Caruso Story: quando pazienza e passione pagano con gli interessi


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Caruso Story: quando pazienza e passione pagano con gli interessi

Faceva freddo, quel giorno di marzo a Caltanissetta. La deliziosa città nissena ospitava ancora un torneo Futures, prima di effettuare il grande salto a Challenger che ha regalato alcune edizioni indimenticabili (purtroppo, da quest'anno il torneo non si giocherà più).

Quel giorno, un 15enne proviente da Avola, Siracusa, giocava il suo primo match nel circuito professionistico. Salvatore Caruso, proveniente da una famiglia senza praticanti né appassionati di tennis, perse contro Giulio Torroni.

Tutto normale. Aveva grandi sogni, quel ragazzo ammaliato dalla Formula Uno "a causa" di papà Enzo, super-appassionato di motori (oltre che di vela). Sognava, un giorno, di giocare per la prima volta nel tabellone principale di uno Slam.

E magari passare un turno. Ci sono voluti oltre undici anni, ma alla fine il sogno si è realizzato. In mezzo tante difficoltà e la paura di non farcela, ma quel sorriso pulito da ragazzo del sud non lo ha mai abbandonato.

Caruso non è baciato da un talento cristallino. Si è dovuto costruire, passo dopo passo, tecnicamente e umanamente. La sua storia è iniziata quando aveva cinque anni e mezzo, nell'estate 1998, quando tornava a casa dopo una serata nella piazza centrale di Avola.

Vide un volantino che promuoveva lezioni di tennis, e disse al padre che gli sarebbe piaciuto provarci con lo sport della racchetta. “Benedirò sempre quel giorno, perchè il tennis – oltre a essere il mio lavoro – mi ha fatto crescere moltissimo come uomo e come atleta” ha detto Caruso qualche mese fa.

Il suo primo maestro è stato Andrea Salinitro, ancora oggi suo grande tifoso. Capita, di tanto in tanto, che lo segua in giro per i tornei. Pur continuando a fare la scuola pubblica fino ai 18 anni, Salvatore si è reso conto sin da subito che il tennis sarebbe stato molto invasivo nella sua vita.

Niente pizze al sabato sera, niente gite con i compagni di scuola. Però non erano sacrifici, perchè il tennis è sempre stata la sua passione. Da Avola, a 13 anni di età, si è trasferito a Siracusa.

Dopo qualche anno tra il TC Siracusa e il Matchball, ha conosciuto l'uomo chiave della sua carriera: il palermitano Paolo Cannova, presente in prima fila anche sul Campo 4 del Roland Garros, in cui Caruso ha giocato una partita diligente, attenta, molto valida sul piano tecnico.

Dopo il matchpoint gli ha fatto un gesto d'intesa e se n'è andato, lasciandogli il palcoscenico. Prima di arrivare nel paradiso del tennis, la gavetta è stata lunghissima. “Nei Futures trovi giocatori affamati, è una giungla da cui molti non sono emersi.

Però ti forma tantissimo e crei molti legami”. Dopo qualche anno nei tornei Futures, intorno al 2013 ha iniziato a frequentare con maggiore frequenza i tornei Challenger. “Laddove il livello è sempre più alto”.

Quell'anno è arrivata la “benedizione” di Roger Federer: “Un sabato sera, ero fuori con amici, mi chiesero se volevo allenarmi con Roger in Svizzera. Non ci credevo, mi sembrava una mezza presa in giro.

Invece era tutto vero”. È rimasto lì per tre giorni, accompagnandolo nella preparazione allo Us Open. “Di tanto in tanto capita ancora adesso di incontrarlo ed è molto gentile, mi chiede come va”.

“Sabbo”, come lo chiamano gli amici, è arrivato piuttosto rapidamente intorno ai top-200 ATP ma si è incagliato per un paio d'anni su quei livelli. Non è facile emergere, soprattutto quando i top-100 vengono visti un po' come “super-uomini”, perché sono quelli che ce l'hanno fatta, quelli che giocano gli Slam senza dover tribolare nelle qualificazioni.

Però, piano piano, li ha avvicinati. Nel 2016 ha giocato per la prima volta nel tabellone agli Internazionali BNL d'Italia (“Peccato aver giocato male contro Kyrgios, ero troppo emozionato, c'era tutta la famiglia a seguirmi”), poi lo scorso anno è arrivato il primo titolo Challenger, ai piedi del Lago di Como, in una settimana scandita dal maltempo, con i quarti giocati indoor e semifinali e finale nello stesso giorno.

Il piccolo salto di qualità è proseguito nel 2019, con ben quattro quarti di finale nel circuito Challenger (Indian Wells, Alicante, Murcia e Roma) e la bella semifinale a Phoenix, con tanto di vittoria contro David Goffin, la più prestigiosa in carriera.

Ma la più bella è arrivata sotto il pallido sole di Parigi, quando si è sdraiato sulla terra battuta dopo l'ultimo errore di Jaume Munar, che pure gli sta davanti di un centinaio di posizioni nel ranking ATP.

A ben vedere, questo successo è figlio della sconfitta dello scorso anno, in cinque set, contro Malek Jaziri in Australia. Le parole di Caruso furono profetiche: “Desideravo giocare cinque set nel mio primo match sulla lunga distanza, perché mi è servito a capire che li posso giocare tranquillamente.

Sono certo che la prossima volta farò meglio”. Non ha avuto bisogno di giocarne cinque, perché nel terzo e nel quarto è stato implacabile contro un avversario un po' nervoso, ma di grande qualità tecnica e atletica.

E adesso è legittimo sognare, visto che il prossimo avversario si chiama Gilles Simon, ex top-10, ma lontano dai fasti di un tempo. Partirà favorito, ci mancherebbe, ma non è più quello di qualche anno fa.

Comunque vada, il siciliano è certo di conquistare il best ranking: salirà intorno al numero 136 ATP, sempre più vicino ai quei top-100 che sono il suo primo traguardo. Poi ne verranno altri. Fino all'anno scorso, sognava di poter diventare il miglior siciliano di sempre: proprio a Parigi, invece, è arrivata la favola di Marco Cecchinato, straordinario semifinalista, primo italiano dopo 40 anni.

Per “Sabbo” sarà dura spingersi così in alto, fino al numero 16. Tuttavia, la 68esima posizione di Alessio Di Mauro non è più un miraggio. Tutto il resto, è solo motivazione. Una grande motivazione.