Fognini, Torino, Berrettini e le cifre di un rinascimento


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Fognini, Torino, Berrettini e le cifre di un rinascimento

I numeri sono una fonte preziosa perché non mentono. E non tradiscono. Possono essere interpretati in mille modi, ma rappresentano la base corretta per analizzare ogni fenomeno. Sono importanti anche nel nostro sport: il bel successo di Matteo Berrettini al torneo ATP di Budapest consente una riflessione ad ampio raggio sul tennis italiano.

In un ambiente con pesanti strascichi di veleno, i numeri sono il modo migliore per inquadrare il momento che stiamo vivendo. La settimana appena conclusa è stata oggettivamente storica: aperta dal successo di Fabio Fognini a Monte Carlo, proseguita con l'assegnazione delle ATP Finals a Torino, è terminata con il secondo titolo ATP del romano.

Ed è bello che l'abbia conclusa proprio Berrettini, volto migliore possibile che l'Italia possa spendere all'estero. Giovane, corretto, lavoratore, umile: la miniera di buoni aggettivi per Matteo sembra infinita, così come per coach Vincenzo Santopadre, che si è potuto godere il titolo a bordocampo (mentre non c'era l'anno scorso a Gstaad).

Parlare di età dell'oro sarebbe inappropriato: ci vorrebbe un “botto” clamoroso come un titolo Slam, un top-5 ATP o magari un glorioso successo in Coppa Davis (ah, no, quella non esiste più...).

Soltanto chi ha una percezione scorretta della realtà può parlare di “età dell'oro”. Tuttavia, è corretto – anzi, doveroso – parlare di rinascimento. A certificarlo sono i numeri: quello intascato da Berrettini è il 65esimo titolo ATP nella storia del tennis italiano.

Osservandoli in prospettiva storica, a partire dal successo di Adriano Panatta e Senigallia, nel 1971, è facile individuare la portata del momento attuale. Dei cinque decenni presi in considerazione, gli anni dieci del 21esimo secolo sono i più vicini in assoluto ai mitici “seventies”, in cui il tennis italiano era davvero una potenza.

Erano gli anni dei grandi successi di Adriano Panatta, del trionfo in Coppa Davis, di due azzurri al Masters (Panatta nel 1975 e Barazzutti nel 1978) e tanti piazzamenti di rilievo. In tutto, venti titoli ATP. Dal 2010 a oggi, i nostri giocatori ne hanno raccolti ben diciotto.

Significa che Fognini, Cecchinato, Berrettini e tutti gli altri hanno circa sette mesi per intascarne altri due per eguagliare un primato che sembrava irraggiungibile soltanto un paio d'anni fa. Già, perché nove degli ultimi diciotto successi azzurri sono maturati nel 2018 e nel 2019.

Un'impennata che dà il senso di una crescita impetuosa che, sì, può essere definita “rinascimento”. Fabio Fognini è il miglior tennista italiano da quando Panatta donò le sue racchette a un tifoso dopo la sonora batosta in Davis contro l'Argentina, mettendo fine alla sua carriera.

È giusto che il titolo più importante lo abbia intascato lui e chissà che non possa abbattere l'agognato muro dei top-10. È il traguardo più fattibile: tutto il resto sarà tanto di guadagnato.

Marco Cecchinato ha raccolto un risultato straordinario al Roland Garros, ridandoci una semifinale Slam dopo quarant'anni. Quando è in palla, è uno dei più forti sulla terra battuta. Ha già vinto tre titoli e da lui ci si possono aspettare altri successi in tornei di medio valore, oltre a qualche piazzamento di rilievo.

Ha già dimostrato di potercela fare. Il nome nuovo – che poi tanto nuovo non è – è Matteo Berrettini. I 250 punti intascati in Ungheria lo hanno condotto al numero 37 ATP, ottima base per crescere ancora.

Matteo e Vincenzo sanno quello che c'è da fare: migliorare, giorno dopo giorno, senza lasciarsi andare a scelte provinciali o “facili”, puntando solo all'eccellenza. Più indietro, ci sono alcuni giocatori che possono garantire un buon movimento sul medio termine.

Senza nulla togliere a elementi d'esperienza, ci limitiamo agli under 25: Lorenzo Sonego sta vincendo moltissime partite, è top-70 ATP e si trova nell'invidiabile posizione di non conoscere i propri limiti.

Ha acciuffato un posto tra i top-150 Gianluca Mager, la cui storia affascinerà molte persone nel momento in cui entrerà nell'orbita del mainstream tennistico. Dopo aver rischiato di perdersi più volte, ha vinto il suo primo Challenger a Barletta e anche lui ha potenzialità indefinite.

Sono stabilmente tra i top-200 due elementi che, invece, si pensava potessero essere più in alto: Filippo Baldi e Gianluigi Quinzi. Non è la sede per ripercorrere le loro infinite difficoltà nella transizione verso il professionismo.

Restano comunque due ragazzi con un bagaglio di esperienze importati, che torneranno utili nel caso di un auspicabile salto di qualità: vengono entrambi da un momento molto complicato sul piano personale: Baldi ha perso il padre un paio di mesi fa, mentre Quinzi ha visto terminare la collaborazione con coach Fabio Gorietti dopo un anno e mezzo molto positivo.

Speriamo che non patisca il contraccolpo. Orbita in quelle posizioni anche un altro ex golden boy del tennis italiano: Stefano Napolitano, che prosegue con coerenza e professionalità un progetto di giocatore che ha incontrato più difficoltà del previsto.

Impossibile non citare i nostri gioiellini: Lorenzo Musetti e Giulio Zeppieri, che stanno muovendo (con efficacia) i primi passi nel circuito professionistico, pur avendo ancora l'età per giocare i tornei giovanili.

Non sappiamo quanti e quali dei giocatori menzionati saranno in grado di vincere tornei ATP o entrare almeno tra i top-50. C'è però una base con pochi precedenti. E allora possiamo guardare con ottimismo al decennio che verrà, sperando di raggiungere e superare le cifre degli anni in cui i successi filtravano dalla TV in bianco e nero.