La lezione di Davin, demiurgo di Fognini: “Si può cambiare a qualsiasi età”


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La lezione di Davin, demiurgo di Fognini: “Si può cambiare a qualsiasi età”

“Quando mi allenavo con José Perlas era complicato stargli dietro perché parlava sempre. Franco è un tipo silenzioso, a volte devo tirargli fuori le parole”. L'aveva detto Fabio Fognini in tempi non sospetti, dopo che aveva ottenuto il suo primo grande risultato con Franco Davin: la semifinale al Miami Open.

L'ex numero 30 ATP, classe 1970, in effetti non ama apparire più di tanto. “Quando un giocatore alza un trofeo, gli dico che non deve neanche menzionarmi. Non mi interessa. Io voglio soltanto che migliori in classifica”.

Davin è sempre stato così, silenzioso e lavoratore. Fin da piccolo, quando non si è mai distratto dal tennis nemmeno quando suo padre gli aveva comprato una piccola moto. Da ragazzino, giocava spesso tornei in Italia.

Mentre presunti piccoli fenomeni stavano in panciolle in players lounge, lui si allenava sui campi più remoti. L'Italia è un Paese importante per Davin: non solo ci ha vinto due dei suoi tre titoli ATP (Palermo e St.

Vincent), ma ci ha vissuto una delle sue peggiori delusioni: nel 1987 stava battendo John McEnroe (era avanti di un set e un break) quando spensero le luci del centrale. Altro che blackout: fu un gesto pilotato, per metterlo in difficoltà e dare una mano all'americano nella sua prima apparizione romana.

Missione compiuta, perché “Mac” si impose in tre set. Dopo essersi ritirato a 27 anni, “Paloma” (come era soprannominato ai tempi) è diventato un ottimo coach e sta restituendo all'Italia quello che aveva ricevuto da ragazzino, senza però serbare rancore per quel piccolo grande sgarbo.

Nella settimana magica di Monte Carlo non c'era. È rimasto lontano dai riflettori, ma una sostanziosa fetta della “Torta Fognini” l'ha preparata lui. Fabio & Franco sono di nuovo insieme a Madrid.

“A Monte Carlo ha terminato il torneo al limite, e questo gli ha impedito di giocare Barcellona ed Estoril – ha detto Davin in un'interessante intervista con Punto de Break – adesso non è al top, ma siamo tranquilli perché il suo problema fisico non può peggiorare.

Situazioni del genere capitano spesso, è raro che un giocatore sia al 100%”. A prescindere da quale sarà il risultato a Madrid (laddove Fognini non ha mai fatto grandi cose), è interessante conoscere il parere di un coach che ha raccolto risultati straordinari con tutti i giocatori allenati (Coria, Gaudio e Del Potro prima dell'azzurro). “In Italia lo sport viene vissuto con grande passione, è normale che la vittoria a Monte Carlo abbia destato grande interesse, ma ho fiducia che Fabio la sappia gestire bene.

Aveva praticamente perso al primo turno, ma ha dato tutto perché si gioca vicino a casa sua, c'erano la famiglia e le persone a cui vuole bene. Se gli avessero chiesto quale torneo volesse vincere al di fuori degli Slam, avrebbe certamente detto Monte Carlo”.

Il prossimo passaggio, tanto atteso dai “passionali” italiani è l'ingresso tra i top-10. “Da quando lavoriamo insieme credo che sia migliorato in tutto. Può arrivarci, ma non è facile.

Il nostro primo obiettivo era di essere costante. Prima non lo era, adesso credo che lo sia. Ha trovato un modo di giocare che non dipende più da come si è svegliato al mattino, e questo dà tranquillità.

Se vuole giocare al 70% lo può fare tutti i giorni, prima aveva molti dubbi. È facile lavorare con lui, è molto gestibile, non ha mai saltato un allenamento, neanche adesso che ha messo su famiglia. Per fortuna Flavia Pennetta conosce molto bene le esigenze di un tennista”.

Fognini ha avuto buonissimi allenatori, ma Davin rappresenta il giusto mix tra esperienza e carattere. È un tipo tranquillo, con un team importante. Oltre al preparatore atletico Duglas Cordero, lavora con il matematico Marcelo Albamonte, che gli fornisce statistiche molto dettagliate sui match di Fognini.

“Quando do un'indicazione a un giocatore mi piace che sia argomentata, con un perché. Gli dico: 'Se non sei d'accordo, dimmi il motivo e ne parliamo' Sono aperto. Parlando di tattiche, sono arrivato a dire a un mio giocatore che poteva tranquillamente sentire il parere di un altro coach”.

Davin ha una convinzione: la tecnica di un giocatore si può cambiare in qualsiasi momento, a prescindere dall'età. “Si dice che con un giocatore già formato non si possa fare, ma io la penso diversamente.

Con Gaudio c'era un colpo che per me era vitale che migliorasse. Ci abbiamo lavorato per otto mesi, ci sono stati tanti dubbi, ma alla fine ce l'ha fatta”. Davin ama il lavoro e non crede di avere la bacchetta magica, anche se fatica a calarsi nel contesto attuale, in cui i social network la fanno da padrone e si sono insinuati nella quotidianità dei giocatori.

“Sia chiaro: i social sono uno strumento molto positivo, se usato bene. Ai nostri tempi sarebbe stato bello avere internet, adesso puoi stare sempre in contatto con chi vuoi. Il problema è che non si può dare più importanza a quello che dice uno sconosciuto rispetto a chi ti sta accanto”.

Davin ha sperimentato queste cose sin dai primi tempi da coach, quando seguiva Gaston Gaudio e c'era il boom di MSN Messenger. Nel primo anno di partnership, in dieci tornei avevano dormito nella stessa stanza per ridurre i costi.

“Ci siamo resi conto che i tornei in cui aveva giocato meglio erano stati proprio quelli. Quando stava con me, Gaston spegneva il computer tra le 23 e le 24. Una volta dormivamo separati, alla sera parlai con un coach e vidi tutto acceso nella sua stanza in piena notte.

Era sveglio e dormiva poco”. A parte l'aneddoto, Davin non ama la piega che hanno preso molti atleti. “Non mi piace quando un tennista perde e non mostra dolore per la sconfitta. Entra nello spogliatoio e come prima cosa guarda il telefono.

Non hanno dato tutto in campo, è strano vedere scene del genere. A me piace vedere un giocatore che esca dal campo sapendo di aver dato tutto”. Parola dell'uomo che apprezza Julio Velasco, Gregg Popovich e Pat Riley.

Un uomo che non transige da un principio: “Dire la verità. Questa cosa piace ai giocatori, perché viviamo in un mondo pieno di falsità”.