Berrettini, un capolavoro fatto in casa. E va più in fretta di Panatta...


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Berrettini, un capolavoro fatto in casa. E va più in fretta di Panatta...

Ebbene sì, un ragazzo del genere può nascere anche dalle nostre parti. La vittoria di Matteo Berrettini a Stoccarda ha impressionato per la personalità, l'atteggiamento e la maturità mostrate per battere – uno dopo l'altro – fior di professionisti.

Kyrgios, Khachanov, Kudla, Struff e Auger Aliassime. Diventa difficile non scivolare in paragoni scomodi, persino antipatici, ma d'altra parte la professione li impone. Il nuovo ranking ATP lo colloca al numero 22, ma c'è di più: l'ATP Race, la classifica che tiene conto dei risultati in stagione, lo vede addirittura al numero 14, a meno di 500 punti dall'ultima posizione utile per le ATP Finals, attualmente occupata da...

Fognini. Cifre da brividi, che possono ingolosire e far immaginare traguardi che sembravano impensabili. Togliamoci il dente statistico: c'è già un dato su cui Berrettini è il miglior italiano dell'Era Open: a 23 anni, 2 mesi e 4 giorni è il giocatore ad aver impiegato meno tempo a conquistare tre titoli ATP.

È stato più veloce persino di Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Detto che i numeri lasciano il tempo che trovano, e che Matteo metterebbe mille firme per una carriera alla Panatta, il dato rimane. E accende l'ottimismo, perché arriva nel momento ideale: davanti a lui c'è Fabio Fognini, primo top-10 azzurro dopo un'eternità, ampiamente celebrato nei giorni scorsi.

Ergo, il romano ha meno pressione addosso. Ma ci torneremo: per provare a comprendere il Fenomeno Berrettini, bisogna passare anche da qui. Ma andiamo con ordine. Come si spiega l'ascesa del ragazzo che sta rivoluzionando i luoghi comuni sul tennista italiano? Non eravamo un popolo di terraioli, di giocatori che servono benino ma non benissimo, un po' pigri, dall'indole lamentosa e bla bla bla? Come è possibile che Matteo Berrettini abbia disintegrato credenze antiche e radicate? Detto che i suoi segreti sono – giustamente – custoditi da coach Vincenzo Santopadre, dalla famiglia e da chi gli sta accanto, proviamo a capirci qualcosa.

E illuminarci di speranze. Avevo già avuto la possibilità di parlargli qualche volta, ma erano state discussioni superficiali, prive di reali approfondimenti. L'ho conosciuto meglio quando ho realizzato un servizio per la rivista “Il Tennis Italiano” nell'autunno di due anni fa.

Eravamo in piena fibrillazione per le Next Gen Finals e, si pensava, Matteo ci avrebbe rappresentato. Aveva appena scalato 300 posizioni in un anno e si presentava come il volto nuovo del nostro tennis. Non avrebbe giocato quel torneo, perché Filippo Baldi lo avrebbe sgambettato nelle qualificazioni.

Poco importa. Nel giorno dell'intervista, Matteo si allenava sul campo in cemento del Circolo Canottieri Aniene, nascosto alla vista da cespugli e sentieri, quasi in incognito. Con lui, il fratello Jacopo (classe 1998, prospetto interessante) e coach Santopadre.

Non era ancora abituato all'attenzione mediatica che gli sarebbe piombata addosso in pochi mesi. In fondo, non era ancora capitato che un guardone di professione facesse qualche centinaio di chilometri soltanto per parlare con lui.

Mi guardava con un pizzico di naturale diffidenza. Non era ostilità, semmai ho avuto la sensazione che si sentisse quasi sotto esame. Il registratore si spense dopo 57 minuti, ma bastarono i primi cinque per capire chi avevo davanti.

Sguardo attent(issim)o, concetti espressi con buona proprietà di linguaggio, persino attento al corretto utilizzo del congiuntivo (d'altra parte ha la maturità scientifica: ha frequentato la scuola tradizionale nei primi quattro anni).

Inoltre, cercava spesso lo sguardo dell'interlocutore. Voleva essere sicuro di essere compreso, che il messaggio arrivasse correttamente. Non sarebbe corretto (e nemmeno giusto) parlare di empatia, perché creare un rapporto troppo confidenziale tra atleti e giornalisti rischia di essere scivoloso, se non pericoloso.

Però Matteo disse una cosa che mi colpì: “Sono molto favorevole al giornalismo sportivo, mi piace che le storie vengano raccontate nel modo corretto, che emerga nel modo giusto la mia personalità”.

