Djokovic e quel dito verso il cielo. Contro tutto, contro tutti


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Djokovic e quel dito verso il cielo. Contro tutto, contro tutti

“Lazio patria nostra / contro tutto, contro tutti!” Quando Mario Liti ha scritto questa canzone in onore ai biancocelesti, non avrebbe mai immaginato che le sue parole avrebbero avuto una connessione con la finale di Wimbledon.

Un cronista argentino presente sul Center Court ha detto che, “senza esagerare”, l'85% del pubblico era per Roger Federer. Qualcun altro, come l'inviato della Gazzetta dello Sport Riccardo Crivelli, ha scritto (scherzando, ma non troppo): “Il 50% sta con Federer, l'altro 50% con Roger”.

Per non parlare delle infinite possibilità di comunicazione garantite dal web: l'amore infinito per Federer, il desiderio di vederlo sollevare per la 21esima volta il trofeo di uno Slam, è deflagrato in migliaia di messaggi.

Anche un UFO, sbarcato casualmente sul Pianeta Terra e davanti alla TV, lo avrebbe percepito. Ogni volta che Federer tirava un bel vincente, il pubblico davanti alla telecamera principale si alzava a ostruire la visione del campo, manco fosse una partita della fu Coppa Davis in uno sgualcito campo sudamericano.

La mistica di Roger Federer è nota: è il tennista più amato di sempre, ha portato nel tennis una tipologia di tifo che non aveva mai varcato i confini del nostro sport. Ad aiutare il processo, la presenza di Rafael Nadal.

Sul campo continua ad essere la sua nemesi, ma fuori? Da nemico si è trasformato in arci-rivale, poi rivale, adesso sono amici. Talmente amici da fare beneficenza insieme, esibizioni, persino gesti di cortesia come la visita di Federer all'inaugurazione della Rafa Nadal Academy.

A rovinare tutto questo (perché per molti è stato così: “rovinare”) è arrivato questo ex ragazzo serbo, cresciuto nel mito della Patria, per certi versi simile al concetto di “Lazio Patria Nostra” cantato da Liti.

Contro tutto, contro tutti. Affogando in retorica e suggestioni, il simbolo della Serbia è lo stesso della Lazio: un'aquila. “La maglia, l'onore, quell'aquila nel cuore”: non crediamo che Djokovic conosca questo slogan, ma è con qualcosa di simile che ha tenuto in piedi una partita che – ai punti – avrebbe perso.

I social, impietosi, hanno ricordato le statistiche della partita, tutte favorevoli a Federer. Ma nel tennis non tutti i punti sono uguali, non sono come i cazzotti di un pugile. Nole ha saputo incassare, affidandosi a una forza mentale suprema, figlia dei suoi valori.

Questo, gli appassionati, lo hanno percepito. Per questo lo temono, lo vedono come una minaccia, un anti-personaggio, persino un “cattivo”. Per anni, il serbo ha faticato ad accettare la diffidenza del pubblico mainstream.

Le ha provate tutte per rendersi simpatico: imitazioni, gag, buonismo dilagante (talvolta diabetico, come i cioccolatini offerti ai giornalisti). Però continuava ad essere il terzo incomodo, il Fiorenzo Magni del tennis.

Ha capito che non poteva andare avanti così. E allora si è ingegnato per ridurre il divario dai mostri sacri, inventandole tutte: prima con il nutrizionista Igor Cetojevic (che gli ha rivoluzionato l'alimentazione), poi con la camera iperbarica che accelera (legalmente) i tempi di recupero.

È diventato una macchina perfetta e oggi (sia pure con umanissimi cali) è il tennista più forte di tutti. L'appassionato mainstream tende a dimenticare il dato statistico perché fa male, brucia, è fastidioso: Novak Djokovic è avanti negli scontri diretti sia contro Roger Federer (26-22) che contro Rafael Nadal (28-26).

Nei Masters 1000 è secondo alle spalle di Nadal (34 a 33, con Federer a 28), ma è l'unico ad averli vinti tutti. E poi ci sono gli Slam, 'sti benedetti Slam. Nell'intervista sul campo, a favore di telecamere e con il microfono di Sue Barker sotto il naso, ha detto una frase apparentemente buonista: “Roger ha detto che spera di essere un'ispirazione per chi, a 37 anni, può ancora essere competitivo.

Di sicuro io prenderò ispirazione da lui”. Un modo gentile per dire che spera di acciuffarlo e magari superarlo nella Santa Classifica, quella che finisce nelle prime pagine dei giornali, conosciuta anche dai non appassionati.

In conferenza stampa, ha integrato il concetto. “Federer e Nadal sono una delle ragioni per cui competo ancora a questo livello – ha detto – il loro modo di dominare è stata un'ispirazione a provare a imitarli.

Non so se ce la farò, ma non vedo l'età come una limitazione. Molto dipenderà dalle circostanze della vita”. Nelle tante trasformazioni vissute in quindici anni di carriera, l'ultima è sottile ma non meno importante.

