Bad Girl Putintseva, la rivincita di una “cattiva”


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Bad Girl Putintseva, la rivincita di una “cattiva”

Ci voleva una vittoria sul Centre Court per fotografarla da un'altra angolazione. Nonostante una carriera di buon livello (anche se non ha confermato appieno le promesse giovanili), Yulia Putintseva è nota tra gli appassionati per le bizze sul campo.

Ha un carattere focoso, irascibile. Unito alla sua fisiognomica (è alta appena 163 centimetri e, di certo, non le mancano i muscoli) è il tratto distintivo di un anti-personaggio, quasi una “cattiva” da cartone animato.

Due volte nei quarti al Roland Garros, ex n.27 WTA (oggi è in 39esima posizione) è nota soprattutto per le polemiche con diverse colleghe. Come Coco Vandeweghe: qualche anno fa, durante un match a Parigi, provocò l'americana dicendole che è solo servizio “e non sa giocare a tennis”.

Visto il carattere di Coco, l'alterco era inevitabile. Lo scorso gennaio, è stata protagonista di una stretta di mano “molle” con Barbora Strycova, che non l'aveva presa bene. Imbarazzo evitato a Norimberga, quando ha rifiutato di stringere la mano ad Ana Lena Friedsam dopo il durissimo match di quarti.

La tedesca c'è rimasta malissimo, inseguendola fino al suo angolo sussurrandole qualche parolina. “Non ho niente contro di lei, semplicemente ha cercato di parlarmi per tutta la partita” ha chiosato ai giornalisti.

Il gesto le ha portato fortuna, visto che in Germania è arrivato l'agognato primo titolo WTA, con tanto di vittoria contro Sloane Stephens lungo il cammino. A volte, l'isterismo di Yulia sfiora il patologico: un paio d'anni fa, a New Haven, ha insultato coach Roman Kislianskii.

Dopo averlo chiamato per un coaching, si è sfogata con lui: “Non mi sostieni, stati seduto e guardi i filmati al telefonino. Il clan della mia avversaria la incita anche dopo un mio errore”. Alle rimostranze, del coach, lo ha invitato ad andarsene.

Le scuse nel post-match (peraltro perso 6-0 6-0) non cancellano l'episodio. Senza dimenticare un atteggiamento generale molto vivace, quasi plateale. È comprensibile che diverse giocatrici non la possano vedere. Però Yulia è anche altro, e lo ha dimostrato a Wimbledon.

Per la terza volta in tre scontri diretti, ha spedito a casa Naomi Osaka. L'aveva battuta qualche settimana fa a Birmingham, ma ripetersi a Wimbledon è un'altra cosa. E l'ha fatta piangere. Distrutta, la giapponese ha interrotto la conferenza stampa perché non voleva mostrare le lacrime in mondovisione.

E pensare che la Putintseva non amava l'erba, sebbene abbia giocato due buone edizioni di Wimbledon Junior (semifinale nel 2010, quarti nel 2011). “Ricordo quanto odiassi l'erba – ha raccontato – col mio coach era una battaglia continua.

Gli dicevo che non volevo giocarci. Ero più abituata alla terra battuta. Sul rosso ci sono le rotazioni, la smorzata, il servizio in kick... sull'erba è l'opposto. Mentalmente, questa cosa mi uccideva”: Curiosamente, proprio l'erba le abbia regalato il successo più importante in carriera.

Una vittoria che ci permette, finalmente, di raccontare la Putintseva tennista. Perché si tratta di una giocatrice di valore, un piccolo miracolo visto un fisico più adatto alle discipline di contatto che allo sport dei gesti bianchi.

Un miracolo simile a quello di Dominika Cibulkova, un centimetro più bassa di lei. Curiosamente, fu proprio la slovacca la prima giocatrice di un certo livello con cui una piccola Yulia scattò una foto. Si trovava in Slovacchia per un torneo Under 12, e in contemporanea c'era un match di Fed Cup con la Cibulkova protagonista.

“Mio padre mi disse di fare una foto con lei, visto che era piccolina come me. Fu divertente, ma credo che Dominika non si ricordi”. Le due si sono poi ritrovate nel circuito, con l'importante successo della russa, pardon, kazaka, nella semifinale di San Pietroburgo.

