Wta Monterrey: Greta Arn, quarant'anni e un sogno più vivo che mai


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Wta Monterrey: Greta Arn, quarant'anni e un sogno più vivo che mai

“Se Federer può essere numero 1 a trentotto anni, perché io non posso entrare tra le top-100 a quaranta?”. Già, perché? Dopo un ritiro durato quattro anni, nell'estate di due anni fa Greta Arn, classe 1979, ha scelto di riprovarci.

“È semplicemente una sfida – disse a suo tempo – il click mi è scattato quando ho visto la finale del Roland Garros 2016, vinta da Garbine Muguruza su Serena Williams. Ho pensato che potessi provare ancora una volta: é ancora presto per sedermi in ufficio.

Volevo tornare a vivere certe sensazioni”. Aveva ragione: le sono bastati tre mesi per tornare a vincere un torneo ITF, a vent'anni esatti dal primo. E oggi si è tolta la soddisfazione di passare un turno nel circuito WTA, come non le accadeva da sette anni.

Un regalo di compleanno anticipato, visto che il prossimo 13 aprile entrerà negli “anta”. Ma non ha nessuna intenzione di mollare, vuoi perché nel circuito ci sono ottimi esempi di longevità, vuoi perché si sente perfettamente integra.

“Nella mia carriera mi è capitato di avere lunghi stop, ogni 4-5 anni rallentavo. Per questo sono meno logora di chi ha giocato 15 anni senza fermarsi mai. Non importa l'età, l'importante è essere consapevole di quello che fai e saper gestire il corpo”.

A Monterrey aveva perso nelle qualificazioni contro la Haddad Maia, ma il forfait di Katie Boulter le ha regalato un posto in tabellone. Lo ha sfruttato alla grande, battendo Lara Arruabarrena al termine di un lunga battaglia, chiusa 7-5 3-6 7-5 in poco più di due ore.

La sua prossima avversaria sarà Kristina Mladenovic: ottimo test per capire se certi obiettivi sono raggiungibili. “Vorrei arrivare dove non sono mai stata prima, anche se la gente pensa che sia un traguardo folle”.

È stata numero 40 WTA, best ranking ottenuto piuttosto tardi, a 32 anni di età. È lo specchio di una carriera avventurosa, vissuta tra alti e bassi. Il suo palmares racconta di due titoli WTA: Estoril 2007 (in finale su una giovanissima Victoria Azarenka) e Auckland 2011, quando nel percorso superò nientemeno che Maria Sharapova.

In mezzo, un cambio di nazionalità: fino al 2008 ha rappresentato la Germania, poi ha deciso di giocare per il paese di nascita (è nata a Budapest) e giocare in Fed Cup. Desiderava giocare le Olimpiadi (sogno realizzato a Pechino, mentre ha fallito a qualificazione per Londra), poi poteva nascere un progetto interessante in Fed Cup con Agnes Szavay, all'epoca molto promettente.

Dieci anni dopo, la Szavay è una ex giocatrice. Greta, pur penalizzata dalle regole del Transition Tour, tiene duro al numero 403 WTA. Per questo i punti intascati a Monterrey saranno molto preziosi. Aveva già messo il naso nel circuito maggiore qualche settimana fa, a Budapest.

Si era conquistata tutto: vincendo i campionati nazionali ungheresi, da regolamento, ha ottenuto una wild card per le qualificazioni. Le ha superate e poi ha portato via un set a un'ottima giocatrice come Ekaterina Alexandrova.

Aveva scelto di ritirarsi nel 2013, dopo aver perso contro Julie Coin nelle qualificazioni a Wimbledon (10-8 al terzo...). Qualche mese per maturare la decisione, annunciata nel gennaio 2014. Si è iscritta all'università, studiando interior design in Svizzera (oggi risiede a Chur, nel Cantone dei Grigioni).

Ma nella sua storia c'è anche tanta Italia: nel 2010 si è trasferita per un periodo a Roma, al Tennis Club Parioli. Lo ha rappresentato in Serie A1 ma soprattutto lo ha scelto come base di allenamento, sotto la guida di Vittorio Magnelli e Gianluca Pasquini.

Con loro, ha ottenuto i migliori risultati: non solo il titolo ad Auckland, ma anche due terzi turni Slam: Wimbledon 2010 e Australian Open 2012, con tanto di best ranking. Con lei il marito Zsolt Nemcsik, che qualche appassionato di scherma ricorderà medaglia d'argento ad Atene 2004, quando perse in finale contro Aldo Montano.

Anche lui aveva trovato base in Italia, a Frascati. Dopo il ritiro ha comunque continuato a giocare le gare a squadre in giro per l'Europa, dando anche una mano a un'accademia in Germania. Ma poi, il click. “Non dico che vincerò uno Slam o qualcosa del genere – dice Greta – ma penso di poter fare ancora qualcosa di buono.

Durante la mia assenza, il tennis femminile non si è evoluto”. A parte l'exploit messicano, i risultati le danno ragione a metà. Più che altro non gioca troppo (10 tornei nel 2018, Monterrey è il quarto del 2019) perché il suo fisico è più soggetto agli infortuni rispetto a qualche anno fa.

A inizio 2018, per esempio, ha avuto per la terza volta una trombosi (anche per questo gioca con un vistoso calzettone sulla gamba sinistra), poi si è strappata alcuni legamenti. Sul campo, tuttavia, continua ad essere competitiva e ha dalla sua un tennis completo, oltre a una notevole esperienza.

Forse non otterrà i risultati di Ivo Karlovic, che ha appena compiuto 40 anni, e il suo rientro non è suggestivo come fu quello di Kimiko Date, capace di tornare tra le top-50 a quarant'anni dopo uno stop di dodici, però la storia di Greta Arn è piacevole da raccontare.

Tante difficoltà (aveva quasi smesso di giocare tra il 2002 e il 2005: non aveva trovato le persone giuste, oltre a qualche difficoltà economica), un cambio di nazionalità, trasferimenti in giro per l'Europa e una maturazione tardiva hanno segnato una carriera iniziata addirittura nel 1995, al defunto torneo di Filderstadt.

Una carriera che sembrava terminata, e invece – a sorpresa - ha ancora qualcosa da raccontare. Dopo oggi, la bandiera a scacchi è più lontana che mai.