ITF Transition Tour: la protesta è sempre più rumorosa


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ITF Transition Tour: la protesta è sempre più rumorosa

La battaglia sta prendendo forma. Il mondo del tennis sembra essersi schierato, compatto, contro le norme ITF (e in parte ATP) che limitano l'accesso ai tornei intermazionali. La faccenda è nota: a inizio stagione, l'ITF ha lanciato il “World Tennis Tour” per migliorare la qualità dei tornei più piccoli.

La novità più significativa è stata l'istituzione di una classifica ITF che ha avuto l'effetto di “asciugare” di un buon 60% la classifica ATP. Il problema è che pochissimi giocatori del ranking ITF hanno accesso ai tornei Challenger, gli unici in grado di garantire un buon numero di punti per la classifica “vera”.

Per intenderci, per raccogliere punti ATP nei tornei del World Tennis Tour (e soltanto quelli più ricchi) bisogna arrivare almeno in semifinale. Altrimenti, nisba. Ma anche l'accesso ai tornei ITF è molto complicato.

Se prima le qualificazioni potevano arrivare a 128 giocatori, nel 2019 i tabelloni sono stati ridotti a 24 perché si voleva comprimere a sette giorni la durata complessiva dell'evento. Tantissimi giocatori di seconda fascia, supportati da altrettanti addetti ai lavori, hanno vivacemente protestato.

La giocatrice croata Ana Vrljic (n.465 WTA) ha scritto una lunga lettera di protesta, sottoscritta da 700 giocatori. Un'altra tennista, Maria Patrascu (n.594 ITF, senza classifica WTA), ha lanciato una petizione online che ha ottenuto quasi 15.000 firme.

I tumulti della base sono arrivati in cima alla piramide: ne ha parlato persino Roger Federer. “Ho domande aperte – ha detto lo svizzero – ci sono stati grandi cambiamenti nel circuito Futures. Ci sono varie persone, me compreso, che non hanno ben capito come funziona la distribuzione dei punti ATP nei tornei ITF”.

Dato che ogni settimana si giocano 8-10 tornei ITF, la drastica riduzione dei tabelloni impedisce l'accesso al professionismo a centinaia di giocatori. La novità più criticata, tuttavia, è la doppia classifica.

Fino all'anno scorso, i tennisti potevano tranquillamente passare da tornei ITF e ATP (o WTA), raccogliendo punti per un'unica classifica mondiale. Il nuovo sistema ha “impelagato” diversi giocatori in entrambe la classifiche, spesso con l'esito di impedire l'ingresso diretto in tanti tabelloni.

Tra l'altro, nelle qualificazioni ITF, è stato istituito il “match tiebreak”, ovvero il tie-break a 10 punti al posto del terzo set. In molti si sono lamentati perché la norma non garantisce una competizione adeguata.

La proteste hanno sortito i primi effetti: l'ITF ha annunciato alcuni cambiamenti, ammettendo che sarà necessario fare qualcosa di più. Intanto i tabelloni di qualificazione saranno estesi da 24 a 32 giocatori, con la prospettiva di aumentarli a 48.

La priorità è mantenere a sette giorni la durata complessiva dei tornei. Inoltre, ci sarà una regolamentazione delle pre-qualificazioni. Già, perché ci sono effetti collaterali piuttosto antipatici: diversi tornei, infatti, impediscono ai giocatori di partecipare se non alloggiano nei (costosi) alberghi ufficiali.

Anche l'ATP sta lavorando: contrariamente alla tendenza degli ultimi anni, che spingeva per un aumento dei montepremi minimi, dovrebbe essere istituita la categoria dei Challenger da 35.000 dollari di montepremi. L'impressione è che si tratti di palliativi che non risolveranno il problema.

Va detto che il principio che ha spinto alle riforme era corretto: ridurre il numero di professionisti e garantire loro una vita migliore. Gli studi effettuati negli ultimi anni hanno evidenziato che ci sono 14.000 tennisti che giocano almeno un torneo all'anno.