E giù qualche esempio su una delle sue grandi passioni, il basket NBA. Aveva ascoltato alcune conferenze stampa e aveva capito l'andazzo: “Magari ci sono dieci cose positive e solo una appena negativa, ma spesso il giornalista si focalizza su quella”.

Vero. Tutto sommato giusto, a patto che si presti la dovuta attenzione anche alle altre e non si cada in malafede giornalistica. Venne fuori un servizio di sei pagine che – per fortuna – fu apprezzato, con tanto di ringraziamenti diretti e indiretti.

Lasciai il CC Aniene (oggi Matteo si allena presso la Rome Tennis Academy, gestita proprio da Santopadre) con la sensazione che avrebbe fatto strada. Non è necessario riportare quello che disse, salvo la percezione che quel ragazzo aveva le idee chiare su quello che aspettava, ostacoli compresi.

“Se l'anno prossimo chiuderò la stagione intorno al numero 130 ATP (la classifica che aveva in quel momento, ndr) sarei ugualmente soddisfatto perché avrei ottenuto gli stessi punti in contesti molto più complicati”.

È raro ascoltare una frase del genere da un ragazzo di 21 anni. Quelle parole furono il germoglio di un 2018 chiuso al numero 54 ATP, con il primo titolo nel circuito maggiore (Gstaad). Perché Matteo, quando si trovava a giocare un Futures in Egitto, in un momento di comprensibile scazzo, pensò ai suoi genitori e ai sacrifici che avevano fatto per permettergli di giocare a tennis e inseguire il sogno di diventare professionista.

A forgiarlo come tennista c'è una persona su cui si possono mettere entrambi gli avambracci sul fuoco: Vincenzo Santopadre. Pure lui aveva le idee chiare, aveva “studiato” e ha scoperto di avere qualità tecniche notevolissime.

Su quelle umane, beh, alzi la mano chi non gli vuole bene. Ed è stato bello, durante la cerimonia di premiazione a Stoccarda, ascoltare i ringraziamenti di Matteo. In risposta, Vincenzo si è battuto timidamente la mano sul petto e forse avrà mandato un pensiero a papà Tonino.

Due giorni prima, nella vetrina onnivora di Facebook, lo aveva ricordato per i tredici anni dalla sua scomparsa. Sarebbe stato fiero di lui, e siamo convinti che Matteo sarà felicissimo di avergli addolcito la triste ricorrenza di una perdita.

Insieme a Santopadre, al TC Weissenhof c'era Stefano Massari, mental coach di Berrettini da ben sei anni. Figura importante, perché il tennis – non lo si scopre adesso – è uno sport molto complicato sul piano mentale.

E qui torniamo alla pressione. Berrettini sa benissimo che deve fronteggiarla e ha imparato in fretta a conviverci, senza tirarsi indietro o cercare scuse. Quante volte abbiamo sentito la frase-alibi, rivolta a una giovane promessa a scelta: “Lasciamolo crescere tranquillo”.

Ma stiamo scherzando? Il rapporto con i media è parte integrante del lavoro di un tennista di vertice. Non è una penitenza da assolvere (anche se qualcuno la pensa così...), ma qualcosa da curare e allenare.

Magari non come un dritto o un rovescio, ma comunque con attenzione. D'altra parte, se i tennisti si arricchiscono e grazie alla popolarità che nasce dai media. Quindi, prima si impara è meglio è. Come disse una volta Boris Becker, la vera pressione ce l'ha un padre di famiglia che deve mettere insieme pranzo e cena per moglie e figli, non certo chi deve affrontare Peter Doohan a Wimbledon.

Mi piace pensare che Berrettini abbia iniziato a capirlo in quei 57 minuti di registrazione, sotto un gazebo del Circolo Canottieri Aniene. Da allora, la sua crescita sul campo è stata impetuosa. Il rovescio è migliorato in modo surreale, lo slice è diventato un'arma, e la mobilità sul campo non sembra quella di un ragazzone alto 196 centimetri.

Per carità, il suo dritto non emana poesia tennistica come quello di Federer, il rovescio bimane non ricorda quello di Djokovic. Ma è il gioco di Berrettini, ed è questo che conta. Diventerà un fuoriclasse? Ce lo auguriamo.

L'ottimismo nasce da una convinzione che non ha nulla a che vedere con la tecnica: Matteo saprà gestire le critiche. Se saranno argomentate e costruttive, non le vedrà come attacchi alla sua persona ma ci penserà su e saprà farne tesoro.

E migliorare ancora. I traguardi che sembravano impensabili, oggi, sono pensabili. Lo diciamo sottovoce. Ma lo diciamo.