Il sogno infranto di Bolelli: possibile addio al singolare


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Il sogno infranto di Bolelli: possibile addio al singolare

È triste che la notizia sia arrivata un po' così, in sordina, in una semplice intervista post-partita. "Non so per quanto giocherò ancora in singolare". Simone Bolelli aveva appena superato Kamil Majchrzak nelle qualificazioni del Roland Garros: raggiunto da Alessandro Nizegorodcew, che poi ha riportato le sue parole su SportFace, il bolognese ha informato che le qualificazioni di Wimbledon potrebbero essere il suo ultimo torneo in singolare.

La notizia, in sé, non è clamorosa. Dopo l'intervento al ginocchio del 2016, il “Bole” non ha ritrovato la competitività desiderata. Veleggia da un paio d'anni intorno alla 150esima posizione ATP e il prossimo ottobre spegnerà 34 candeline.

Effettuare una scelta ci sta. “Questa risalita mi sta costando parecchio – ha detto – sul piano fisico è quasi impossibile gestire sia singolare che doppio, specie quando ti fanno giocare due partite nello stesso giorno.

Una riesco, due anche, ma già alla terza inizio ad accusare. Non è una decisione semplice, ma sono sereno”. L'obiettivo di Simone è giocare più doppi possibile per sistemare una classifica che attualmente lo vede al numero 114 ATP (in singolare è 191), ma che in passato lo ha premiato addirittura con un posto tra i top-10.

Nel 2015 si è tolto lo sfizio di vincere l'Australian Open insieme a Fabio Fognini, con il quale ha anche messo il naso alle ATP Finals di doppio. Col doppio si fa meno fatica, ad alti livelli si guadagna bene e le carriere possono essere molto, molto lunghe.

Basti pensare ai gemelli Bryan, ancora sulla cresta dell'onda a 41 anni, o all'eterno Daniel Nestor, che ha alzato bandiera bianca a 46 primavere. Simone non ha dato certezze, ha soltanto riferito che dopo Wimbledon (“Uno dei miei posti preferiti, sull'erba ho sempre giocato bene”) rifletterà sul da farsi: “Valuterò se continuare a full oppure buttarmi sul doppio, che secondo me è una buona alternativa”.

La priorità, in questo momento, è mettersi in una buona posizione per un 2020 da protagonista in doppio. Qualunque sia la decisione, e se anche dovesse andare avanti ancora un po' anche in singolare, il peso delle sue parole è micidiale: si è reso conto di non essere più in grado di raggiungere gli obiettivi che da giovane sognava, poi era arrivato a sperare, infine ha rincorso senza successo.

Ed è una constatazione dolorosa, quasi infame se pensiamo alle sfortune di una carriera a cui è sempre mancato l'acuto, la vera consacrazione. Ed è un peccato, perché Simone aveva in canna il colpo giusto.

Ripensando a questi 13 anni di carriera c'è una parola che rimbomba, forte e chiara: rimpianto. Per carità, 5 milioni di dollari (lordi) di soli premi ufficiali sono un bottino niente male, e le soddisfazioni non sono mancate.

Ma com'è possibile che uno come lui non abbia mai vinto un torneo ATP? Com'è possibile che non sia mai andato oltre il numero 36 ATP? Una volta gli ho chiesto cosa rispondesse a chi diceva che non fosse grintoso a sufficienza, forse condizionato da quell'aria un po' così, da bravo ragazzo, dall'educazione infinita.

“Sono le parole di chi non sa cosa c'è dietro”, rispose deciso. In effetti, Simone ci ha sempre provato. Ha cambiato diversi coach e guide tecniche, ha tenuto un atteggiamento professionale e ha sempre provato a fare le cose per bene, a non arrendersi.

La sua carriera è stata condizionata da tre momentacci, che col senno di poi hanno fatto la differenza. Il primo, famosissimo, risale al 2008. Reduce dalla sua unica finale ATP (persa al fotofinish contro Fernando Gonzalez a Monaco di Baviera) e dagli ottimi terzi turni a Parigi e Wimbledon, chiese di non giocare un match di Coppa Davis contro la Lettonia.

Era uno spareggio per rimanere in Serie B. Il fatto è caduto in prescrizione e oggi non è importante capire se la sua presenza fosse davvero fondamentale per battere Ernests Gulbis e tre turisti. La FIT impose al capitano Corrado Barazzutti di convocarlo ugualmente, mettendolo nella condizione di decidere: “o con noi, o contro di noi”.

Simone scelse di andare a Bangkok, perché in quel periodo stava effettuando un lavoro tecnico insieme a coach Claudio Pistolesi. Voleva concentrarsi sulle superfici veloci, raccogliere quei 10-15 punti in più a rete che avrebbero fatto la differenza.

Il suo rifiuto fu visto come un affronto, uno “sputare sulla bandiera” (Pietrangeli dixit) e si creò una frattura profonda, apparentemente insanabile. Nel dicembre di quell'anno, lui e Pistolesi rinunciarono alla tessera FIT.

