Rissa tra Janowicz e la sua federazione: “Mi hanno rovinato la carriera!”


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Rissa tra Janowicz e la sua federazione: “Mi hanno rovinato la carriera!”

Provate a immaginare se una faccenda del genere fosse accaduta in Italia. In questi giorni, i media polacchi sono in fibrillazione per la polemica a distanza tra Jerzy Janowicz e la sua federtennis (Polski Związek Tenisowy, PZT).

Ad accendere la miccia è stato il giocatore, ex numero 14 ATP, in un'intervista pubblicata sul sito Sport.pl. Ha accusato lo staff federale di avergli distrutto la carriera per averlo fatto giocare nel match di Coppa Davis contro la Slovacchia, nel settembre 2015.

Sfida importante, che ha spinto per la prima volta il Paese nel World Group. Vinse contro Gombos ma perse contro Klizan. Non le ha mandate a dire. “La mia carriera è stata rovinata da quel match. Avevo il problema al ginocchio, l'ho fatto presente allo staff ma mi hanno dato il via libera per giocare.

Quelle due partite mi hanno distrutto l'articolazione, qualche settimana dopo ho scoperto di avere uno strappo, dunque la diagnosi era stata totalmente sbagliata”. All'epoca, lo staff era composto dal medico Hubert Krysztofiak e dal fisioterapista Krzysztof Guzowski, che per anni ha lavorato con Agnieszka Radwanska.

Figure professionalmente qualificate, che la federtennis ha scelto di difendere con una lunga replica. Dopo aver premesso di non avere mai risposto alle accuse di Janowicz, hanno sottolineato che stavolta era necessario correggere alcune “false informazioni”. La federtennis sostiene che non è stata effettuata nessuna diagnosi, poiché Janowicz si era presentato al raduno con quella del suo medico e le raccomandazioni del suo ortopedico, “che sono state rispettate al 100%”.

Durante il weekend non avrebbe avvertito alcun dolore, peraltro dopo aver lamentato fastidi al gomito e alla spalla. “Ha potuto giocare grazie al lavoro del fisioterapista ed è stato premiato, anche sul piano economico”.

Gli avrebbero poi raccomandato di effettuare test più approfonditi per escludere lesioni più gravi. “Invece, dopo quel match, ha giocato subito due tornei, cogliendo il secondo turno all'ATP di San Pietroburgo e raggiungendo la finale a Orleans, con un bilancio di 5 vittorie e 2 sconfitte”.

La polemica non finisce qui. Nel suo sfogo, Janowicz ha denunciato l'attecciamento poco colalborativo di FZT per ottenere la migliore cura possibile. A Poznan c'è la clinica “Rehasport”, laddove avrebbe voluto curarsi.

Consapevole della collaborazione tra la clinica e la federazione, aveva chiesto un supporto. “Mi hanno detto che potevano offrirmi uno studio solo sui difetti di postura da bambino. Ho chiesto se fossero seri, mi hanno detto di sì.

Da allora non c'è stato più nessun contatto. Sono comunque andato da Rehasport, organizzandomi per conto mio”. Sul punto, la federazione spiega così il malinteso: il giocatore avrebbe avuto un colloquio con Rafał Chrzanowski, direttore tecnico, il quale gli ha spiegato che che la collaborazione con Rehasport non includeva la procedura di cui aveva bisogno, pur mostrandosi disponibile a garantirgli un trattamento celere e privilegiato.

Il terzo punto della polemica è un breve filmato pubblicato su Instagram il 1 aprile. Il giocatore si mostra al volante, dicendo di aver ricevuto 700.000 ploty (l'equivalente di 160.000 euro) dalla federazione come contributo per la riabilitazione.

È stato il suo amaro pesce d'aprile, condito da un'affermazione polemica. “Sono stato trascurato e completamente dimenticato. Visto che non sto giocando, non mi hanno fatto neanche una telefonata”. Anche sul punto, i vertici federali gli hanno risposto.

“In realtà Janowicz è stato ripetutamente contattato sia dal presidente Mirosław Skrzypczyński, che dal DT Rafał Chrzanowski, che dal capitano di Coppa Davis. La federazione gli augura un pronto recupero...

e una migliore memoria”. Al di là del merito, impressiona la totale incapacità delle parti di venirsi incontro. Polemiche su polemiche, neanche una frase distensiva. Nessuno si è stupito quando Janowicz, dopo aver letto la replica federale, ha polemizzato ancora.

Stavolta ha scelto il suo profilo Instagram, in cui ha ribadito alcuni concetti: “Sostenere che non hanno fatto una diagnosi è assurdo: a questi livelli, quando torni dallo Us Open e prima della partita dici che ti fa male il ginocchio, la prima cosa da fare è una diagnosi!

Loro hanno detto che non c'era niente di serio, e a settembre non potevo avere nessuna diagnosi del mio medico perchè la prima visita è stata effettuata a ottobre. Dunque, sì, ho giocato i due tornei dopo la Davis sulla base della diagnosi fatta dallo staff federale”.

Il 28enne di Lodz, diventato papà lo scorso anno (la madre di suo figlio è l'ex giocatrice Marta Domachowska) sostiene che la conversazione con Chrzanowski sulla clinica Rehasport non riguardava l'intervento chirurgico, perché tale possibilità è emersa soltanto dopo.

Per questo, a suo dire, è il presidente federale a soffrire di “amnesia”. Per non farsi mancare nulla, ha pubblicato una foto di quel weekend, in cui si vede una vistosa fasciatura al ginocchio sinistro. “Questa per mostrare che non ho riferito del dolore alle ginocchia”.

Janowicz si sarebbe operato nel 2016, saltando quasi tutta la stagione. Tornato a fine anno, ha giocato discretamente: l'anno successivo ha vinto il Challenger di Bergamo, è giunto al terzo turno a Wimbledon, riportandosi a ridosso dei top-100 ATP.

La sua carriera si è bloccata a novembre, quando si è nuovamente fatto male durante il Challenger di Bratislava. Da allora sono passati 16 mesi e altri due interventi al ginocchio, con un tentativo di rientro stoppato sul nascere (la scorsa estate avrebbe dovuto giocare a Sopot, ma ha dato forfait alla vigilia).

Adesso ha un nuovo obiettivo: riprendersi ad allenare ad aprile e tornare a giocare a Wimbledon, laddove ha colto il suo miglior risultato, la semifinale del 2013 contro Andy Murray (peraltro giocata piuttosto bene). A parte gli schiaffi virtuali con la sua federazione, questa è la cosa più importante. Se poi non giocherà quel che resta della Coppa Davis, beh, è ormai secondario.