suoi hobby, ma adesso è ancora tempo di viaggiare. Di vincere. Di sognare.