Il caso Fognini tra haters, lovers e presunte responsabilità


by   |  LETTURE 9110
Il caso Fognini tra haters, lovers e presunte responsabilità

Non è facile affrontare con la dovuta misura le bizze comportamentali di Fabio Fognini. Attorno al nostro numero 1 si è creata una situazione complicata: c'è chi lo attacca senza pietà, inorridito da alcune sue esternazioni, e chi invece è pronto a difenderlo in qualsiasi circostanza, adottando come motivazione principale la sua qualità tennistica, la capacità di portare l'Italia racchettara a livelli mai visti.

Come se la bravura lavasse via gli errori. E poi c'è chi risolve la questione a modo suo, evitando di parlarne, magari col timore di indispettirlo. Chi scrive non ha lo scudo della Democrazia Cristiana sul petto, ma ciò che manca è l'equilibrio.

Fognini si è comportato male, durante il terzo turno di Wimbledon contro Tennys Sandgren. A un certo punto, ha sbroccato per una decina di secondi. Giusto il tempo per pronunciare, in mondovisione, le seguenti parole: “È giusto giocare qua? Maledetti inglesi, guarda...

scoppiasse una bomba su 'sto circolo... una bomba deve scoppiare”. Non apprezzava, Fabio, il fatto di essere collocato sul Campo 14, lui che da qualche settimana è entrato nel dorato mondo dei top-10 (che dovrebbe portare certi benefici).

Qualsiasi fosse la ragione per cui lo hanno programmato su un campo secondario, non giustifica una reazione verbalmente scomposta e che ha offeso diverse sensibilità. Qualcuno ritiene che non si debba fare ironia su un argomento delicato come il terrorismo, incubo della nostra società dall'11 settembre 2001.

Altri, più attenti alla storia, hanno ricordato che la Luftwaffe ha veramente bombardato Wimbledon nel 1940, nel pieno delirio hitleriano della Seconda Guerra Mondiale. Fognini, naturalmente, non lo sapeva. Era tenuto a saperlo? Mah.

Salvo rari casi, gli atleti hanno una preparazione culturale approssimativa, dovuta alla vita da professionisti a cui si sono sottoposti sin dall'età scolare. Anche per questo, quando si raggiunge una certa popolarità, proliferano agenti, esperti di immagine, addetti alla comunicazione.

Figure che servono ad azzerare gli scivoloni comunicativi. Parliamoci chiaro: al netto di un facile moralismo, la reazione di Fognini è stata tutto sommato innocua. Chi ha praticato sport a livello agonistico sa quanto i nervi siano messi a dura prova.

Rabbia e frustrazione portano a qualsiasi tipo di reazione. Prendete un ragazzo equilibrato e intelligente come Matteo Berrettini: durante la maratona contro Schwartzman, ha detto di essere “negato” per il gioco del tennis.

Ha detto che la sua presenza a Wimbledon era “un caso”. Stiamo parlando di un top-20 ATP, tra i più in forma del momento. Ovviamente non pensava ciò ha detto. Nella trance agonistica, l'atleta entra in una dimensione cognitiva diversa, parallela.

È questa la chiave per comprendere le parole di Fognini. È ovvio, pacifico, che il ligure non si auguri che un aereo sganci un ordigno su Church Road, o che un kamikaze decida di dirottare un volo sul Centre Court.

Non scherziamo. Fate un salto presso qualsiasi torneo di terza o quarta categoria. Passate un pomeriggio ad assistere agli incontri e sentirete parecchie frasi di questo genere. Non è giusto e nemmeno giustificabile, ma è drammaticamente umano.

C'è però un problema: un top-10 ATP vanta un'esposizione globale che un giocatore di terza categoria non ha. Ed è normale che ogni gesto o parola venga sezionato. Non c'è da stupirsi che le esternazioni fogniniane siano diventate virali sui social network e siano già comparsi alcuni video su Youtube.

Non penso che un tennista debba essere necessariamente un “buon esempio”. O meglio, è bene che lo sia, ma non rientra tra i suoi compiti. Il suo compito è giocare bene a tennis, vincere più partite possibili, intascare quattrini a volontà.

Il tutto, naturalmente, nel rispetto delle regole. La pensa così anche uno che non apre bocca quando scende in campo: Andreas Seppi. In un'intervista di qualche anno fa, l'altoatesino disse che gli sarebbe piaciuto essere ricordato per le vittorie e non certo per il suo comportamento impeccabile.

Giusto. Se poi sei un Federer o un Nadal, beh, è ancora meglio. Ma, per cortesia, non diamo a Fognini compiti educativi che non gli spettano. Però, allo stesso tempo, il diretto interessato (e chi lo sostiene a prescindere) deve accettare che il ruolo di personaggio pubblico espone a giudizi.

Se Fognini commette un gesto del genere, è normale che se ne parli. I giornali di oggi hanno dato più spazio alle sue parole che al successo di Berrettini. Non è giusto, ma è così. Nel caso di Fognini c'è un'aggravante: la recidiva.

Sin da quando ha messo il naso tra i professionisti, Fabio ha vissuto su un sottile equilibrio. Talvolta è scivolato. Inutile ricordare tutti gli episodi, tanto li conosciamo. È giusto menzionare i fatti dello Us Open 2017, quando offese la giudice di sedia Louise Engzell.

Anche all'epoca si aprirono i processi, poi placati con un'intervista “riabilitativa” andata in onda qualche giorno dopo su Sky Sport. Fabio è un professionista di grande esperienza. Sa che i suoi match vanno in TV, sa che ci sono i microfoni a bordocampo e sa che ogni suo gesto viene sezionato.

Una volta, alludendo al comportamento di qualche collega, disse che se fosse stato lui a comportarsi così, sarebbero partiti i processi. Vero. Il problema è che certi comportamenti, per lui, sono troppo frequenti.

Si è creato una fama che porta a sezionare al dettaglio ogni suo respiro. Ed è lui l'unico responsabile di questa situazione. In conferenza stampa si è scusato, e va benissimo. Però esistono regole, scritte e non scritte, che dobbiamo accettare.

Quelle scritte, forse, porteranno a una sanzione. Quelle non scritte, quelle della comunicazione sfrenata (che è la stessa che gli ha consentito di intascare oltre 13 milioni di dollari di soli premi ufficiali), lo portano ad essere giudicato.

Ognuno ha la sua opinione, è giusto che sia così. Fognini (e chi per lui) lo deve accettare. Il tutto, ovviamente, se si rimane nei limiti del buon senso e della legge. In caso contrario, l'Italia è un Paese pieno di avvocati.