Italia, questa è un'epoca d'argento! Potrà trasformarsi in oro?


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Italia, questa è un'epoca d'argento! Potrà trasformarsi in oro?

“Siamo uno splendido gruppo di amici. Ci spingiamo e motiviamo l'uno con l'altro. Spesso ci alleniamo insieme, in particolare lo faccio con Matteo Berrettini. Penso che l'Italia abbia un grande futuro tennistico”.

Con queste parole, Lorenzo Sonego ha spiegato l'impressionante crescita del tennis maschile italiano dopo il trionfo ad Antalya. Davvero, neanche nei sogni più arditi si poteva ipotizzare uno scenario del genere.

L'Italia si affaccia al mese di luglio con ben quattro top-50 ATP: Fabio Fognini (n.10), Matteo Berrettini (20), Marco Cecchinato (41) e, appunto, Lorenzo Sonego. Il torinese ha raccolto in Turchia il 67esimo titolo azzurro da quando il tennis è stato computerizzato, nel 1973.

Alle loro spalle, Andrea Seppi e Thomas Fabbiano. Appena fuori dai top-100 Stefano Travaglia (che li ha toccati per una settimana) e Paolo Lorenzi. Più indietro, spingono tanti giovani (e non solo) che puntano a diventare “super uomini”, come vengono visti tutti quelli che riescono ad abbattere il muro dei top-100. Il sorriso si allarga ancora di più se diamo un'occhiata alla classifica ATP limitata agli Under 18, ovvero i ragazzi nati dopo il 1 gennaio 2001.

Incredibile ma vero, le prime tre posizioni sono occupate da italiani: Jannik Sinner (n.209), Lorenzo Musetti (375) e Giulio Zeppieri (401). Il tennis è uno sport imprevedibile e tanti campioni annunciati possono scivolare sulla prima buccia di banana, così come tennisti meno pubblicizzati, o considerati “bidoni” da giovani, possono emergere qualche anno dopo.

I casi di Paolo Lorenzi e dello stesso Marco Cecchinato lo dimostrano. Al netto di queste (ovvie) considerazioni, la “rinascita” di cui parlavamo qualche settimana fa va avanti, impetuosa, e ci fa pensare che l'età dell'oro non sia così distante.

Persino il New York Times ha dedicato un articolo al gran momento del tennis italiano, così come il sito spagnolo “Punto de Break” (molto seguito). Non sempre le ragioni date per spiegare il fenomeno sono corrette o sensate, ma poco importa.

La verità è che anche all'estero si stanno accorgendo del fenomeno italiano, potenzialmente più fragoroso di quello vissuto una decina d'anni fa tra le donne. Parliamoci chiaro: l'Italia, purtroppo, è una paese ancora machista e dunque i successi delle varie Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci avrebbero avuto ben altra risonanza se fossero arrivati tra gli uomini.

Non è ancora corretto parlare di età dell'oro, perché la qualità di alcuni successi degli anni 70, gli anni del famoso “boom” (peraltro descritti dall'economista Lello Cirillo nel suo bel libro), sono ancora superiori sul piano della qualità.

Un trionfo Slam, la vittoria al Foro Italico e i grandi piazzamenti in Coppa Davis hanno avuto un impatto superiore sui risultati raccolti negli ultimi 2-3 anni. Tuttavia, sarebbe scorretto sminuire la semifinale di Marco Cecchinato al Roland Garros e la recente vittoria di Fabio Fognini a Monte Carlo (base per artigliare l'agognato piazzamento tra i top-10, quarant'anni dopo Barazzutti).

E allora è giusto premiarli anche con la terminologia: la rinascita del tennis italiano ci sta facendo vivere un'epoca d'argento, ma con buone basi per essere tramutata in oro. In effetti, non era mai capitato di avere un gruppo di giocatori competitivi più o meno su tutte le superfici, peraltro con un'età media piuttosto bassa.

Se Fognini ha 32 anni, alle sue spalle sta lentamente prendendo forma l'accoppiata Berrettini-Sonego, rispettivamente 23 e 24 anni, che sembrano essere i più indicati a raccogliere il testimone, anche in virtù di una buona versatilità.

Non si può trascurare Cecchinato, che deve ancora compiere 27 anni e sulla terra battuta può fare cose molto importanti. Alle spalle, tanti nomi possono fare “movimento” (Seppi, Fabbiano, Travaglia, Caruso, Giustino, Mager, Baldi, Napolitano, Arnaboldi) in attesa che arrivi il campione tanto atteso.

Fabio Fognini lo è, ma è “arrivato” un po' tardi e non ha rivoluzionato la percezione del tennis in Italia. Può ancora farlo, ci mancherebbe, ma vincere uno Slam (perché è quello che ci vorrebbe...) è impresa durissima per chi ha raggiunto un solo quarto di finale in 45 partecipazioni.

E allora, mentre l'Italia sta per godersi l'organizzazione delle ATP Finals a Torino per cinque edizioni (dal 2021 al 2025), il tavolo si sta apparecchiando per un decennio ancora migliore rispetto a quello che volge al termine.

Gli anni “torinesi” saranno probabilmente i migliori per Berrettini e Sonego, nonché quelli in cui avremo intuito le potenzialità di Sinner, Musetti e Zeppieri. In questo momento, accanto a questi tre ragazzi, c'è un gioioso punto interrogativo.

Tra qualche tempo, il punto di domanda avrà le risposte che cerchiamo. Nel frattempo, il secondo decennio del 21esimo secolo ha incredibilmente raggiunto gli anni 70 come numero di titoli complessivi per l'Italia.

Furono 20 allora, sono 20 adesso. E ci sono ancora quattro mesi di tornei per fare ancora meglio, rendendo il 2019 la stagione più prolifica del nostro tennis. Il record appartiene al 1977, quando vincemmo 7 tornei su 9 finali.

L'anno prima, furono 6 su 9 finali. Al terzo posto c'è il 2018 (6 titoli su 7 finali), mentre nei primi sei mesi dell'anno abbiamo già giocato sette finali, vincendone cinque. Chissà cosa ci riserva l'immediato futuro.

In tutto questo, la cosa più bella è che una vecchia frase di Matteo Berrettini è da considerarsi vecchia, superata. Un paio d'anni fa, quando era intorno al numero 130 ATP, gli chiesi se avrebbe messo la firma per un best ranking al numero 13 (all'epoca, il best ranking di Fognini).

Rispose così: "È chiaro che sogno di arrivare più in alto possibile, ma se oggi mi dicessero che il mio best ranking sarebbe al numero 13... penso proprio di sì! Cercherò di fare del mio meglio, ma mi sono reso conto che n.13 è davvero un grosso risultato”.

Pur confermando il senso di quanto disse, oggi è più che legittimato ad avere ben altre ambizioni. Più alte, più belle. Per garantirci una transizione dall'argento al metallo più prezioso.