Non bastava la Davis: uccisa anche la Fed Cup


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Non bastava la Davis: uccisa anche la Fed Cup

Non si tratta di una rivoluzione clamorosa come quella che ha decretato la fine della Coppa Davis, ma la riforma della Fed Cup è altrettanto grave. Lo è per due motivi: il primo è che, in barba alla democrazia, il Board ITF ha deciso autonomamente senza portare la questione al voto come accadde a Orlando, quando i soldi promessi da Kosmos fecero perdere la testa ai delegati.

In realtà, l'ITF non ha violato nessuna regola. Nel 2017, durante l'AGM di Ho Chi Minh City, in Vietnam, dopo che l'assemblea respinse la proposta di portare la Davis al meglio dei tre set, mantenendo lo storico format del “3 su 5”, sotto silenzio gli stessi delegati approvarono una norma che consente al Consiglio d'Amministrazione di introdurre, sia pure in via sperimentale, tutte le modifiche che vuole.

E allora l'ITF ha scelto di estendere anche alla Fed Cup quanto già fatto per la Davis. Il secondo motivo di gravità riguarda l'autosbugiardamento della stessa ITF. Se da una parte si scrive che la modifica è avvenuta per rendere la Fed Cup più grande, migliore e incisiva, basta leggere con attenzione lo stesso sito della Fed Cup per trovare queste testuali parole (nella sezione dedicata alla storia).

“Visto il grande successo che il format casa-trasferta aveva ottenuto in Coppa Davis, il formato della Fed Cup è stato modificato nel 1995 in modo che anche le donne, come gli uomini, possano giocare nel loro Paese.

Il format è stato poi modificato diverse volte dal 1995. Quello attuale, introdotto nel 2005, crea un World Group con 8 squadre e un World Group II con altrettante 8, i quali si giocano con il format casa-trasferta per tre weekend nel corso dell'anno”.

C'è da credere che questa parte verrà modificata o eliminata. Dopo la distruzione della Coppa Davis, la Fed Cup era rimasta l'ultimo baluardo di un tennis romantico, in cui i valori umani e morali avevano ancora una viva influenza nell'esito degli incontri.

E il 2019 lo ha dimostrato, ancora una volta. Basti pensare alle due partite con protagonista la Romania di Simona Halep: prima hanno espugnato Ostrava al doppio di spareggio, in un match drammatico, poi hanno sfiorato l'impresa Rouen, contro la Francia.

Due weekend all'ultimo respiro, dramma umano esteso alo sport. Dal 2020, tutto questo scomparirà. E non è un caso che Simona Halep, una delle giocatrici più rappresentative del circuito, abbia già fatto sapere che non avrebbe giocato con il nuovo format.

E stiamo parlando di una giocatrice che aveva scelto la Fed Cup come obiettivo principale del suo 2019. Per dare un contentino ai nostalgici, è stato mantenuto il turno di qualificazione a febbraio (con il medesimo format di quattro singolari e un doppio), mentre le Fed Cup Finals diventano un carrozzone con dodici squadre in unica sede e la singola partita che diventa simile a un incontro della Serie D3: due singolari e un doppio.

Il trofeo si assegnerà presso la modernissima Laszlo Papp Budapest Sports Arena, in grado di ospitare circa 12.000 spettatori, inaugurata nel 2003 e dedicata al mitico pugile ungherese. Nel comunicato ufficiale non c'è menzione del Gruppo Kosmos, che ha fagocitato per venticinque anni i diritti della Coppa Davis.

Sembra che buona parte dell'investimento sia garantito dal governo ungherese, se non altro perché ci sono i virgolettati del Segretario di Stato Balazs Furjes. L'accordo con Budapest è valido per tre edizioni, dal 2020 al 2022.

Le Fed Cup Finals si giocheranno indoor e sulla terra battuta, “rispettando” la fase della stagione in cui i calzini delle giocatrici iniziano a sporcarsi. Scelta sensata, che potrebbe invogliare le migliori a partecipare: la Fed Cup, infatti, si giocherà nelle stesse condizioni e subito prima del Porsche Tennis Grand Prix di Stoccarda, uno dei tornei più ricchi del circuito, che si gioca proprio sulla terra indoor.

Un altro elemento di attrattiva sarà il denaro. L'investimento sulla Fed Cup è effettivamente notevole: 22,9 milioni di dollari, così suddivisi: 18 per le finali (12 alle giocatrici, 6 alle federazioni) e 4,9 per i Gruppi Zonali.

Se le cose dovessero andare bene, la Fed Cup diventerebbe una delle principali fonti di guadagno per le top-players. Slam a parte, infatti, i montepremi del circuito WTA non sono paragonabili a quelli del circuito ATP. Rimane la profonda delusione per una scelta che non tiene conto delle belle storie vissute negli ultimi quindici anni.

Non si può dire che sia anti-storica, poiché la Fed Cup è stata spesso oggetto di modifiche, una sorta di “laboratorio” in cerca della migliore soluzione. L'avevano trovata (forse si poteva eliminare la distinzione tra World Group I e World Group II, creando un unico Gruppo Mondiale a 16 squadre), ma hanno preferito pensare al denaro e inchinarsi ai capricci delle giocatrici.

Due anni fa, quando la Federazione Italiane si oppose alla riduzione del format per la Davis, fecero sapere che “La scelta di giocare 2 set su 3 segue solo la volontà dei giocatori e non fa nulla perché l'ITF torni ad essere l'organismo di governo del tennis mondiale”.

Affermazione sacrosanta (anche se auto-smentita dalla scelta di voto a Orlando, in cui l'ITF ha ceduto a un ente esterno la sua manifestazione più importante), che può essere estesa a quanto accaduto per la Fed Cup.

A proposito di Italia: se avessimo vinto lo spareggio contro la Russia, persino le azzurre avrebbero avuto la teorica chance di vincere la Fed Cup nel 2020. Invece (salvo una remota chance) giocheremo il Gruppo Zonale Europa-Africa che metterà in palio quattro posti per dei play-off (in programma nello stesso periodo delle Fed Cup Finals) che, a loro volta, daranno l'accesso al turno di qualificazione del 2021.

Strada in salita, a meno che l'Italia non ottenga la wild card che spedirà una squadra direttamente a Budapest senza nessun merito acquisito sul campo. Come accaduto per la Davis, infatti, anche la Fed Cup ha ceduto alla tentazione delle wild card, che non hanno nessuna attinenza con i meriti sportivi.

Tra l'altro, fino al 2022 una delle due sarà l'Ungheria, ammessa alle Finals in qualità di Paese ospitante. Brutto. Ma anche la riforma della Fed Cup, ahinoi, è specchio fedele dei nostri tempi. Tempi che si sono inchinati al Dio Denaro.