Donne coach, un tabù da abbattere al più presto. Perché i risultati...


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Donne coach, un tabù da abbattere al più presto. Perché i risultati...

Non avesse avuto un pizzico di (umanissimi) tremori durante il match contro Marketa Vondrousova, forse Petra Martic avrebbe messo piede sul Campo Chatrier nel pomeriggio di sabato, e si sarebbe giocata la finale contro Ahsleigh Barty.

Nel suo percorso parigino aveva battuto Karolina Pliskova, reduce dal successo al Foro Italico, impressionata dalla sua prestazione. “Per batterla ci vorrà qualcuna in grado di fare qualcosa di speciale: non so se ci sarà”.

Purtroppo per lei, si è un po' incartata in un match che avrebbe potuto vincere. Il piazzamento nei quarti, tuttavia, rimane. Un risultato che serve a “convalidare” una scelta particolare: l'assunzione di una ex giocatrice WTA, più giovane di lei, nelle vesti di coach.

Da qualche tempo, infatti, si fa seguire da Sandra Zaniewska, ex numero 142 WTA, classe 1992. “Quando ho iniziato a lavorare con lei, tutti dubitavano della decisione – ha detto la Martic – l'hanno sottovalutata, qualcuno mi ha preso in giro, altri pensavano che avessi fatto una follia, che non era una cosa seria per la mia carriera perché Sandra è giovane e inesperta.

Ma io sapevo a cosa andavo incontro. Mi è bastato sentirla parlare di tennis per capire tante cose”. Che una ex tennista possa diventare coach può sembrare scontato, ma in realtà è un fenomeno piuttosto raro.

Soltanto quattro giocatrici comprese tra le top-100 WTA hanno scelto una donna come allenatrice. Erano cinque, ma una di queste ha abbandonato la sua allenatrice prima del Roland Garros. Un fenomeno strano, di difficile comprensione.

A sentire gli addetti ai lavori, la ragione principale sarebbe la scarsa propensione a viaggiare delle donne. Molte hanno messo su famiglia e preferiscono restare con i loro cari. Risultato? Un piccolo gruppo di allenatori uomini si specializza nel circuito femminile, creando un “giro” che monopolizza i posti di lavoro migliori.

Le voci alternative non vengono quasi mai prese in considerazione. Per questo, la partnership Martic-Zaniewska è un fenomeno raro, da studiare. Secondo la croata, la sua allenatrice è in grado di comprenderne gli stati d'animo meglio di qualsiasi uomo.

“Sa come ci si sente nello scendere in campo in un torneo del Grande Slam, quando ci sono i nervi a fior di pelle e non è facile controllarli – dice la Martic – avere dalla tua parte qualcuno che lo capisce, non giudica e non sottovaluta i tuoi stati d'animo riveste un ruolo importante”.

La Zaniewska ha smesso di giocare nel 2017. Riteneva che fosse impossibile trovare un impiego nel tennis, allora aveva iniziato a studiare economia aziendale. “Avevo la sensazione che entrare nel mondo degli affari sarebbe stato più semplice che fare l'allenatrice – dice la polacca – non ero sicura di quello che avrei potuto fare in questo ambiente, visto che le allenatrici donne si contano sulle dita di una mano.

Non che non volessi, ma pensavo che non fosse possibile”. La Zaniewska non era l'unica a pensarla così: nonostante abbia più del doppio dei suoi anni, c'è anche l'americana Betsy Nagelsen McCormack, recentemente assunta da Danielle Collins dopo tanti anni trascorsi lontano dal tour, durante i quali – da madre single – ha cresciuto la figlia e si è limitata a lezioni e corsi per ragazzini. “In effetti non avevo mai pensato di propormi a una giocatrice professionista – dice la Nagelsen McCormack, ex n.23 WTA – mi bastava allenare i ragazzini”.

A sorpresa, è giunta la chiamata della numero 36 WTA, recente semifinalista all'Australian Open. La Collins era “confusa” da un proliferare di allenatori che non avevano la giusta esperienza da giocatori.

“Al contrario, Betsy sa esattamente cosa sto passando. Un qualsiasi ragazzo, invece, non è mai stato in certe situazioni e cerca di comportarsi come se invece gli fosse successo”. I casi appena descritti, tuttavia, sono piuttosto rari.

