Mohamed Safwat non ha denunciato un tentativo di corruzione: graziato


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Mohamed Safwat non ha denunciato un tentativo di corruzione: graziato

In nome della sua proverbiale riservatezza, la Tennis Integrity Unit non facilita la comprensione delle sue sentenze. Infrazioni apparentemente simili, infatti, portano a sanzioni molto diverse. E allora diventa inutile – o quasi – cercare di capire perché Mohamed Safwat è stato graziato dall'organo investigativo che vigila sull'integrità del nostro sport.

Con un comunicato diffuso nella notte (!) tra venerdì e sabato, la TIU informa che l'egiziano si è “macchiato” dell'infrazione di mancata denuncia di un tentativo di corruzione. I fatti risalgono al 2015, quando giocava soprattutto nel circuito ITF, in particolare nei tornei di casa, tra il Cairo e Sharm El Sheikh.

Oltre alla comodità logistica, i tennisti di casa hanno un vantaggio fiscale: i premi intascati sono netti, ma questa è un'altra storia. Gli scorsi 20-21 dicembre si è tenuta l'udienza a Londra, in cui – evidentemente – Safwat è riuscito a convincere gli investigatori della sua sostanziale innocenza.

Gli hanno dato sei mesi di stop e 5.000 dollari di multa, ma la pena è stata quasi interamente sospesa: può continuare a giocare e dovrà pagare soltanto il 20% della sanzione pecuniaria (1.000 dollari).

Un bel sospiro di sollievo per il numero 233 ATP, che lo scorso anno si era issato in 163esima posizione. Sia pure tra mille difficoltà, sta provando a rimettere l'Egitto nella geografia del tennis dopo Ismael El Shafei (top-35 ATP, ultimo egiziano a giocare a Wimbledon) e Tamer El Sawy (n.128 negli anni 90).

Quella di Safwat è una bella storia da raccontare: proviene da un Paese oggetto di tumulti politici, teatro di una rivoluzione, in cui viaggiare è molto complicato. Ogni volta che mette fuori dall'Egitto, deve comunicare con esattezza data di partenza e di rientro, in attesa dell'approvazione dei politici (filtrata dal Ministero dello Sport).

“Ma adesso va meglio, sono molto più collaborativi – ci raccontava lo scorso anno, durante il Challenger di Bergamo – l'unica cosa è che devo pianificare con un certo anticipo la mia programmazione”.

A rendere più curiosa la sua vicenda, alcune scelte di vita. Nel tentativo di migliorarsi, aveva provato ad allenarsi in un paio di accademie spagnole, poi ha incontrato l'ex giocatore austriaco Martin Spottl. È diventato il suo coach per qualche anno, fino a quando - rimanendo a Vienna - ha inserito nel team l'ex top-20 ATP Gilbert Schaller.

Sono arrivati discreti risultati, anche se i top-100 ATP sono ancora distanti. Ha fatto il suo esordio nel main draw del Roland Garros (entrato come lucky loser, lo hanno avvisato un'ora prima di scendere in campo contro Grior Dimitrov, addirittura sullo Chatrier), primo egiziano dopo 22 anni.

Safwat ha anche raggiunto due finali nel circuito Challenger: Kenitra nel 2016 e Anning lo scorso anno. Interprete di un tennis muscolare, senza particolare talento, difficilmente coronerà i suoi sogni, anche se le sta provando tutte: da un paio d'anni ha inserito nel suo team una psicologa che ha rivoltato il suo modo di pensare.

“Adesso penso soltanto a quello che posso controllare, il resto non dipende da me e quindi è inutile rimanerci male”. Già marito e padre di un bambino (Selim, cinque anni), Safwat è una persona di grande personalità.

Voce stentorea, molto deciso nel modo di parlare e ragionare. Nel variegato mondo del tennis minore non si può mettere la mano sul fuoco per nessuno, ma è difficile pensare che abbia commesso qualcosa di grave.

Per intenderci, lo scorso anno si lamentava di aver perso i (pochi) sponsor che lo supportavano, travolti dalle disgraziate condizioni economiche dell'Egitto, e che era rimasto con i soli partner tecnici. “Sapete una cosa? Ho comprato un paio di racchette dopo il Roland Garros grazie al prize money che ho intascato a Parigi – raccontava – nessuno mi dà niente, ma nessuno si aspetta che faccia qualcosa.

È tutto sulle mie spalle, è una questione personale”. Difficile che uno così abbia intascato soldi tramite la corruzione. Anzi, tempo fa aveva addirittura messo in piedi una piccola fondazione per dare una mano ai baby tennisti egiziani.

Nel 2015, tuttavia, è certamente successo qualcosa di strano nei tornei Futures egiziani. La certezza nasce dall'altro annuncio, diffuso appena sei ore prima: la Tennis Integrity Unit, infatti, ha ritenuto colpevole il giocatore egiziano Issam Taweel di ben tre colpe: non solo non ha denunciato un tentativo di corruzione (stessa colpa di Safwat), ma avrebbe aggiustato un match e non avrebbe denunciato un'attività corruttiva svolta da terze parti.

L'udienza si è svolta il 26 febbraio e Taweel è stato fermato in attesa di conoscere i dettagli della squalifica. Bene: Safwat e Taweel si sono affrontati moltissime volte tra singolare e doppio ma, soprattutto, hanno spesso fatto coppia insieme.

Nel 2015 hanno giocato il doppio per due volte a Sharm El Sheikh, e in entrambe le occasioni sono giunti in finale. La deduzione è logica: non può essere un caso che gli annunci siano arrivati a poche ore di distanza.

È probabile che Safwat, estraneo all'ipotetica combine, sapesse qualcosa ma abbia tenuto per sé l'informazione. Non c'è dubbio che la Tennis Integrity Unit lavori alacremente, ma certi problemi rimangono insoluti (o insolubili?): l'organico è quello che è, il budget anche, e il grado di riservatezza esercitato è francamente eccessivo.

Va bene in fase di indagine, ma a giochi fatti sarebbe opportuno rendere pubblici i dettagli delle accuse e delle infrazioni. Altrimenti ci tocca vivere di supposizioni, come in questo caso. Nel frattempo, Safwat ha preso un aereo dal Messico al Portogallo (la scorsa settimana ha giocato a Puerto Vallarta) e lunedì ha esordito al Challenger di Braga, battendo il brasiliano Joao Menezes.

La sua carriera va avanti, i suoi sogni sono ancora intatti. Sulla corruzione nel tennis, invece, le ombre non si diradano.