3.000 competono regolarmente: di questi, soltanto il 20% guadagnano a sufficienza per andare almeno in pari tra spese e guadagni. Con il Transition Tour, le classifiche ATP e WTA si sono ridotte a circa 700 elementi. Secondo l'ITF, tuttavia, soltanto 650 donne e 300 uomini stanno prendendo piede nel nuovo sistema.

Secondo Magnus Norman, che segue una decina di giocatori tra la 300esima e l'800 posizione, le possibilità per i giocatori si sono dimezzate. “Hanno speranze, sogni, passione e la voglia di lavorare duro – ha detto a Tennis Magazine – ed è triste vedere che non hanno la possibilità di giocare.

Hanno serie difficoltà economiche, ma se la cavano con gli sponsor e giocando le gare a squadre. Alcuni di loro stanno pensando di smettere di giocare. Secondo me, il ritiro di un giocatore non è mai una buona notizia per il tennis.

Potrebbero comunque essere coinvolti come allenatori e manager... ma se smettono?”. La replica è fin troppo semplice: anche se il sistema attuale restringe l'imbuto, sembra chiaro che i più bravo troveranno comunque la loro strada.

Sull'argomento è intervenuto anche Sven Groeneveld, ex tecnico di Ivanovic e Sharapova. A suo dire, sono cambiati i criteri per pensare a una carriera professionistica. “Alleno un giocatore che sta lasciando l'università e mi ha chiesto se dovrebbe provarci con il professionismo: io gli ho risposto che non lo so.

Il percorso, oggi, è molto più difficile”. Dopo avergli spiegato che l'accesso ai tornei ATP è pressoché impossibile, se non dopo una lunga gavetta, gli ha consigliato di pensare a un master in finanza.

“Giocare a tennis potrebbe costare anche il doppio e potrebbe non arrivare nemmeno a giocare i Challenger”. ATP e ITF si sono lanciate più di una frecciata in merito alla questione dei punti. Qualcuno ha ipotizzato che la riduzione del valore dei tornei più piccoli sia stata suggerita dall'ATP perché c'erano giocatori che, giocando solo i Futures, potevano partecipare alle qualificazioni degli Slam senza aver giocato neanche un Challenger.

Sullo sfondo, c'è l'accordo milionario tra ITF e Sportradar, socierà svizzera che ha acquisito il diritto di ottenere e trasmettere i risultati in tempo reale dei tornei, con l'ovvia conseguenza di alimentare il flusso di scommesse.

Nel suo report di oltre mille pagine, il pannello indipendente che ha indagato per oltre due anni sull'integrità dello sport, ha effettuato una serie di suggerimenti che comprendeva anche l'eliminazione dei livescore nei tornei ITF.

Qualcuno ha ipotizzato che le ultime normative siano un modo (un po' maldestro) per rispettare le direttive IRP, ma mantenere il ricco contatto con Sportradar. “L'ITF ha detto di aver svolto uno studio, in cui ha ascoltato 55.000 persone – ha detto l'ex giocatore britannico Mark Petchey, oggi commentatore TV – ma di tutti quelli con cui ho parlato, nessuno è stato coinvolto”.

L'ITF ha risposto freddamente, confermando la precisione della ricerca. Alla fine, il problema è sempre di natura finanziaria: sotto certi livelli il tennis non è un business, né per i giocatori, né per i tornei.

Nel 2019, infatti, si è registrata una riduzione di eventi ITF e Challenger. Secondo Petchey, il sistema attuale è sbagliato perché i tennisti che orbitano nel circuito minore investono a tutti gli effetti sul sistema.

“Pagano pernottamenti, incordature, cibo e bevande. Tutto questo garantisce un enorme indotto. Non giocano per i soldi, ma per i punti. Adesso hanno tolto i punti” ha detto Petchey. Quest'ultima frase, in effetti, merita una riflessione.