Djokovic ha rinunciato al tentativo di farsi amare come gli altri due. Gli sta bene il ruolo di “cattivo”, anzi, ne trae forza. Quando gli hanno detto che ha vinto non solo contro Federer, ma anche contro 15.000 spettatori indemoniati, ha risposto laconico: “Yes”.

Poi ha approfondito: “È difficile non esserne consapevoli. L'atmosfera è elettrica, c'è rumore, specie in certi momenti. Avere il tifo a favore aiuta, dà motivazioni, forza, energia. Se non ce l'hai devi trovare tutto da solo.

È stato questo il caso”. A precisa domanda su come ha fatto, dopo aver detto che prova a visualizzare uno scenario in cui termina da vincitore, è stato ancora più preciso. “A volte provo a ignorare quello che succede, a volte addirittura a trasformarlo.

Quando dicono “Roger, Roger” provo a pensare che dicano “Novak, Novak”. È strano, ma è così. Provo a convincermi che dicano il mio nome”. La notizia è che ci riesce. Lungo le 4 ore e 57 minuti di questa finale che diventerà – come minimo – un documentario, ha dato segni di nervosismo soltanto tre volte, tutte nel quinto set.

Quando ha tirato una racchettata contro il seggiolone dell'arbitro (con fischi e ovvio warning), quando si è lamentato per una mancata ripetizione del punto dopo un intervento di occhio di falco (aveva torto) e quando ha tirato addosso a Federer un passante ravvicinato, chiudendo il punto con uno smash a tutto braccio di cui non c'era nessun bisogno.

Momenti che abbiamo tirato fuori col lanternino, segno che la solidità mentale del “cattivo” è ormai suprema, definitiva. Giocare contro Federer a Wimbledon è micidiale. “Sul piano mentale è stata la partita più difficile della mia carriera.

La finale dell'Australian Open contro Nadal è stata più faticosa sul piano fisico, questa però aveva altri fattori”. Ha menzionato la difficoltà di leggere il servizio di Federer, ma alludeva al clima ostile.

Tantissimo pubblico sperava di essere al cinema, in cui è il regista a scegliere il finale. Sognava di vedere il trionfo del Divin Federer. Questo si respirava, nell'aria del Centre Court. Il merito di Djokovic è di aver tramutato l'ostilità in energia positiva.

Non come l'anno scorso, quando polemizzò con il pubblico durante un match tutto sommato di routine contro Kyle Edmund. Stavolta sapeva che per vincere c'era bisogno di sfidare il pubblico senza provocarlo. Il suo sorriso beffardo dopo il matchpoint, mentre passeggiava verso la stretta di mano a Federer, era la libidine psicologica di chi ce l'aveva fatta.

Ma non gli bastava: dopo il saluto a Federer, e prima di mangiarsi un po' di erba santa, ha guardato il pubblico con sguardo di sfida. Niente abbracci virtuali ai quattro lati, come gli capita di fare negli stadi di mezzo mondo.

Prima di tornare al suo angolo, ha puntato il dito verso il cielo in un'altra simbologia cara ai tifosi della Lazio, anch'essa cantata da Liti: “Nel cuore c'ho Giorgione con quel dito verso il cielo” (“Giorgione", naturalmente, era Chinaglia).

E anche durante l'intervista sul campo, niente ringraziamenti. Una bella risposta, vigorosa, a chi lo accusa di ipocrisia e buonismo dilagante. Djokovic ha capito che non sarà mai oggetto di amore globale come Federer, ma non è detto che sia un male: si è concentrato ancora di più su quello che è in suo potere.

E oggi è più motivato che mai a diventare il più forte tennista di tutti i tempi. I conti si faranno quando i Big Three si saranno ritirati, ma oggi più che mai Novak Djokovic ha diritto ad essere preso in considerazione.

Quanto al personaggio, ognuno è libero di pensarla come vuole. I fatti dicono che la Novak Djokovic Foundation ha fatto un lavoro straordinario per i bambini disagiati della sua amata Serbia, dando l'opportunità di un'istruzione a 20.708 ragazzini con l'apertura di 43 scuole e il sostegno a ben 980 famiglie.

Questi sono dati pubblici. Ci sono poi cose meno conosciute, come il sostegno “silenzioso” a diversi personaggi del tennis serbo, l'aiuto e la disponibilità verso i colleghi. Vedi Nick Kyrgios, a cui qualche anno fa offrì qualche consiglio.

È stato ripagato con dichiarazioni al veleno e un tweet prima della finale, in cui l'australiano si augurava il successo di Roger Federer. Fa niente, anzi, una motivazione in più. E poi, nei bar di Belgrado, costantemente sintonizzati sul tennis, gli aperitivi di domenica 14 luglio saranno stati ancora più saporiti.

Da quelle parti, lo amano senza riserve. Gli danno ancora più forza. E la rincorsa al GOAT prosegue.