Il professionista che deve comprarsi le racchette


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Il professionista che deve comprarsi le racchette

Quel weekend a Santo Domingo gli aveva fatto pensare che tanta pazienza era servita, che forse era giunto il momento di raccogliere qualche frutto. Per un giorno, Joao Pedro Sorgi è stato l'eroe del tennis brasiliano.

Grazie al suo successo nel match decisivo, un rabberciato team di Coppa Davis riuscì a espugnare la Repubblica Dominicana. Magari non avrà pensato di essere diventato all'improvviso il nuovo Gustavo Kuerten (suo idolo d'infanzia), ma che i risultati ottenuti da giovane – forse - non erano stati frutto del caso.

Invece no, il tennis è ancora sofferenza. Mai oltre il numero 251 ATP, oggi il ragazzo di Sertaozinho, San Paolo, langue al numero 647 del mondo e ha raccontato le difficoltà di un tennista che sogna premi milionari, campi importanti e privilegi da star.

Purtroppo per lui, quel mondo è riservato a pochi eletti. La maggioranza dei tennisti vive uno scenario diverso: piccoli club, in luoghi sperduti, pochissimo pubblico e costi che superano i guadagni. Nonostante una carriera giovanile che lo ha visto al numero 8 ITF, Sorgi non ha mai attirato l'attenzione degli sponsor.

A volte, si è trovato in situazioni grottesche: nel 2017 era rimasto senza racchette e ne aveva sistemata una con il nastro adesivo. “Ho avuto un po' di sostegno da giovane, ma ormai sono senza sponsor dal 2014 – racconta Sorgi – in Brasile è difficile, ho provato a chiedere aiutato quando ero piazzato al meglio, ma nessuno mi ha sostenuto”.

Oggi continua a giocare grazie alla famiglia, la cui condizione economica permette un investimento sul figlio. Dovesse contare solo su se stesso, avrebbe già smesso. In un'intervista di qualche anno fa, aveva ammesso che, per un giocatore del suo livello, i costi possono essere quattro volte superiori ai guadagni.

In una situazione del genere, le sirene e alle tentazioni della corruzione diventano qualcosa a cui non è facile resistere. Ci vuole un senso della giustizia fuori dal comune. Ma torniamo a Sorgi: infognato nel mondo dei tornei Futures, ha descritto le sue difficoltà: “Quella che conduco non è una vita affascinante.

Semmai è estenuante. È bello fare quello che amo, ma c'è molto stress. Devo viaggiare molto, spesso in posti tutt'altro che invitanti. Per esempio, negli ultimi mesi sono dovuto andare in Nigeria, in Bosnia e poi in Tunisia per poter giocare qualche torneo.

Adesso mi trovo in Sud America, ma non ci sono tante opzioni. Giocare i tornei Futures lontano da casa non è come giocare un grande torneo. La riforma ITF non gli ha dato una mano, costringendolo a giocare tornei validi per la sola classifica “operativa”.

Ha giocato alcune semifinali, poi ha ottenuto il suo miglior risultato a Curitiba: si è arreso in finale all'argentino Ficovich, raccogliendo un montepremi lordo di 1.272 dollari. Per finanziarsi, avrebbe bisogno di ripetere il risultato ogni settimana.

Giocare per anni nei tornei Futures è insostenibile. “I Futures sono considerati una tappa di passaggio, da cui uscire al più presto. Nessuno lì vuole giocare, spesso non ti consideri neanche un professionista.

È una lotta quotidiana con l'obbligo di uscire il più rapidamente da questa situazione”. Il tennis brasiliano sta vivendo un periodo complicato: la recente positività a un test antidoping di Beatriz Haddad Maia è stata la mazzata a un movimento che ha soltanto sedici giocatori nel ranking ATP e appena nove in quello WTA.

Marcelo Melo e Bruno Soares sono ottimi doppisti, ma la specialità non conta nulla, si sa. Scenario ben diverso rispetto a dieci anni fa, quando Guga Kuerten si ritirava e il Paese aveva decine di Futures e Challenger, favorendo la crescita e lo sviluppo di tanti giocatori.

Se è vero che oggi resistono i tornei ATP di San Paolo e Rio de Janeiro, la situazione dei tornei minori è drammatica: con appena un Challenger e due Futures, c'è pochissimo spazio per gli aspiranti professionisti.

Chi vuole provarci deve andare all'estero, ma i costi crescono a dismisura. Sorgi si trova in questo circolo vizioso che lo obbliga addirittura a comprarsi le racchette. Per sua fortuna, ha almeno un fornitore di abbigliamento e incordature.

Il resto è un problema suo. “Non sto vivendo un buon momento: sono oltre il numero 600 ATP, ma credo di essere tra i primi 10-15 brasiliani. In Europa si domandano come si possibile che il numero dieci di un Paese come il Brasile non trovi un contratto di fornitura per le racchette da tennis.

In altre nazioni, persino il numero 100 ce l'ha. O anche un maestro. Io no, ma non amo lamentarmi. Mi ritengo un privilegiato e ringrazio per le opportunità che ho”. Gli è capitato più volte di pensare al ritiro, ma non si è mai concesso un periodo di stop.

Vive di tennis al 100% e rinuncia a una trasferta soltanto quando lo sportello del bancomat non sputa più quattrini. “Capita spesso di avere difficoltà professionali e personali. È successo anche a me, che peraltro mi trovo in una situazione difficile.

È una lotta quotidiana. A volte capita di fare delle rinunce, ma mi chiedo se ne valga davvero la pena”. I suoi genitori sono entrambi medici e può inseguire l'utopia del tennis grazie al loro sostegno.

Volendo essere cinici, il tennis non può essere considerato una professione. Semmai, un hobby piuttosto costoso. In questo momento è in gredo di pagarsi il 30-40% delle spese mensili. “La motivazione principale è l'amore per lo sport.

Mi affascina la sfida di superare gli ostacoli quotidiani, anche le difficoltà personali. Poi viene la ricompensa economica, ma non gioco a tennis per soldi. Lavoro molto duramente e, a fine anno, sarebbe bello potersi permettere qualcosa.

Comprarsi una casa, magari fare un viaggio”. Per adesso non è possibile: dura da accettare, specie se ripensi alla carriera junior e ti capitava di battere in due set un certo Dominic Thiem. 6-4 6-1, nei quarti del Trofeo Bonfiglio, a Milano.

Ma già un paio di settimane dopo, mentre l'austriaco arrivava in finale a Parigi, Joao Pedro cadeva negli ottavi. Era il primo segnale che le due carriere avrebbero preso una strada differente.