Di padre in figlio, l'Argentina sogna con un altro Burruchaga


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Di padre in figlio, l'Argentina sogna con un altro Burruchaga

33 anni fa, papà Jorge si fece trovare al posto giusto, al momento giusto. I tedeschi avevano accerchiato Diego Maradona, ma il Pibe de Oro trovò il modo di servirlo. Jorge Burruchaga galoppò fino al tocco decisivo che avrebbe dato all'Argentina il suo secondo mondiale di calcio.

Ancora oggi, il suo nome è legato a quel gol. Come Panenka con il suo “cucchiaio” o Madjer con il suo “tacco di dio”. Sembrava impossibile che Roman Burruchaga potesse intraprendere uno sport diverso dal calcio, soprattutto quando ha tirato i primi calci nel settore giovanile del River Plate.

Insieme a lui, c'era il fratello Mauro, che nel calcio c'è arrivato per davvero. Attualmente gioca nel Chievo Verona. Al contrario, Roman è un giocatorino niente male: numero 69 ITF nel ranking Under 18, ha superato le qualificazioni a Wimbledon e si è spinto fino al secondo turno, perdendo di misura contro il giapponese Shintaro Mochizuki.

Per il dopo Del Potro, il tennis argentino punta soprattutto su di lui. “Da ragazzino giocavo sia a calcio che a tennis, poi però ho dovuto scegliere”. Ha scelto la racchetta, dopo aver tirato i primi colpi presso il Club Tiro Federal, che si trova a 500 metri dallo Stadio Monumental (il tempio del River Plate).

A insegnargli i rudimenti del gioco, il maestro Marcelo Miguez. “Ho scelto il tennis perché era lo sport in cui ero più forte, mi faceva sentire meglio. Non dico che il calcio non mi piaccia, ma il tennis mi attira di più”.

Adesso ci sta provando seriamente: studia a distanza (è iscritto al SEADEA, sistema gestito dall'Esercito Argentino e già utilizzato da Juan Martin Del Potro) e si allena presso un'accademia importante, quella gestita da Mariano Hood e Mariano Monachesi presso il club “Liceo Naval”, anch'esso poco distante dal Monumental.

Lo scorso anno ha annusato per la prima volta il clima del grande tennis, poiché è stato convocato come sparring partner dall'Argentina di Coppa Davis. La “camiseta” sarà sempre qualcosa di speciale, visto il passato del padre.

Qualche settimana dopo, avrebbe giocato la Davis Cup Junior. Niente titolo, ma discreta esperienza personale, con 6 vittorie e 2 sconfitte. L'Argentina si sarebbe piazzata al terzo posto, battendo proprio l'Italia di Musetti e Nardi nella finalina.

“Sono molto orgoglioso di mio figlio – dice papà Jorge – gli ho detto di tenere gli occhi aperti, di ascoltare i consigli di chi è più esperto di lui, e di imparare il più possibile”.

Non serve ricordare quanto siano poco indicativi i risultati nei tornei junior, ma per “Burru” junior rimane la suggestione di aver messo piede nel tempio di Wimbledon. Peraltro, non aveva mai giocato sull'erba prima di due settimane fa.

In tribuna c'era anche il padre. “Ho sofferto più che durante la finale del 1986 – ha detto – quando sei in campo, ti dimentichi di tutto. Al contrario, si soffre molto guardando il tennis da fuori.

Sono contento che abbia vinto una partita, ma ciò che mi piace è il percorso di crescita. Sta imparando per quello che verrà”. Da ex sportivo di grande livello, sa cosa passa per la testa di un atleta nei momenti difficili.

Quando suo figlio ha perso una brutta partita a Roehampton, nel torneo di preparazione a Wimbledon (era avanti 6-2 5-1) ha deciso di andare a Londra per sostenerlo. Sa che c'era bisogno di lui, oltre alla possibilità di riunire buona parte della famiglia, poiché l'altra figlia Daiana risiede proprio a Londra.

“Per un tennista, giocare a Wimbledon è come la Champions League, il Mondiale o la Libertadores per un calciatore – dice papà Jorge – in questo luogo si respira il senso della storia”.

C'è da crederci, se lo dice uno che ha scritto una pagina eccezionale nella storia sportiva del suo Paese. Roman lo sa: “Oh, il gol contro la Germania l'ho visto un milione di volte. Credo che prima o poi quella palla non entrerà in porta” dice, scherzando.

Lui sostiene Federer e Djokovic (più il serbo, a dire il vero) e ha un tennis moderno, aggressivo. Secondo chi lo conosce bene, in carriera potrebbe fare cose migliori sull'erba rispetto alla terra. Si vedrà.

Per ora ha mostrato una buona personalità, superando le qualificazioni e un turno nei primi Slam della sua vita, sia pure giovanili. “Ha qualcosa di Fognini e di Nalbandian – esagera Ivan Rudich, tecnico della federtennis argentina a Londra – ovviamente deve crescere, soprattutto con il servizio" Fosse vero, in futuro ci sarà da divertirsi.