Liudmila Samsonova, la ragazza che (non) doveva giocare per l'Italia


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Liudmila Samsonova, la ragazza che (non) doveva giocare per l'Italia

Oggi sarebbe la numero 2 d'Italia, ma accanto al suo nome c'è la bandiera russa. In uno sport colmo di cambi di nazionalità e operazioni di pura convenienza, il caso di Liudmila Samsonova fa ancora più rumore, specie se relazionato al pessimo momento del tennis italiano in gonnella.

Non abbiamo una sola giocatrice tra le top-50 WTA e la nostra numero 1, Camila Giorgi, oltre a non essere italiana purosangue, sta vivendo una brutta stagione a causa di un fastidioso problema alla spalla. Sta venendo su bene Jasmine Paolini (n.132 WTA), peraltro autrice di un buon successo sulla Lisicki a Karlsruhe, ma sono poco più che briciole per un movimento che qualche anno fa dominava il mondo, e non certo per i quattro successi in Fed Cup.

Da qualche tempo, la FIT ha attivato un Centro Tecnico tutto al femminile, a Formia. Chissà se torneranno i tempi di Mario Belardinelli. Comunque vada, non potremo fregiarci dei successi di “Luda”, ragazza dal tennis potente e dalle ambizioni mai celate.

Da anni ribadisce di voler diventare la numero 1 del mondo, e di immaginarsi tra le top-10 quando avrà 22-23 anni. Essendo nata l'11 novembre 1998, ha ancora un paio d'anni per arrivarci. Se la burocrazia non si fosse messa di mezzo , oggi sarebbe vista come la stella nascente del nostro tennis e – forse – non si parlerebbe di crisi nera di un movimento che è franato nei bassifondi della Fed Cup.

Difficile capire come sia andata: spulciando le interviste rilasciate negli anni dalla diretta interessata, il punto di non ritorno è stato il compimento dei 18 anni. “Chiederò il passaporto italiano quando diventerò maggiorenne” diceva, peraltro dopo aver gioiosamente rappresentato l'Italia in Summer Cup (in generale, ha giocato con la sigla “ITA” accanto al nome per quattro anni).

Quel passaporto, invece, non è ancora arrivato. La legge non l'aiuta (per fare richiesta i requisiti da rispettare sono molti e le tempistiche lunghe), ma la sua delusione è soprattutto verso le istituzioni.

A Palermo, dove ha colto la sua prima semifinale nel circuito WTA, ha raccontato dei suoi (ex) rapporti con la FIT. “Mi trovo in Italia da quando ho un anno, ma mi sento russa per educazione e abitudini – ha detto – nel 2017 mi sono rivolta alla FIT per il passaporto italiano, molto utile per i viaggi”.

In effetti, il recente caso di Svetlana Kuznetsova conferma che il passaporto russo non è esattamente il più comodo per viaggiare. “Ma non ho trovato grande collaborazione. In pratica, mi è stato detto di sbrigarmela da sola.

Non ho capito il perché, osservo solo che nelle altre nazioni quando c'è uno sportivo nelle mie condizioni il problema riescono a risolverlo facilmente. La risposta che mi sono data è che evidentemente non interessavo”.

C'è qualcosa di paradossale, nella vicenda di Liudmila Samsonova: considerata uno dei più fulgidi talenti azzurri, peraltro quando si stava affacciando un periodo di faticosa transizione, è stata respinta un paio di volte.

Prima ancora che per la vicenda del passaporto, si è chiuso in modo un po' traumatico il rapporto con il team di Riccardo Piatti. Sette anni di lavoro, in cui il coach comasco l'aveva supervisionata, mentre a seguirla nel quotidiano c'era Giulia Bruschi.

Dopo Wimbledon 2016, l'addio. “Forse non credeva più in me, io sarei rimasta a Bordighera – ha detto durante il Palermo Ladies Open – ma adesso ringrazio il cielo che mi abbia mandato via. Mi ha dato delle spiegazioni, anche personali, non era contento di certe cose, ma era più una scusa per scaricarmi, forse non ha avuto il coraggio di dirmi che non credeva in me”.

Sono passati già tre anni, ma è una ferita emotiva ancora aperta. D'altra parte, sette anni non si dimenticano. Ed era una bella storia: nata nei pressi del Circolo Polare Artico, a due passi dal confine dalla Finlandia, si è spostata in Italia quando aveva appena un anno e due mesi perché papà Dimar era un ottimo giocatore di tennis tavolo e ricevette un'offerta da un team italiano, di Torino.

Inizialmente la famiglia ha vissuto in Valle d'Aosta, poi Piatti la notò a un raduno e vide tutto il suo potenziale, portandola con sé a Bordighera. Qualche anno fa, nel corso di un'intervista, Liudmila disse che “per il momento non ho alcuna idea di giocare per la Russia perché sono più legata all'Italia”.

Tesi smentita durante la settimana di Palermo, in cui ha detto di essersi sempre sentita russa. Lo scorso anno, disse di aver sempre sognato di rappresentare la Russia in Fed Cup e alle Olimpiadi. “All'inizio ho giocato per l'Italia perchè era l'Italia ad avermi aiutato”.

La faccenda del passaporto sembra aver chiuso ogni spiraglio. “L'unica che ha provato a fare qualcosa è stata Tathiana Garbin. Tempo fa ci fu un discorso per ottenere dei contributi e ci diede il numero di telefono di una signora.

Passarono mesi e mesi, poi questa signora disse che non si poteva fare nulla. Fed Cup? All'epoca non ero nel giro, ero numero 800 WTA”. Perdere il tricolore, tuttavia, ha avuto effetti benefici sulla sua carriera. Con una programmazione da “big”, giocando i tornei WTA non appena ne ha avuto l'occasione, ha vissuto una crescita impetuosa: numero 1072 a fine 2016, poi 552 nel 2017, infine 180 al termine dello scorso anno.

Quest'anno si è qualificata per il Roland Garros e le top-100 sembrano vicinissime, linea di passaggio per obiettivi ben più importanti. “Adesso, in virtù del fatto che non sono italiana, non avverto pressione”.

Frase comprensibile: in Russia ci sono parecchie ragazze che le stanno ancora davanti, poi la residenza a Roma la tiene a distanza dalle attenzioni dei media russi. In silenzio, senza grandi squilli, “Luda” sta gettando le basi per una carriera importante, che potrebbe rappresentare un grande rimpianto per tutto il movimento italiano.

Con una beffa: le pratiche per l'ottenimento del passaporto sono finalmente iniziate e in tempi ragionevoli avrà la cittadinanza italiana. “Ma devo essere onesta: non ho intenzione di gareggiare di nuovo per l'Italia”.

Prendersi il bello del Paese (clima, qualità della vita, ottimi coach: oggi lavora con Alessandro Piccari) ma evitando rogne burocratiche e contatti con dirigenti e figure che, troppo spesso, non fanno bene degli atleti. Come darle torto?