Nel 2012, ancora minorenne, la Putintseva ha ceduto alle lusinghe della federtennis kazaka. Non contenti della “campagna acquisti” tra gli uomini, hanno fatto altrettanto con le donne. Da allora, non ha mai saltato la Fed Cup e ha addirittura conquistato un riconoscimento per l'impegno e la dedizione.

L'ha fatto per soldi, ma chi siamo per giudicarla? Yulia è una sorta di reietto del tour femminile. Pochi sponsor, pochissime interviste, amiche che si contano sulle dita di una mano: Daria Gavrilova (altra expat russa, che però ha scelto l'Australia) e Smalina, la moglie del giocatore bielorusso Egor Gerasimov.

Più in generale, la Putintseva non ha una bella immagine. Si è costruita un personaggio, e solo Dio sa qunto sia difficile scucirsi di dosso un'etichetta. E allora, perché rinunciare ai soldi facili dei kazaki? Non deve essere facile essere Yulia Putintseva.

Non tanto per gli sguardi diffidenti nello spogliatoio, ma perché da ragazzina prometteva più di quello che ha fatto. “Ho iniziato intorno ai 4-5 anni, su un campo di legno, insieme ad altri bambini. Mio padre ci teneva molto”.

Non era un posto qualsiasi: si trattava del mitico Spartak Tennis Club di Mosca, laddove erano emerse future campionesse come Kournikova, Dementieva, Myskina e Safina. Un circolo famoso in tutto il mondo, per quanto sia quasi nascosto dal Sokolniki Park, laddove sono ben più visibili le bancarelle e i giochi per bambini.

Ma il talento di Yulia è emerso alla svelta. Allenata da papà Anton (ex judoka di ottimo livello), è cresciuta ammirando Martina Hingis, Amelie Mauresmo e – soprattutto – Justine Henin. Non le accosteresti mai, invece Yulia adorava il tennis della belga, la sua capacità di variare tagli, angoli e rotazioni.

In effetti, uscendo da uno sguardo superficiale, anche lei sa giocare con efficacia la smorzata, così come il rovescio in slice. Il suo talento non è passato inosservato, al punto che a 14 anni di età si è trasferita a Parigi, laddove stazionava l'accademia di Patrick Mouratoglou prima di spostarsi nell'attuale sede in Costa Azzurra.

Numero 3 al mondo tra le ragazzine, a 15 anni giocava con ragazze più grandi di tre anni. Quando le cose vanno così bene, a quell'età pensi di poter spaccare il mondo. Ma la realtà (o meglio, il professionismo) è un'altra cosa.

E non è facile competere nel tour WTA con un fisico da lottatrice e un tennis muscolare, una sorta di corazza per nascondere il talento. E allora si è costruita la fama da ribelle, da cattiva, da bad girl. C'è del vero, ma anche un po' di scena.

Basta dare un'occhiata alle sue interviste, o ai suoi profili Instagram e Twitter. Si scopre una ragazza normale, sorridente, che non trasmette nessuna aggressività. Anzi, anche uno studente in psicologia capirebbe che certi atteggiamenti provano a nascondere una fragilità di fondo.

In effetti, è curioso che Yulia non sia mai entrata tra le prime 20, o magari più in alto. Il suo tennis è fastidioso, una mastino che si attacca alle caviglie, una zanzara che si infila nell'abitacolo della macchina.

Ma l'ingranaggio non è perfettamente oliato. Per questo, il successo contro la Osaka, laddove il protocollo non tollera comportamenti sopra le righe, vale moltissimo. Potrebbe iniziare una nuova carriera per la ragazza che oggi vive a Delray Beach, in Florida.

Una volta le hanno chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse stata una tennista. “Ci ho pensato qualche volta, perché quando perdo una partita voglio smettere e non vedere mai più un campo. Ma poi rifletto e capisco che il tennis è la mia vista.

Cos'altro potrei fare? Non ne ho idea..”. : Appunto. Per questo, la vittoria contro Naomi Osaka può rappresentare qualcosa di importante per il suo futuro. Una svolta.