Tristezza Olimpica: uccisa un'altra tradizione


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Tristezza Olimpica: uccisa un'altra tradizione

Il tennis sta prendendo una piega totalmente irrispettosa della tradizione. Hanno istituito il tie-break nel set decisivo in tre Slam su quattro (resiste il Roland Garros, a Wimbledon sarà sul 12-12), hanno cancellato i match al meglio dei cinque set in tutte le finali ATP (e ce n'erano diverse ad adottare il sistema, non soltanto tra i Masters 1000) e avevano abolito i long-set anche in Coppa Davis e Fed Cup fino alla rivoluzione più incredibile, quella della Coppa Davis.

Sullo sfondo, le pessime sperimentazioni regolamentari delle Next Gen Finals, in cui il principio del nostro sport viene snaturato dal punto secco sul 40-40 e i set ai quattro game. Adesso arriva un altro schiaffo alla tradizione, non certo il più grave, ma ugualmente doloroso.

A partire da Tokyo 2020, la finale del singolare maschile si giocherà al meglio dei tre set. E ci sarà il tie-break in ogni parziale. Uccisa una tradizione che aveva trovato nella finale olimpica un ultimo baluardo del tennis che fu, almeno al di fuori degli Slam: le partite al meglio dei cinque set.

Non c'è un solo motivo che possa giustificare la scelta, se non l'ennesimo capriccio dei giocatori che chiedono un tennis sempre più snello. Novità anche per il doppio: allineandosi al doppio misto (reinserito nel programma olimpico nel 2012), sia il maschile che il femminile non avranno più il terzo set, sostituito da un super tie-break ai 10 punti, come peraltro accade nei tornei del circuito.

Motivo? Si vuole evitare l'”overplay” per i giocatori che raggiungono le fasi finali delle tre competizioni: singolare, doppio e doppio misto. Se la novità del doppio regge, se non altro perché il format è già ampiamente utilizzato nel tour, ci si domanda perché abbiano ridotto la finale, togliendole fascino ed epicità.

Ripercorrendo la storia del tennis olimpico, scopriamo che ben cinque finali si sono chiuse al quinto set (1924, 1968, 1992, 2000, 2004). In due occasioni, con il format del “due su tre” ci sarebbe stato un vincitore diverso: a Città del Messico 1968 (quando il tennis ebbe l'umiliante status di sport dimostrativo), con Manuel Orantes che avrebbe scippato l'oro a Manolo Santana, e ad Atene 2004.

Pensate: con il format appena entrato in vigore, l'oro sarebbe andato a Mardy Fish e Nicolas Massu non sarebbe entrato nella leggenda sportiva del suo paese, così come non avremmo ascoltato la commovente telecronaca di Fernando Solabarrieta, commentatore cileno che emozionò un paese intero dopo l'ultimo errore dell'americano.

Più in generale, il tennis è uno sport di gerarchie: non solo di giocatori, ma anche di eventi. E il Torneo Olimpico, sia pure tra alti e bassi, rappresenta qualcosa di importante. Così facendo, lo si riduce alla stregua di un qualsiasi Masters 1000, ennesimo piccolo ingranaggio di un calendario sempre uguale a se stesso.

L'unica scheggia impazzita era la Coppa Davis e l'hanno mandata in pensione. Col tennis olimpico non si può fare, ma mettendo la finale al meglio dei tre set gli si toglie fascino e importanza. E non è vero che così si tutela la possibilità di andare in fondo nei vari tabelloni.

Lasciando perdere il doppio misto, che è davvero un'esibizione, con il vecchio format è già successo che un tennista arrivasse in fondo in entrambi i tabelloni: Goran Ivanisevic nel 1992 (due bronzi), Nicolas Massu nel 2004 (due ori) e Rafael Nadal nel 2016 (quarto in singolare, oro in doppio), senza dimenticare che Andy Murray ha giocato le finale del misto a Londra 2012 dopo aver giocato una grande finale contro Federer.

Ma c'è di più: per un paio di edizioni, il torneo olimpico si è giocato al meglio dei cinque set fin dal primo turno! È successo a Seul 1988 e a Barcellona 1992 (quest'ultimo è stato uno dei tornei più duri di sempre).

E oggi, con tennisti molto più preparati e carriere ben più lunghe, si decide di giocare al meglio dei tre set. Inaccettabile. La prossima edizione si giocherà all'Ariake Tennis Park di Tokyo, dal 25 luglio al 2 agosto.

In contemporanea, i tornei ATP di Atlanta e Kitzbuhel (Dominic Thiem ha già fatto sapere che giocherà quest'ultimo, in barba allo spirito olimpico: chissà cosa ne penserà Massu...). La finale maschile andrà in campo domenica 2 agosto e sarà a debita distanza sia dallo Us Open (che inizierà quattro settimane dopo) che dai Masters 1000 di Toronto e Cincinnati.

Subito dopo Tokyo ci sarà il torneo ATP di Washington: con tutto il rispetto, non un evento che passerà alla storia. E comunque, un eventuale finalista olimpico impegnato al Citi Open potrebbe tranquillamente esordire al mercoledì.

Rispettare la tradizione non è necessario, soprattutto quando ci sono regole sbagliate e/o anacronistiche. La finale olimpica al meglio dei cinque set era una tradizione piacevole, coronamento di un torneo particolare per mille motivi: l'assenza di un montepremi ufficiale, la promiscuità con gli atleti delle altre discipline, il villaggio olimpico, la cerimonia inaugurale, il fatto che si giochi ogni quattro anni.

Adesso, sarà come un Parigi Bercy qualsiasi. L'entry list olimpica uscirà con la pubblicazione dei ranking ATP-WTA dell'8 giugno 2020 e comprenderà 56 giocatori, con un massimo di quattro per nazione.

I tennisti dovranno aver accumulato un numero minimo di presenze in Davis o Fed Cup, oltre a essere in “buoni rapporti” con le loro federazioni. Ci saranno poi otto wild card, sei distribuite su base territoriale, più altre due: una per un giocatore del paese ospitante e una per un ex campione olimpico o vincitore Slam.

Quest'ultima, sembra pensata apposto per poter invitare Roger Federer. Ma questa è un'altra storia. Quella che abbiamo raccontato, invece, avrà un triste epilogo il 2 agosto 2020, quando la medaglia d'oro del tennis potrebbe essere decisa da un match di cinquanta minuti.