Il segreto di Dominic Thiem? Il ritorno del “Vampiro”


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Il segreto di Dominic Thiem? Il ritorno del “Vampiro”

Quando giocava, lo avevano soprannominato “Vampiro”. In effetti, col suo stile di gioco, Nicolas Massu aveva l'abitudine di succhiare l'energia agli avversari e portarli allo sfinimento tecnico e fisico.

Non a caso, pur privo di un particolare talento, ha fatto irruzione tra i top-10 ATP. Ed è riuscito in un'impresa storica: pur essendo contemporaneo di due giocatori più forti di lui, Marcelo Rios e Fernando Gonzalez, è entrato più di tutti nella storia dello sport cileno.

Era il 2004 quando vinse un folle torneo olimpico ad Atene, sia in singolare che in doppio, regalando al Cile le prime medaglie d'oro della sua storia. Un successo che gli consentirebbe di vivere di rendita, ma il vinamarino non riesce a stare fermo.

E oggi, le sue parole più recenti sembrano profetiche. “Voglio diventare uno dei migliori allenatori del mondo” diceva un mese fa, ai microfoni di una TV cilena. Era appena stata ufficializzata la partnership con Dominic Thiem: non poteva negarla, ma preferì non parlarne.

Però i suoi obiettivi e la sua motivazione erano chiari. “Sono una persona molto positiva, lavoro giorno dopo giorno ed è la mia passione. Penso al tennis 24 ore al giorno. Ho preso la decisione di restare nell'ambiente perché mi appassiona.

Quando ho smesso di giocare, ho iniziato un periodo di apprendistato e sono sempre stato disposto ad ascoltare chi sapeva più di me. La mia idea? Mettere insieme gli insegnamenti dei miei allenatori con le cose che ho vissuto.

L'ho detto e lo ripeto: voglio diventare uno dei migliori allenatori del mondo. Per farcela, devo passare una serie di tappe, compresi i momenti negativi. Non devo perdere la voglia di imparare e di migliorare. In questi cinque anni ho fatto molte cose e proseguo con la stessa energia di quando avevo 11 anni”.

Frasi piene di carica, capaci di motivare anche il più pigro. Figurarsi un lavoratore come Dominic Thiem, che lo aveva scelto per i tornei di Indian Wells e Miami. I due si erano già “annusati” a Buenos Aires e Rio de Janeiro, ma nel deserto della California è arrivato il botto: primo titolo Masters 1000 per l'austriaco.

Incredibile, non tanto per la qualità del suo tennis (in fondo aveva già giocato due finali, entrambe a Madrid), ma perché è arrivato lontano dalla terra battuta, battendo un bombardiere come Raonic in semifinale e Roger Federer in finale.

Al suo fianco c'era il “Vampiro”, che dopo aver succhiato energia agli avversari l'ha riversata nei muscoli di Thiem. I due avevano ufficializzato la partership dopo Rio de Janeiro, confermando che avrebbero lavorato insieme a Indian Wells e Miami “e poi vedremo cosa succederà”.

Nessuno dubitava delle qualità dell'austriaco, ma il leone della terra battuta diventava un agnello o poco più sulle altre superfici. Proprio per ruggire anche sul cemento, ha scelto Massu. “Ci sono molte cose che può portare al mio tennis – aveva detto Thiem qualche giorno fa – preferiva la terra battuta, ma il suo più grande successo è arrivato sul cemento.

Sa cosa significa sentirsi a casa sulla terra, ma anche come trasferire i buoni risultati sui campi in cemento. È una delle cose che ci aspettiamo da questa partnership”. Le condizioni di Indian Wells erano perfette per lui: campi lenti e rimbalzi abbastanza alti, l'ideale per un colpitore che adotta rotazioni pesanti, talvolta esasperate.

Ma da lì a vincere il torneo c'erano sei partite e tanti grandi avversari. Thiem e Massu sono arrivati a Indian Wells con dieci giorni di anticipo e si sono allenati con grande intensità, fino a trovare un feeling straordinario.

E adesso, ad appena 39 anni di età, il cileno si propone di diventare un top-coach. Certe cose non passano inosservate e pare chiaro che abbia la stoffa del grande allenatore. L'avventura era nata casualmente, da avversari: si sono incontrati un mese e mezzo fa a Salisburgo, per il match di Coppa Davis tra Austria e Cile.

Anche grazie all'assenza di Thiem, l'hanno spuntata i cileni. Da cinque anni, Massu è capitano del team cileno e adesso sogna di riportare il suo Paese ai livelli di un tempo. È un “romantico” della competizione, aveva esordito in Davis da teenager e ha giocato la bellezza di 56 partite.

Dopo anni difficili, ha trovato un paio di buoni giocatori (Jarry e Garin) e – ancora più importante – ha creato la giusta armonia nel gruppo, trovando un ruolo in squadra per l'ingestibile Marcelo Rios.

Ma la Davis non impegna tutto l'anno, mentre Nicolas vuole viaggiare, essere protagonista, “diventare uno dei migliori allenatori al mondo”. Aveva smesso nel 2013 (ha giocato l'ultima partita a Manta, perdendo da Alejandro Gonzalez), ma il background olimpico gli ha consentito di trovare subito un ruolo di rilievo in Coppa Davis.

Non ha commesso l'errore di adagiarsi e ha iniziato a studiare, arricchirsi umanamente e tecnicamente. Le sue qualità hanno colpito Dominic Thiem: ci ha visto giusto. Sarà interessante verificare gli sviluppi: l'austriaco è ancora allenato da Gunther Bresnik, il coach di una vita, che lo ha preso da bambino e ha creato un giocatore fortissimo, peraltro con scelte rischiose come passare dal rovescio bimane a quello a una mano negli anni dello sviluppo.

Bresnik è rimasto a casa e ha commentato la finale contro Federer per Servus TV, l'emittente austriaca che ha trasmesso Indian Wells. A Monte Carlo tornerà al suo posto, ma il feeling tra Thiem e Massu è troppo importante per essere liquidato senza prima essersi seduti a un tavolo.

Probabilmente il progetto andrà avanti: d'altra parte, non è la prima volta che Bresnik si fa affiancare da un altro coach. "Aveva bisogno di qualcuno che fosse meno didascalico di me, io lo sono già abbastanza" ha dettto Bresnik.

Lo scorso anno c'era Galo Blanco a dargli una mano, prima che abbandonasse l'incarico per andare a lavorare alla nuova Coppa Davis per conto di Kosmos. Ma col “Vampiro” sembra davvero un'altra cosa.