La lunga rincorsa di Petra Martic, in nome di mamma e papà


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La lunga rincorsa di Petra Martic, in nome di mamma e papà

Le telecamere, impertinenti, l'avevano scovata mentre cercava un posto in cui rimanere da sola, senza essere vista, e piangere in santa pace. Petra Martic aveva appena perso contro Sloane Stephens al terzo turno dell'Australian Open, 7-6 7-6, dopo essere stata avanti di un break in entrambi i set.

Tutto sommato, una partita “normale”. Ma dentro di lei c'era un vulcano di emozioni. E la sua reazione, così dolce e umana, aveva fatto il giro del mondo. Forse voleva festeggiare in modo diverso il 28esimo compleanno, o forse ha ripensato a papà Neno, morto in un incidente stradale quando aveva 5 anni.

“Rassegnazione”, tuttavia, è una parola che non ha mai trovato spazio nel suo vocabolario. Tanto perserverare è stato premiato a Istanbul, dove ha raggiunto il picco di una carriera iniziata da bambina, quando si era resa conto che la pallamano (sport praticato da mamma Sandra) non le piaceva.

“Ogni volta che torno a casa sento dolore. Preferisco il tennis” disse alla madre. A casa c'era solo una racchetta, il padre temeva che la potesse rompere e allora gliene ha comprata un'altra, in Austria. Chiamarono il tennis club più vicino, a Stobrec (circa un quarto d'ora da casa), ma risposero che era troppo piccola per cominciare.

“Ma io ho insistito, ho chiesto almeno che la vedessero – racconta la madre – era più alta delle sue coetanee. Quando l'hanno vista, infatti, l'hanno presa subito. E sono rimasti impressionati dal suo talento”.

Mamma Sandra è il fulcro della carriera di Petra: una volta rimasta vedova, si è dedicata al sogno della figlia. “Avevo qualche soldo da parte e l'ho investito così, per non farle mancare nulla.

Petra pensa di dovermi qualcosa, ma io le rispondo sempre che nessuno mi ha obbligato”. I sacrifici hanno pagato. Nel 2012 si è fatta conoscere per la prima volta, raggiungendo gli ottavi al Roland Garros, quindici anni dopo il successo di Iva Majoli.

“Può entrare tra le top-15 WTA, come minimo” disse la vincitrice di Parigi 1997. Il percorso di Petra si è interrotto nel 2016, quando un'ernia al disco l'ha bloccata per nove mesi. Un periodo eterno, vissuto male.

Doveva restare ferma non più di 2-3 mesi, ma il periodo si allungava, giorno dopo giorno, fino a bloccarla per quasi un anno. Momenti difficili, anche se non ha mai pensato di ritirarsi. “Ma avevo paura che il mio corpo non mi consentisse di tornare – racconta l'attuale numero 36 del mondo, dopo che a gennaio è salita in 31esima posizione – quando mi alzo, ogni mattina, controllo se la schiena è a posto.

Quando mi accorgo che è tutto OK, è come se avessi già vinto”. Già che c'era, ha iniziato a vincere anche sul campo. Ottavi al Roland Garros 2017, stesso risultato a Wimbledon e poi all'Australian Open.

La scorsa estate, seconda finale WTA (Bucarest) dopo quella persa nel 2012 a Kuala Lumpur. Ma 'sto benedetto successo non arrivava mai, a meno di voler considerare il WTA 125 di Chicago, lo scorso settembre. Il titolo di Istanbul ha ben altro sapore, anche per il modo in cui è arrivato.

Ha superato Kristina Mladenovic nel match più lungo dell'anno, poi in finale ha recuperato un set a Marketa Vondrousova. “Non ero più nervosa del solito, ho solo pensato a giocare un punto alla volta e non guardare troppo avanti – racconta – ho controllato i nervi, sono rimasta disciplinata e ho pensato al mio gioco”.

Un gioco brillante, fatto di tagli e variazioni. “Adoro giocare sulla terra, è perfetta per il mio tennis. Amo le rotazioni e le smorzate. In realtà mi piace anche il cemento, ma a inizio anno ho avuto problemi fisici che mi hanno fatto perdere il ritmo in allenamento.

Per questo, i match andavano male. Da Charleston in poi, le cose sono migliorate. Adesso sto vivendo il miglior momento della mia carriera”. Tutto questo è possibile anche grazie alla sua nuova allenatrice, la polacca Sandra Zaniewska.

È uno dei rarissimi casi in cui la coach è più giovane della tennista: la Zaniewska (n. 142 WTA nel 2012) ha compiuto 27 anni a gennaio. Parlando della ragazza che ha preso il posto dell'esperta Biljana Veselinovic (che a sua volta aveva sostituito Sascha Nensel), la Martic dice: “Crede in me come nessuno.

Anche quando penso di non vincere, mi convince che ce la posso fare. Inoltre mi aiuta con i massaggi ed è in grado di studiare un programma atletico in mancanza del preparatore. C'è sempre, 24 ore al giorno”.

Una partnership che funziona: chissà che non sia la chiave per realizzare la previsione di Iva Majoli. Lo scopriremo nelle prossime settimane, con i grandi tornei sul rosso. Petra sogna di fare buone cose a Roma, la sua città del cuore.

“Una volta le ho detto che è romana – racconta la madre – perché mi trovavo lì quando ho scoperto di essere incinta”. Dal DNA croato (il padre faceva il calciatore) ha preso un fisico atletico e slanciato, mentre nel tennis ha avuto altri idoli.

Certo, da bambina ha strappato una foto a Goran Ivanisevic (ma chi non ce l'ha, in Croazia?), ma il suo idolo era colui che ha ricevuto proprio da Ivanisevic la più grande delusione: Pat Rafter. Lo amava a tal punto da aver chiamato “Patrik” il suo pappagallo domestico.

Tra le ragazze, le piaceva Justine Henin. Ma c'è qualcosa che Petra Martic non ha preso da nessuno: il carattere. Quello fa parte di lei, è una dote innata. “Quando ero infortunata ho sempre pensato che il meglio dovesse ancora venire.

In quei momenti devi crederci, se perdi la speranza è finita. Io amo il tennis e non potevo accettare che finisse così. Se ci credi e lavori duro, prima o poi, le cose vanno. In certi momenti, la fiducia è l'unica cosa che hai”.

Petra non l'ha mai persa, neanche dopo quel commovente pianto nella pancia della Margaret Court Arena. Ed è stata premitata.