Joe Salisbury, quando la mononucleosi non ti ammazza


by   |  LETTURE 1650
Joe Salisbury, quando la mononucleosi non ti ammazza

C'è un solo torneo in cui il doppio ha (quasi) la stessa dignità del singolare. In difesa della tradizione, gli organizzatori di Wimbledon fanno giocare il tabellone maschile al meglio dei cinque set, sin dal primo turno.

Qualcuno pensa che sia anacronistico, in realtà è molto affascinante. A maggior ragione quest'anno, con Andy Murray in coppia con Pierre Hugues Herbert. Il pubblico è già pronto a sostenere il suo idolo, che peraltro potrebbe affrontare il fratello Jamie al terzo turno.

Con l'eliminazione di Kyle Edmund, difficilmente avranno soddisfazioni in singolare. E allora, l'interesse per il doppio crescerà a dismisura. I tennisti di casa sono molto forti nella specialità, ma non è detto che a far gioire il pubblico siano necessariamente i fratelli di Dunblane.

Su 64 coppie in gara, ben dodici hanno almeno un britannico. Tra queste, ce n'è una con grandi ambizioni. Già semifinalista lo scorso anno, Joe Salisbury fa coppia con l'americano Rajeev Ram e sono accreditati della 12esima testa di serie.

Non sono mai stati così in forma, e lo hanno dimostrato contro Albot-Jaziri. Al secondo round, se la vedranno contro Ebden-Pospisil. Il crocevia del loro torneo potrebbero essere gli ottavi, contro i fortissimi Kontinen-Peers (teste di serie n.3).

Dovessero farsi notare, il pubblico potrebbe innamorarsi della storia di Salisbury, uno dei tanti operai della racchetta in cerca di un momento di gloria, come accadde sette anni fa a Jonathan Marray. Ricordate? Improvvisò un duo con Frederik Nielsen e finirono col vincere il torneo.

Curiosamente, lo scorso anno Salisbury tentò di imitarlo giocando proprio con Nielsen. C'è andato vicino, ma senza lieto fine. Salisbury è londinese DOC, essendo cresciuto a Putney, nella zona ovest della città.

Figlio di una maestra di tennis, ha iniziato a giocare a tre anni di età sulle orme del fratello e della sorella maggiore. Qualche anno dopo, ha conosciuto l'uomo che ancora oggi è il suo allenatore: Justin Sherring.

Più per necessità che per altro, ha scelto di proseguire gli studi prima di tuffarsi nel professionismo: l'Università di Memphis è stata ben contenta di accoglierlo dal 2010 al 2014 (periodo in cui vinse ben 97 partite in doppio, perfetta appendice a una laurea in economia), poi si è tuffato nel tour.

Tre anni durissimi, tra l'inferno dei tornei ITF e il purgatorio dei Challenger. Ma c'era un problema: la stanchezza. Cronica. “Da giovane ho avuto la mononucleosi, da allora devo farci i conti – racconta Salisbury, 27 anni – a volte ho fatto davvero fatica.

Un paio d'anni dopo il college, mi sono dovuto fermare per qualche mese. Avevo allergie e intolleranze. Per questo, ho abbandonato il singolare e mi sono concentrato sul doppio. Non c'è bisogno di essere troppo resistenti, e le partite non sono così dure sul piano fisico.

La cosa importante è gestire la programmazione, ma negli ultimi due anni va decisamente meglio”. La mononucleosi la ha colpito quando aveva 15 anni e gli ha impedito di giocare per un anno e mezzo. Per un tennista è uno dei malanni peggiori: per informazioni, chiedere a Robin Soderling.

Ma Joe, da quando ha quando ha imparato a gestire la sua salute, è diventato un giocatore vero. Mese dopo mese, settimana dopo settimana. Anche il conto in banca ha iniziato a sorridere. Nel solo 2019, ha intascato quasi 300.000 dollari.

Tuttavia, non è ancora sereno. Il pensiero di smettere echeggia, di tanto in tanto, nella sua mente. Il motivo è di natura economica. “Parliamoci chiaro: è impossibile guadagnarsi da vivere giocando a tennis.

Tra spese di viaggio e hotel vai in pari, il tutto senza allenatore. Anche se fai buone cose nei Challenger, non riesci a guadagnare”. Salisbury lo sa bene, visto che tra il 2015 e il 2016 ha raccolto cifre da stagista part-time: 13.306 dollari.

Le cose sono cambiate dodici mesi fa, proprio a Wimbledon. In coppia con Frederik Nielsen ha artigliato la semifinale. Hanno perso con rimpianti, contro Klaasen e Venus. Vista l'assenza di Andy Murray (che lo scorso anno si riciclato come telecronista), Salisbury è stato il miglior inglese a Wimbledon.

Ma c'è di più: ha fatto irruzione tra i top-50 di doppio, intascando 56.000 sterline. “È stata una bella fortuna, perché la svolta mi ha consentito di entrare nel circuito ATP. Ottenere una wild card è una bella fortuna, perché è difficile raggiungere i tornei più importanti transitando dai Challenger, laddove i punti in palio sono pochissimi”.

Attualmente numero 19 ATP (sua miglior classifica di sempre), sogna una convocazione di Leon Smith per la prima edizione delle Davis Cup Finals. La Gran Bretagna, infatti, è stata omaggiata di una wild card. “Mi piacerebbe molto, ma in questo momento il Paese ha tanti ottimi doppisti.

E sta entrando in scena anche Andy. È dura, anche l'ingresso tra i top-10 potrebbe non essere sufficiente per essere convocato. Ma se dovesse esserci la chance, mi farò trovare pronto”. In effetti, i Murray, gli Skupski e Dominic Inglot rappresentano una concorrenza notevole.

Ma nel circuito le cose vanno bene, soprattutto da quando ha iniziato la partnership con Rajeev Ram, ex ottimo singolarista che ha deciso di limitarsi al doppio, un po' come sta per fare il nostro Simone Bolelli. Insieme hanno vinto a Dubai e raggiunto i quarti al Roland Garros, nonché la finale al Queen's.

Purtroppo per loro, si sono arresi a Murray-Lopez. Wimbledon è una buona occasione per incassare punti in chiave ATP Finals: in questo momento sono undicesimi nella Race, in piena corsa per un posto alla 02 Arena di Londra.

“Perdere la finale al Queen's è stato deludente, ma c'è grande fiducia per Wimbledon – dice Salisbury – si gioca sulla nostra superficie preferita, è il torneo che attendiamo per tutto l'anno”.

Sarebbe una bella favola, di quelle che piacciono tanto ai sudditi di Sua Maestà. E chissà che la visita della Principessa Kate sui campi secondari non gli porti portuna.