Principe Fognini entra nel podio tricolore. È già più forte di Barazzutti?


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Principe Fognini entra nel podio tricolore. È già più forte di Barazzutti?

Non sapeva come comportarsi, quando l'ultima risposta di Dusan Lajovic è volata via. Fabio Fognini si è sciolto in un sorriso radioso, di quelli che conquistano, poi lo ha nascosto sotto la sua maglietta griffata Armani.

Se non sapeva cosa fare, figurarsi se era in grado di pensare. Avrà tutto il tempo per realizzare la portata della sua impresa monegasca, primo italiano a vincere un Masters 1000 da quando l'ATP, nel 1990, ha codificato i suoi nove super tornei.

Fabio ha ancora qualche anno di carriera e può infilare altre perle nella sua collana tennistica. Ma se anche non dovesse più vincere una partita, sarà per sempre il “Campione di Monte Carlo”.

Però, vivaddio, è molto di più: il suo successo giustifica una riflessione per collocarlo nella storia del tennis italiano. Nella terra del Principe Alberto, si è definitivamente preso un ruolo importante, forse addirittura da podio.

Premessa: ci limiteremo all'Era Open, perché il tennis dilettantistico era troppo diverso da quello di oggi. Non ce ne voglia Nicola Pietrangeli (presente in tribuna), che peraltro si è imposto tre volte a Monte Carlo, ma non si può paragonare un periodo in cui tanti campioni avevano scelto la via del professionismo, “falsando” troppi albi d'oro.

Stesso discorso per altri grandi italiani come Giorgio De Stefani, Uberto De Morpurgo, Orlando Sirola... I paragoni sono accettabili dal momento in cui, a Bournemouth 1968, si giocò il primo torneo aperto ai professionisti.

Da allora, come si colloca il successo di Fognini in una lista di vittorie azzurre? Può lottare per il podio. Il trionfo di Adriano Panatta al Roland Garros resta inarrivabile, mentre metteremmo un gradino sopra anche il successo dello stesso Panatta al Foro Italico, nel 1976.

In comune con Fognini, le inenarrabili fatiche al primo turno. Adriano cancellò undici matchpoint all'australiano Kim Warwick, poi vinse contro due ottimi giocatori come Zugarelli e Franulovic, approfittò del ritiro di Harold Solomon, esasperato dal pubblico romano, poi fu perfetto contro John Newcombe e Guillermo Vilas.

E vincere a Roma, per un tennista italiano, ha un valore inestimabile. È sicuramente inferiore il successo di Paolo Bertolucci ad Amburgo, nel 1977. All'epoca era assimilabile a un Masters 1000, ma nel suo percorso battè un solo top-10: Manolo Orantes, numero 4, in finale.

Per il resto, tanti ottimi giocatori ma nessun vero campione: Molina, Warwick (ancora lui!), Zugarelli e i britannici Dowdeswell e Mottram. Il successo di Fognini si può collocare al terzo posto, ex-aequo, con il successo di Panatta a Stoccolma, nel 1975.

Nella vecchia Kungliga Tennishallen, Adriano giocò un torneo fantastico, battendo Arthur Ashe (n.7) nei quarti e Jimmy Connors (n.1) in finale. E Stoccolma, fino al 1994, era uno dei tornei più importanti del circuito.

Fognini ha rischiato di uscire contro Rublev, ha avuto un pizzico di fortuna con il ritiro di Gilles Simon, poi è stato fantastico contro Alexander Zverev (n.3) e Rafael Nadal (n.2, il più forte di sempre sulla terra battuta).

E non è certo colpa sua che in finale sia arrivato Dusan Lajovic. Un successo straordinario, senza ombra di dubbio il più importante degli ultimi 40 anni, almeno tra i maschietti. Con Fognini siamo passati direttamente dalla TV in bianco e nero al mondo digitale.

In mezzo, l'arrivo della TV a colori, del satellite e dei telefonini. Ere tecnologiche senza neanche una finale, giusto qualche semifinale qua e là, senza reali ambizioni di vittoria. Ma Fognini, oltre a essere – ma lo era già – il miglior tennista italiano degli ultimi quarant'anni, come si colloca nella storia? Numeri alla mano, lo possiamo considerare già più forte di Paolo Bertolucci.

A parità di best ranking (per ora), gli altri parametri danno ragione a Fognini: Vincendo a Monte Carlo, ha intascato il nono titolo in carriera (Bertolucci si è fermato a sei) e ha vinto molte più partite del fortemarmino (337 a 197).

Considerando Adriano Panatta irraggiungibile per il prestigio dei trofei vinti (anche se si è fermato a dieci titoli: Fognini può pensare di superarlo), diventa interessante un paragone con Corrado Barazzutti, che peraltro è ufficialmente entrato nel suo team da qualche mese (pur seguendolo da tempo).

I numeri sono molto interessanti. “Barazza” ha dalla sua un best ranking molto complicato da eguagliare: nel 1977 si è accomodato in settima posizione, qualificandosi per il Masters. Inoltre ha fatto ottime cose nei tornei del Grande Slam, unico italiano a raggiungere le semifinali in due Major diversi nell'Era Open: Us Open 1977 e Roland Garros 1978.

Tuttavia, non ha mai raccolto titoli davvero importanti. Si è aggiudicato cinque tornei (Nizza 1976, Parigi indoor, Bastad e Charlotte nel 1977, Cairo nel 1980) e ha giocato altre otto finali. La più importante, guarda caso, proprio a Monte Carlo (quando si arrese a Borg dopo aver battuto Okker, Taroczy e Kodes).

Un ottimo palmares, da vero campione, che però inizia ad essere insidiato da Fognini. Il ligure gli è già superiore come numero di titoli (9 a 5), finali giocate (19 a 13) e partite vinte (337 a 314).

E le statistiche di Fabio, ovviamente, sono ancora in divenire. Rimane il “problema” degli Slam: Fognini ne ha giocati ben 44 e ha intascato un solo quarto di finale, a Parigi 2011, e quattro ottavi. Un po' poco, per un giocatore del suo talento.

E poi non è mai andato oltre la semifinale di Coppa Davis, mentre Barazzutti ne ha vinta una da protagonista e ha giocato altre tre finali. Dati che pesano, favorevoli e “Barazza” e soltanto parzialmente bilanciati dal trionfo Slam di Fognini: nel 2015 vinse il doppio all'Australian Open insieme a Simone Bolelli.

Mettendo tutte le carte sul tavolo, insomma, diventa difficile scegliere Fabio o Corrado, specie quando alcuni dati devono essere “pesati” secondo criteri giocoforza soggettivi (vale più una Davis o uno Slam in doppio? Vale di più una finale a Monte Carlo o nove in altrettanti ATP 250?).

Dovendo dare a tutti i costi un nome, diremmo ancora Barazzutti. Ma per Fognini ci sono due buone notizie: la prima è che arrivare al dibattito è già da considerarsi un successo. La seconda, che i suoi numeri possono ancora cambiare e portarlo al sorpasso.

Ci auguriamo di poter scrivere, in un futuro non troppo lontano, un aggiornamento a questo articolo. Vorrebbe dire aver vissuto altre giornate come questa pazzerella e saporita domenica di Pasqua.