Wimbledon: quando il tennis si ribella al bianco (e alla tradizione)


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Wimbledon: quando il tennis si ribella al bianco (e alla tradizione)

L'assenza di sponsor a bordocampo (salvo il minuscolo logo Slazenger, storico fornitore di palline) rende Wimbledon l'unico torneo al mondo in cui il dress code impone ai giocatori di vestire esclusivamente di bianco.

Nel 2019 sembra incredibile, invece la tradizione è più o meno condivisa e apprezzata. Nel 2014, pensate un po', le norme sono diventate ancora più severe. Tuttavia, non sono mancati scandaletti e casi controversi, in cui i giocatori hanno trovato vari escamotage per vestire al limite del regolamento (o magari oltre), facendo disperare l'ala conservatrice, ancora molto forte a Wimbledon.

Come detto, le linee guida sono state aggiornate cinque anni fa con un “decreto” in dieci punti. Il punto cardine è il colore: i capi d'abbigliamento non possono essere bianco opaco o crema, ma rigorosamente bianchi.

E il colore? Qualsiasi striscia colorata su abiti, maniche, polsini e cappellini non può superare il centimetro di larghezza. Tali norme sono ritenute troppo severe: qualche critica è arrivata anche dai giocatori, tra cui Roger Federer (che qualche anno fa giocò un paio di partite con le suole dele scarpe arancioni) e Pat Cash.

Il vincitore della storica edizione 1987 ha detto che le norme sono il frutto di un “pensiero arcaico”. Ripercorriamo i casi più clamorosi in cui i tennisti hanno sfidato il dress code, facendo divertire i tabloid britannici.

Il più divertente risale al 1985, quando l'americana Anne White scese in campo con una tutina attillata, completamente bianca, per il suo match contro Pam Shriver. La connazionale non gradì, al punto che dopo il match si lamentò con gli ufficiali di gara: chiese che non fosse più permesso alla White di utilizzare un abito del genere.

L'abbigliamento sarebbe tornato di moda 23 anni dopo, quando è stato indossato (in versione “dark”) da Serena Williams al Roland Garros 2018. Nel caso dell'americana, tuttavia, c'erano necessità mediche, in particolare il controllo della circolazione dopo l'embolia di qualche anno fa e le difficoltà durante e dopo il parto.

La primissima polemica risale a 70 anni fa esatti. Nel 1949, l'americana Gertrude Moran, ai più nota come “Gorgeus Gussie”, fece scalpore perché indossava biancheria intima di pizzo. Dietro l'episodio c'è una storia: prima di scendere in campo, la Moran chiese il permesso di indossare un completo colorato.

Gli organizzatori dissero di no: in tutta risposta, si inventò la trovata del pizzo. La faccenda fece ancora più rumore perché, in quegli anni, le donne indossavano gonne particolarmente lunghe. Abbiamo citato la frase di Pat Cash: nel 1987, l'australiano si presentò a SW19 indossando la leggendaria bandana a scacchi bianchi e neri, diventata uno degli oggetti-feticcio più amati degli appassionati.

Il gesto di ribellione gli portò fortuna, poiché lo accompagnò fino al titolo. Ma veniamo ai giorni nostri: un paio d'anni fa, Venus Williams fu costretta a cambiare reggiseno perché, a un certo punto, le spalline di colore rosa divennero ben visibili.

Durante il secondo set, il match contro Elise Mertens fu sospeso per pioggia. Gli organizzatori approfittarono dello stop per imporle il cambio d'abbigliamento. Dopo la partita, Venus manifestò un certo disappunto nel parlarne.

“Quale reggiseno rosa? Non mi piace parlare di reggiseni o della mia biancheria intima in conferenza stampa. Per me è imbarazzante. Lo lascerò fare a voi, parlatene pure con i vostri amici”. Ha vissuto una situazione simile Tatiana Golovin, ex ottima giocatrice francese di origine russa.

Nel 2007 si parlò di lei perché indossava shorts rosso fuoco sotto l'abito bianco. I completi delle giocatrici sono strutturati in modo che il gonnellino svolazzi dopo alcuni colpi, in particolare il servizio.

Va detto che, fino alla rivoluzione del 2014, la Golovin è stata autorizzata a indossarli. Partendo dal fatto che si tratta di abbigliamento intimo, gli shorts non avevano l'obbligo di conformarsi alla regola del bianco.

Il cambio delle regole, oggi, estende il dress code anche all'intimo. Risale a quegli anni anche un caso riguardante Maria Sharapova: era il 2008 quando la russa sembrò prendere in giro il codice di abbigliamento: sia pur rispettando il bianco, aveva un paio di shorts abbinati a un top in stile smoking, con tanto di bottoni.

Parlando con i giornalisti, disse che era stata ispirata dall'abbigliamento maschile. “Ogni volta che mi reco a Wimbledon voglio fare qualcosa di classe ed elegante”. L'ultimo caso borderline riguarda colei che oggi effettua le interviste sul campo dopo i match più importanti: Sue Barker.

Oggi nota commentatrice, è stata un'ottima tennista negli anni 70, arrivando al numero 3 WTA. Durante Wimbledon 1977 (l'ultimo vinto da una britannica, Virginia Wade) fu criticata per un competo troppo corto e "a portata" di guardoni.

In sintesi, le sue scelte furono ritenute troppo “audaci” per gli standard dell'epoca. Nonostante le pressioni sarebbe arrivata in semifinale, arrendendosi a Betty Stove. Pare che quella sconfitta l'abbia delusa al punto di impedirle di vedere la finale. Chissà se il 2019 ci offrirà qualche storia simile. Di solito Wimbledon non delude mai...