E per una donna rimane complicato entrare nel mondo del coaching. Il NY Times ha raccontato la vicenda di Naomi Cavaday, ex buonissima giocatrice, per cinque volte nel main draw di Wimbledon. Nel 2007, appena diciottenne, arrivò ad un passo dal battere Martina Hingis.

La sua carriera, tuttavia, è stata piuttosto breve. Ha lasciato il tour a 22 anni, con l'idea di tornarci nelle vesti di allenatrice, condividendo l'esperienza maturata in anni di carriera. Le è bastato poco per capire che avrebbe trovato molte porte chiuse.

Il suo background non era considerato sufficiente, o comunque inferiore rispetto a quello di tanti uomini senza un particolare passato agonistico. A suo dire, c'è una viva discriminazione nei confronti dele donne.

“Non credo che le scelte siano deliberate, ma se tutte le giocatrici si comportano allo stesso modo ci sarà qualcosa dietro, non pensate?” dice l'ex n.174 WTA. Il tennis è uno specchio della società: pochissime donne ricoprono ruoli importanti, di responsabilità.

Per questo, la Cavaday è rimasta sorpresa dalla facilità con cui ha trovato lavoro come commentatrice. “In effetti ho commentato la finale del torneo di Roma e non ci sono stati problemi, ma c'è ancora tanto pregiudizio – racconta – i genitori di una giovane promessa pensano che io non sappia di cosa sto parlando”.

E pensare che viene dalla Gran Bretagna, laddove la figura di Judy Murray è influente e rispettata. La mamma di Andy si è esposta in prima persona sulla partnership Martic-Zaniewska, scrivendo su Twitter “Sandra Zaniewska conosce il tennis.

Conosce il circuito WTA. È una donna, dunque conosce il corpo e la psiche femminili. Triplice minaccia: grande mosse di Petra Martic”. In campo maschile, è rarissimo che un giocatore scelga di farsi allenare da una donna.

C'è il caso di Lucas Pouille (seguito da Amelie Mauresmo, che in passato aveva seguito Benneteau e lo stesso Murray, sfidando una caterva di pregiudizi), senza dimenticare Denis Istomin, allenato da mamma Klaudiya.

Ci sarebbe anche Mikhail Kukushkin, seguito dalla moglie. Ma si tratta di storie personali, i cui retroscena fanno pensare che non si possa creare un sistema, o almeno un movimento di allenatrici donne. Sarebbe il caso di partire dalla WTA, laddove è tutto più semplice.

Tuttavia, non c'è molta voglia di cambiare. Chi avrebbe voglia di farlo è Aleksandra Krunic, sempre seguita da allenatrici. La serba è delusa dall'andazzo e auspicherebbe una maggiore unione per cambiare le cose.

“Le ragazze non devono pensare di essere giudicate incapaci soltanto perché sono donne – ha detto – ci vuole un maggiore rispetto”. Tra le ex allenatrici della Krunic c'è Sarah Stone, che qualche tempo fa ha dato vita alla “Women's Tennis Coaching Association”, il cui obiettivo era dare una mano a capire le problematiche e le esigenze nel lavorare con una donna.

Più in generale, si vogliono cancellare i luoghi comuni alimentati dalle stesse giocatrici. Chi ha frequentato gli spogliatoi del circuito WTA ha sentito una serie di frasi discutibili: “Le donne sono troppo emotive”, “Non rispetterei un'allenatrice donna”, oppure “Le donne non sono in grado di palleggiare ai livelli di un uomo”.

In effetti, molte giocatrici sono arrivate in cima facendosi allenare da un uomo. Giunte così in alto, sono riluttanti a provare qualcosa di nuovo. Però i risultati sono spesso positivi: Jelena Ostapenko ha vinto il Roland Garros quando era seguita da Anabel Medina Garrigues, la stessa Garbine Muguruza aveva al suo angolo Conchita Martinez quando ha vinto Wimbledon (guarda caso, in quei giorni non c'era il suo head coach Sam Sumyk).

Oggi la Martinez è al fianco della Pliskova, creando un binomio di successo che però si è arreso al duo Martic-Zaniewska a Parigi. Basterebbe qualche esempio in più e i pregiudizi passerebbero in fretta. In fondo, basta solo un po' di coraggio.