Wawrinka-Tsitsipas, quando il tennis è una metafora di vita


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Wawrinka-Tsitsipas, quando il tennis è una metafora di vita

Ormai non c'è neanche più bisogno del DVD. Basta un qualsiasi supporto digitale per imprigionare da qualche parte il fantastico match tra Stan Wawrinka e Stefanos Tsitsipas, cinque ore e nove minuti in cui il tennis si è tramutato in metafora dell'essenza più pura della vita.

C'è stato dentro tutto, in una partita i cui significati tecnici e agonistici passano in secondo piano. Per il senso di queste righe, non ha nessuna importanza che abbia vinto lo svizzero. A un certo punto, non era più tennis.

C'erano in campo due uomini (uno già formato, l'altro che lo sta diventando a passi da gigante) che hanno dato fondo alle proprie energie fino all'ultima goccia di sudore. Retorica? Forse. Ma provateci voi, a giocare a tennis dalle 14 alle 19 nella prima vera giornata estiva di un 2019 all'insegna delle stranezze meteo.

Abbiamo visto oltre 120 colpi vincenti e soluzioni tecnicamente sopraffine, ma anche questo passa in secondo piano quando si vive un'altalena di situazioni e punteggi così folle, imprevedibile, senza apparente logica.

Apparente, perché l'occhio più attento ha percepito sin dai primi scambi quella voglia di vincere, o meglio, di non voler perdere che ha pervaso i cuori di Stan e Stefanos. Lo svizzero sembrava definitivamente perso per il grande tennis, a causa di un ginocchio che non lo lasciava in pace e lo ha obbligato a una delicata operazione quando aveva ormai 32 anni e un fisico ormai logoro.

Ma “Stan the Man”, come ama definirsi, è un duro. O meglio, un testardo. Soltanto uno come lui avrebbe potuto convincere Magnus Norman a tornare sui suoi passi dopo averlo scaricato un paio d'anni fa per dedicarsi alla famiglia e alla sua accademia, nei dintorni di Stoccolma.

Soltanto uno come lui avrebbe potuto pensare di spezzare l'egemonia dei Big Three, vincendo tre Slam in tre anni diversi, battendoli tutti, senza pietà. Quando è in palla, Wawrinka sembra un martello pneumatico.

La sua Yonex assomiglia a una clava che randella senza pietà, soprattutto con il dritto. Il rovescio è già un'opera d'arte tennistica, plasmata anni fa da quel Dmitri Zavialoff che sta facendo un altro miracolo tecnico con Johanna Konta.

Ma ciò che colpisce è la voglia di non arrendersi, di andare su ogni palla portandosi dietro una novantina di chili che sono frutto della sua costituzione, ma anche di una condotta non sempre impeccabile. Da parte sua, il greco è stato un inno alla resistenza.

È finito diverse volte per terra, inzaccherandosi di polvere rossa dalla testa ai piedi. Non si è cambiato la maglia, non si è pulito le gambe intrise del campo di battaglia e non ha (quasi) mai cambiato espressione, cercando di restare concentrato e impermeabile ai raggi di sole che potevano bruciare il cervello e le idee.

Si è concesso qualche urlo nella sua lingua e un paio di manate in faccia nell'ultimo game, quando ha capito che la faccenda gli stava scappando di mano. Ma è stato quasi eroico nel rincorrere decine di fiammate provenienti dalla racchetta nera, con bordi rossi, di Wawrinka.

In una perfetta contrapposizione tra ghiaccio e fuoco, lui era tutto azzurro, anche nei colori della racchetta. Un colore che non ha scelto a caso, perché rappresenta la sua amata Grecia. Per cinque ore e nove minuti, Wawrinka e Tsitsipas hanno regalato al tennis uno splendido spot promozionale.

Uno spot che dovrebbe far fischiare le orecchie di quei soloni che, 24 ore prima, nei sotterranei del Roland Garros, tramavano l'ennesimo attentato alla tradizione: dal 2020, anche la Fed Cup dovrebbe assumere lo stesso agghiacciante format della Coppa Davis.

Tra le donne è meno clamoroso perché la Fed Cup ha cambiato spesso formato e per anni si è giocata in una settimana, ma è il principio che conta: in nome di chissà quale necessità affaristica, stanno lentamente cancellando le cose più belle che può offrire questo sport.

E il campo Suzanne Lenglen, nella sua umanissima imperfezione (il lato alla sinistra del giudice di sedia sembra una pista di pattinaggio, da quanto si scivola) era il palcoscenico migliore. I fotografi saranno impazziti di gioia nell'immortalare le istantanee di un caldo tramonto, il campo divelto dalle scivolate e dai segni lasciati dai giocatori, oltre alle loro sagome consumate dalla fatica.

Cinque ore e nove minuti terminate con un lungo abbraccio, perché è stata una sfida leale. Non abbiamo visto colpi sotto la cintura, polemiche inutili, litigi da tarda infanzia. Abbiamo visto, semplicemente, una metafora di quello che viviamo tutti i giorni.

Difficoltà grandi e piccole, bucce di banana disseminate un po' ovunque e ostacoli nascosti. A volte riusciamo a superarle, come è successo a Stan Wawrinka, a volte veniamo ricacciati indietro, come è successo a Stefanos Tsitsipas.

“In fondo si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie” ripete spesso il saggio Michael Chang. Il greco lo sa, e dopo aver mischiato le lacrime all'acqua della doccia, ripartirà dal prossimo torneo.

Come accade nella vita. Al di là di quello che Wawrinka metterà in campo contro Roger Federer, le cinque ore e nove minuti di domenica 2 giugno sono un messaggio – l'ennesimo – che il tennis manda alle folli idee di cambiamento.

“Dobbiamo cercare di rendere il tennis più attraente per i più giovani, perché la loro soglia di attenzione si è drammaticamente abbassata” ripeteva come un mantra Chris Kermode, futuro ex presidente ATP (anche se potrebbe tornare clamorosamente in ballo, ma questa è un'altra storia).

Al termine di una partita del genere ci si domanda se abbia una funzione maggiormente educativa la formula delle Next Gen Finals, con i suoi strambi punteggi, o queste cinque ore e nove minuti. Oppure, se Stefanos Tsitsipas sarà ricordato più per questa partita o per il suo successo dentro un padiglione della Fiera di Rho. Già, sono domande retoriche.