Angelo Binaghi disse che “finchè sarebbe rimasto presidente FIT”, Bolelli non avrebbe più giocato in Coppa Davis. Lui replicò, affermando che non avrebbe più giocato “fino a quando Binaghi sarebbe rimasto presidente FIT”.

La storia ha raccontato altro. Il 21 maggio 2009 (guarda caso, dieci anni fa esatti) è terminata la collaborazione con Pistolesi dopo un torneo di Roma in cui si era presentato con una polo griffata “Italia” e, dopo la sconfitta contro Kohlschreiber, fu accompagnato da qualche fischio del pubblico.

Non sappiamo cosa sia successo dietro le quinte, ma i fatti raccontano che un paio di mesi dopo una “pena riabilitativa” (palleggiare con i ragazzi delle zone terremotate dell'Aquila) avrebbe estinto ogni infrazione ai regolamenti federali.

E così Simone è tornato sotto l'ala federale, diventando un punto fermo del team di Coppa Davis. Dopo il suo caso, la FIT ha preso ad essere decisamente più "morbida" con i vari giocatori che hanno chiesto di saltare una partita.

I numeri, tuttavia, hanno certificato che la separazione con Pistolesi non gli ha fatto bene: tra il 2009 e il 2010 ha raccolto quattordici sconfitte di fila al primo turno. Piano piano, aveva trovato il modo per risalire. In mezzo a una girandola di coach (al suo angolo si sono alternati Riccardo Piatti, Simone Ercoli, Renzo Furlan, Eduardo Infantino, Umberto Rianna, Giancarlo Petrazzuolo, Giorgio Galimberti e adesso di nuovo Infantino), si era riportato a ridosso dei top-50 ATP.

Poi, il secondo crack: durante il torneo di Miami, nel 2013, gli è saltato il polso. Ci ha provato con le terapie riabiltiative (lo portarono anche in Canada per un match di Davis, quando era evidente che non avrebbe potuto giocare), ma poi è stato costretto a operarsi.

Un anno intero perso, ma la motivazione non è mai scomparsa. Per anni, ha parlato di un sogno: entrare tra i top-10. Ci credeva davvero, forte di una combinazione servizio-dritto di quelle che fanno male, che danno tanti punti.

Gioca benino in ogni zona del campo, e con il tempo ha limato una reattività non eccelsa nella risposta al servizio (in questo, il doppio è stato importante). Ha continuato ad alzarsi ogni mattina alle 7 e farsi una mezz'oretta di corsa prima di colazione, di andare in palestra, di guardare il tennis in TV.

Nel 2014 il rientro è stato impetuoso: tanti successi Challenger, ancora al terzo turno a Wimbledon (con quella maledetta sospensione per pioggia quando aveva quasi domato Kei Nishikori) e l'aria dei grandi di nuovo annusata, con un ranking risalito in 47esima posizione.

Era il 23 marzo 2015, si pensava fosse la base ideale per un grande ritorno. Purtroppo, è rimasto il picco della sua seconda carriera. Sono arrivate le soddisfazioni in doppio, quel successo in Australia che ha riacceso il ricordo dei Pietrangeli-Sirola e dei Panatta-Bertolucci.

Ma la sfiga, mannaggia a lei, era sempre dietro l'angolo. Nel 2016 ha iniziato a fargli male il ginocchio. C'era una calcificazione ossea e l'hanno dovuta rimuovere. Altri sette mesi di stop, di nuovo classifica andata a male.

Stavolta, però, il rientro non è stato altrettanto brillante. I top-100 non sono mai più tornati, con un picco (quasi offensivo per lui) al numero 129 ATP, esattamente un anno fa. Da quando è tornato, Simone non ha più vinto tornei: ha giocato due finali Challenger (Santiago e Barletta, l'anno scorso) e ha espresso il meglio di sé, guarda un po', soltanto negli Slam.

Due secondi turni a Wimbledon partendo dalle qualificazioni, un secondo turno a Parigi e – l'anno scorso – una grande partita contro Rafael Nadal, in cui è risultato l'avversario più ostico per Rafa dopo tre anni.

Ripensare a quel match alimenta l'amarezza, per non dire la rabbia, per quello che avrebbe potuto essere. Purtroppo, non è stato. “I sacrifici prima o poi pagano. Deve essere così” diceva, a mò di autoconvincimento, qualche anno fa.

Non sappiamo se l'Australian Open di doppio sia stato l'indennizzo che desiderava. Forse no. Simone voleva qualcosa di suo, da condividere solo con se stesso, i genitori e la moglie Ximena (ad agosto festeggeranno dieci anni di matrimonio).

Quella libidine, quel “dritto vincente nel quinto set di un match di Coppa Davis” non arriverà mai. Magra consolazione: se anche andasse avanti, quel colpo non potrebbe più giocarlo. La Davis, che tante emozioni gli ha procurato (sia belle che cattive), è stata uccisa dai voti di scambio. Forse è un rimpianto in meno.