Ashleigh Barty, una regina di Parigi cresciuta tra magazzini e galline


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Ashleigh Barty, una regina di Parigi cresciuta tra magazzini e galline

La foto, ormai, ha fatto il giro del mondo. E allora è bello raccontare, a partire da quel dolce scatto, la vita agonistica di Ashleigh Barty. La vincitrice del Roland Garros non è soltanto la prima australiana a domare la terra rossa 46 anni dopo Margaret Court, e nemmeno la seconda aborigena dopo Evonne Goolagong a vincere un torneo del Grande Slam.

In queste ore è diventata un simbolo dell'orgoglio australiano. Un'eroina nazionale. La foto la ritrae da bambina, in un giorno di pioggia, con un abitino da tennis e una racchetta Dunlop appoggiata sulla spalla destra.

Il cappellino in testa non riusciva a nascondere due guance paffute, esattamente come oggi, mentre la mano sinistra reggeva uno dei suoi primi trofei. La foto è stata scattata presso il West Brisbane Tennis Centre, quattro campi in cemento situati in un sobborgo industriale, alla periferia occidentale di Brisbane.

Qualcuno lo definirebbe un “postaccio”, perché incastonato tra impianti di imbottigliamento, magazzini e persino una fattoria piena di galline. Difficile pensare che una futura campionessa abbia iniziato proprio lì.

In effetti, il West Brisbane Tennis Centre incarna efficacemente il concetto di “umili origini” di cui la Barty va fiera. La vernice è sbiadita, le recinzioni sono cadenti. Eppure, all'alba del nuovo millennio, non c'erano grandi alternative.

Un bel giorno, la piccola Ashley si presentò a Jim Joyce, responsabile della scuola tennis. Aveva 4 anni e lui non aveva allievi della sua età, tanto da pensare di rimandarla a casa. Ma rimase folgorato dalla sua naturale attitudine per lo sport.

Le loro strade si sono separate col tempo, ma Joyce rimane un capitolo importante nel romanzo che ha vissuto la sua sublimazione a 17.000 chilometri da casa, sul campo intitolato a Philippe Chatrier. È ancora un mentore, un amico, forse un secondo padre.

Fu lui a capire che quella bambina avrebbe potuto giocare con avversarie che avevano il doppio dei suoi anni. “Uno dei motivi per cui la accettai era la sua concentrazione. Aveva una capacità di attenzione semplicemente incredibile.

Sembrava una bambina di 9-10 anni per come apprendeva facilmente e non si distraeva da quello che dicevo. Negli anni ho visto tanti ragazzi di talento, forse con qualità tennistiche superiori ad Ahsley, ma nessuno aveva la sua testa”.

La storia di Jim Joyce è legata a doppia mandata a quella della Barty. Non è un caso che, tra la montagna di messaggi ricevuti dopo la finale, la neo campionessa di Parigi abbia scelto di scrivere proprio a lui.

Diceva che non solo non riusciva a credere di aver vinto uno Slam, ma di averlo fatto sulla sua superficie peggiore. “Quando mi sono svegliato, domenica mattina, ho subito riguardato gli ultimi game per accertarmi che fosse accaduto per davvero.

Non vedo l'ora di abbracciarla, per me è come una figlia, non riesco a descrivere il percorso che abbiamo vissuto insieme”. In fondo, il West Brisbane Tennis Centre rimane un punto di riferimento per “Ash”: sarà retorica, ma è andata davvero così.

Torna regolarmente su quei quattro campi sgangherati, a volte per trovare conforto nei momenti difficili, a volte per dare qualche lezione ai bambini che sognano di diventare come lei. I corsi ai ragazzini sono stati il suo unico punto di contatto con il tennis nel momento in cui aveva deciso di lasciar perdere tutto, ad appena 18 anni.

Non le piaceva la vita nel tour, le pressioni, una routine asfissiante. E allora si è tuffata nel cricket, annusando uno sport di squadra, così diverso dall'individualità sfrenata del tennis. “È stato un periodo fantastico della mia vita – racconta la Barty, che ha giocato un'intera stagione con le Brisbane Heat – le mie ex compagne di squadra mi hanno accolto a braccia aperte.

Il modo in cui mi hanno accettato è stato incredibile, credo che la nostra amicizia durerà per tutta la vita”. Chi l'ha vista all'opera con la mazza da cricket in mano, giura che sarebbe diventata una campionessa anche lì.

Il cricket rimane qualcosa di importante, al punto da utilizzarlo come distrazione per esorcizzare l'eterna attesa prima della finale contro Marketa Vondrousova. Nella palestra dello Chatrier, mentre Djokovic e Thiem battagliavano tra pioggia e vento, il clan Barty ha improvvisato una partita di cricket.

“Comunque non ho mai detto che non avrei più giocato a tennis – prosegue la Barty – avevo bisogno di crescere come persona e lasciare aperte diverse porte per il mio futuro”. Quando ha scelto di tornare, nel 2016, la sua inesorabile scalata verso la cima è stata supervisionata da un altro coach, Craig Tyzzer, aria da papà buono e saggio.

“Ash non sarebbe mai diventata così forte se non avesse smesso – racconta Tyzzer – abbandonare il tennis è stata la cosa migliore che abbia mai fatto, ma questo successo non era nei nostri pensieri.

E di sicuro non cambierà il suo approccio. Ha uno spirito australiano: gioca, fa del suo meglio, guarda negli occhi l'avversaria e le stringe la mano. È una ragazza umile, lavora sodo e non mi sorprende che giochi così bene sulla terra battuta: il servizio in kick e il rovescio in slice sono armi importanti su questa superficie”.

Da ragazzina, in effetti, aveva vinto i campionati nazionali sulla terra battuta, poi si era convinta di non essere in grado di giocare sul rosso. “Una delle ultime cose che le ho detto prima che se ne andasse, fu proprio cercare di convincerla che poteva essere molto forte sulla terra” dice Joyce.

Ma il destino era dietro l'angolo: la sua prima trasferta tennistica oltre oceano risale a dieci anni fa, proprio a Parigi. La Barty post rientro, transitata dal fango virtuale dei tornei minori, è molto più forte sul piano atletico e glaciale nella tenuta mentale.

Poche giocatrici sanno essere così fredde nella situazioni di pressione. “Prorio per questo, credo che non patirà più di tanto il contraccolpo dopo un successo così importante. Sarà in grado di gestirlo” sentenzia Joyce, che la vede tra le possibili protagoniste anche a Wimbledon.

Ma tutto quello che verrà, da oggi, avrà un sapore diverso. La semplice ragazza di Ipswich, Queensland, cresciuta tra magazzini circondati da galline, ha scritto una storia che può essere una fonte di ispirazione. Lo sport serve anche a questo.