La difficile ripartenza di Lucas Pouille


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La difficile ripartenza di Lucas Pouille

Ci sono voluti 105 giorni, un'eternità, affinché Lucas Pouille tornasse a vincere una partita nel circuito ATP. Lo scorso gennaio, il francese aveva giocato un fantastico Australian Open: spingendosi in semifinale, aveva fatto pensare che la collaborazione con Amelie Mauresmo potesse essere foriera di soddisfazioni.

Da allora è piombato in una serie di sconfitte che lo hanno costretto a tornare nel circuito Challenger. Ha giocato (e vinto) il torneo di Bordeaux, poi ha passato un turno al Mutua Madrid Open (buon successo su Coric, poi ha ceduto a Hurkacz).

Alla Caja Magica ha messo fine a una striscia di sei sconfitte consecutive, e adesso punta ritrovare se stesso. La strada è ancora lunga, perché a Roma ha ceduto a un Matteo Berrettini in gran forma. Gli ultimi otto mesi sono stati una girandola di emozioni per il francese.

Ha chiuso il 2018 vincendo solo una partita negli ultimi cinque tornei, cedendo a Marin Cilic nel match che ha consegnato la Coppa Davis alla Croazia. La sconfitta al primo turno di Sydney contro Andrey Rublev aveva preoccupato, come se l'onda negativa della passata stagione non fosse terminata.

“Avevo dato tutto per il weekend di Coppa Davis – ha detto – quando è finito, mi sono sentito un po' perso. Non sapevo bene cosa volessi fare, se allenarmi o andare in vacanza. Non mi godevo il mio tempo sul campo da tennis”.

Aveva già effettuato una scelta importante: separarsi dallo storico coach Emmanuel Planque, con il quale aveva condiviso la transizione verso il professionismo. Dopo una trattativa che ha tolto la Mauresmo dalla panchina della Davis francese, è riuscito ad ingaggiarla.

Il fulmine a spezzare la monotonia è stato l'Australian Open, laddove aveva sempre perso al primo turno in cinque apparizioni. Invece ha giocato il torneo della vita, battendo gente tosta come Coric e Raonic, prima di incappare nell'inarrivabile Djokovic.

“C'erano ben poche aspettative, volevo soltanto fare un passo alla volta. Quando ti presenti a un torneo, l'obiettivo e vincere una partita, poi viene il resto”. Il problema è che lo scoglio del primo turno è diventato insormontabile per tre mesi, peraltro contro avversi non irresistibili.

A quel punto, per ritrovare un pizzico di fiducia, ha scelto di tornare a giocare un torneo Challenger. Non frequentava quel mondo da oltre tre anni (Guadalajara 2016). Ha rischiato di uscire al primo turno contro l'argentino Pedro Cachin (n.231 ATP), annullandogli addirittura un matchpoint, poi però ha trovato una discreta condizione e si è aggiudicato il titolo.

Ripartire dal basso gli è servito, poi ha già dimostrato di poter cogliere buoni risultati praticamente all'improvviso. In sintesi: potrebbe anche essere una mina vagante al Roland Garros, laddove il pubblico sarà tutto per lui.

“A fine 2018 mi sono preso un po' di tempo per pensare a me stesso, alla mia carriera e a quello che voglio fare. Mi sono detto che ho ancora 10 anni da vivere nel tour e ho riflettuto: 'Li vuoi vivere così oppure divertendoti, giocando sui campi più belli del mondo, con un grande pubblico, e magari vincere titoli importanti?'

Allora ho deciso di muovermi. Se un giorno non vuoi allenarti, non farlo. Fallo soltanto quando ne hai voglia. Ed è così che sono tornato”. Va detto che le sconfitte a febbraio e marzo sono (anche) figlie di un fastidioso virus influenzale.

Ragioni fisiche che gli hanno evitato di entrare in una spirale negativa sul piano mentale. Già che c'era, ha cambiato preparatore atletico. Lasciato Pascal Valentini, ha assunto Gerald Cordemy: “Adesso voglio lavorare in modo diverso e concentrarmi di più sul gioco.

Ho fatto molti progressi negli ultimi quattro anni, ma ho sentito che era giunto il momento di cambiare”. A 25 anni, l'uomo che dovrebbe rappresentare il presente e il futuro del tennis francese, è giunto a un bivio: rimanere un giocatore da singoli exploit oppure ritrovare la continuità che soltanto l'anno scorso gli aveva permesso di entrare tra i top-10?