Atp Miami: Nicola Kuhn, il pianto di un ragazzo pulito


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Atp Miami: Nicola Kuhn, il pianto di un ragazzo pulito

Le lacrime di Nicola Kuhn sono soltanto l'immagine simbolo di chi lotta duramente, senza scorciatoie, ma si è reso conto che la salita sarà dura, molto dura. Non poteva esserci un compleanno peggiore per il ragazzo spagnolo: nel giorno in cui ha compiuto 19 anni, è franato per terra, incapace di rialzarsi, quando i crampi lo hanno pervaso su tutto il corpo.

Era 2-2 al terzo contro Mischa Zverev, partita importante perché il Miami Open gli aveva concesso una wild card. Forse perché è rappresentato da IMG, forse perché lo scorso anno aveva vinto proprio a Miami il suo primo match ATP (secondo più giovane spagnolo di sempre, era stato più veloce soltanto Rafa Nadal), o forse perché i ricordi di una splendida carriera junior sono ancora freschi.

Due anni fa giocava la finale al Roland Garros, cedendo ad Alexei Popyrin, rifacendosi tre ore dopo vincendo il doppio. Nicola aveva fatto parlare di sé un mese dopo, quando si era aggiudicato il miglior Challenger del mondo, a Braunschweig.

Sembrava tutto apparecchiato per un grande futuro, ma le parole pronunciate durante il Roland Garros 2017 si sono rivelate tristemente profetiche. “Magari vinco il torneo e tra un paio d'anni potrei essere un signor nessuno” aveva detto questo ragazzo biondissimo, attualmente numero 255 ATP.

Per ora ha avuto tristemente ragione, ma non è stata solamente colpa sua. Nicola è nato a Innsbruck, Austria, da padre tedesco e madre russa. Ma si è trasferito in Spagna giovanissimo, ad appena tre mesi, a Torrevieja, nel sud-est del Paese, a metà strada tra Murcia e Alicante.

Nonostante sia già poliglotta (parla spagnolo, tedesco, inglese, francese e russo), sul piano tennistico è spagnolo a tutti gli effetti. Ha vinto tanto sin da piccolo, anche se fino ai 16 anni ha continuato a rappresentare il Paese del padre.

Nel 2015, pensate, ha partecipato alla Davis Cup Junior per la Germania, sostituendo in extremis Rudolf Molleker. L'anno dopo, l'annuncio che avrebbe giocato per la Spagna. Legittimo, visto che lavorava da anni presso l'accademia “Equelite” di Juan Carlos Ferrero.

Poi ha scelto di tornare a Torrevieja, sotto la guida di Pedro Caprotta. Dallo scorso luglio si è spostato di una cinquantina di chilometri, presso il Club Atletico di Montemar, e farsi seguire dall'ex top-100 Ivan Navarro, uno dei pochissimi spagnoli ad adottare il serve and volley.

Curiosamente, Navarro aveva lavorato proprio con Popyrin. Adesso si è lanciato in un'avventura con un ragazzo talentuoso, ma dal fisico un po' di cristallo. L'episodio di Miami non è il primo a evidenziare la sua indole sensibile.

Ce n'è uno più intimo, profondo, che abbiamo potuto osservare in prima persona. Lo scorso anno, durante il torneo di Barletta, si è fratturato un dito del piede destro. Ha interrotto la stagione sul più bello rimanendo fermo per quasi tre mesi.

È ripartito da Milano, dall'ATP Challenger dell'Harbour Club. Raccolse tre giochi contro Gianluca Mager e poi si sarebbe sfogato, disperato, negli spogliatoi dello splendido club milanese. Un pianto lungo, intenso, in mezzo a soci che si preparavano per una SPA o per un tuffo in piscina.

Un gesto discreto, di umana fragilità, che non cercava compassione pubblica. Era realmente disperato perchè sapeva che la risalita sarebbe stata lunga e difficile. Qualche giorno dopo, sarebbe arrivata la decisione di cambiare coach.

Aveva chiuso bene il 2018, con una bella finale a Canberra che gli ha restituito un ranking dignitoso, poi aveva fatto parlare nuovamente di sé per uno splendido messaggio scritto durante il Challenger di Pune, lo scorso febbraio: “Oggi, dopo la mia partita, ho regalato un paio di scarpe rotte a un bambino indiano.

Il suo sguardo valeva più di mille parole. Aveva una bottiglia d'acqua tra le mani e me l'ha offerta, pur sapendo di non avere da bere. Molte volte ci lamentiamo di quello che non abbiamo o se ci fa male qualcosa.

Loro sono felici pur non avendo quasi niente”. Parole forse banali ma vere, specie se scritte da un 19enne. Kuhn è un ragazzo onesto, pulito. Ama condividere la sua vita sui social, anche in modo un po' naif. Un paio di mesi fa, quando Federer si lamentò delle condizioni di gioco un po' troppo lente delle sessioni serali all'Australian Open, ha scritto: “Che giochi sul Campo 15, così vediamo se le trova veloci”.

Allusione al fatto che i campi secondari non erano così rapidi come poteva pensare Federer. Kuhn è rappresentato da IMG, colosso molto attento all'immagine. E qualcuno gli ha consigliato di rimuovere quel tweet, anche se ormai era diventato virale e oggetto di parecchi screenshot.

La stessa IMG gli aveva concesso una wild card per Miami: il destino ha scelto di mandarlo in campo nel giorno del suo compleanno, e Nicola stava giocando una buona partita. Ma la carrozzeria, suo malgrado, non è ancora in grado di reggere la potenza del suo motore.

Metafora corretta, visto che è un grande appassionato di automobilismo. E così è andato tutto in fumo, all'improvviso, in una scena sportivamente drammatica: si è sdraiato per terra, a pancia in giù, incapace di rialzarsi, facendo pensare a qualcosa di ancora più grave.

Si è alzato a fatica, e mentre raggiungeva il suo angolo ha appoggiato il volto sul petto del fisioterapista, continuando a piangere. Disperazione, più che tristezza. In uno sport professionistico che richiede spesso freddezza ai suoi protagonisti, Nicola Kuhn è una mosca bianca.

Una persona trasparente che vive ancora nell'incanto e sa sognare: lo scorso anno disse che gli sarebbe piaciuto vincere più Slam di Roger Federer. Qualcuno potrebbe prenderlo in giro, ma si trattava di un sogno.

Il sogno di un ragazzo che dovrà ripartire di nuovo daccapo, sperando che non sia niente di grave. Perché il tennis ha bisogno di più persone e meno personaggi.