Miomir Kecmanovic, l'improvvisa svolta del tennista della pace


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Miomir Kecmanovic, l'improvvisa svolta del tennista della pace

La narrazione sarebbe più affascinante se tutto questo fosse accaduto a Miami, ma in fondo va bene così. La Florida rappresenta qualcosa di importante per Miomir Kecmanovic, 19 anni, terzo miglior teenager del ranking ATP.

La sua vita è cambiata quando ha accettato la proposta di IMG e si è trasferito a Bradenton, nella ex accademia di Nick Bollettieri. Invece festeggerà l'avvicinamento (e forse l'ingresso) tra i top-100 ATP grazie alle vittorie raccolte tre fusi orari più in là, nel deserto della California.

E pensare che aveva perso nelle qualificazioni, ma il forfait di Kevin Anderson gli ha regalato un posto in tabellone. Lui ha sfruttato il corridoio e, finalmente, sembra pronto a ripartire dopo un 2018 al di sotto delle aspettative.

Era migliorato, ma non come ci si aspettava. Sembra pronto a far ripartire una storia interessante, in cui il tennis si è intrecciato con la difficile storia del suo Paese. A ben vedere, la crescita di Kecmanovic non racconta di stenti, difficoltà o allenamenti dentro una piscina svuotata.

E nemmeno di bombe sganciate dagli aerei della NATO, che nel 1999 hanno messo in pericolo i sogni – più che la vita – di Novak Djokovic. “Misha” è nato il 31 agosto di quell'anno, pochi mesi dopo la fine del conflitto in Kosovo.

E viene da una famiglia di alto profilo sociale: entrambi i genitori sono medici chirurghi, la nonna era un'economista e il nonno paterno un medico. Una figura importante, tuttavia, è il nonno materno Jovan Pavlov.

Sul finire degli anni 80 era un generale dell'esercito jugoslavo, quando le tante etnie della zona erano ancora radunate sotto un'unica bandiera. Non poteva durare. È andato in pensione poco prima che scoppiasse la Guerra dei Balcani, nel 1991, ma era famoso per essere stato uno dei pochi a dirsi contrario alla guerra.

Non la voleva. Le sue figlie, Maja (madre di Mionir) e Tanja, vivevano in Croazia. Furono costrette a rifugiarsi in Serbia, perché ormai non erano più gradite. Sono stati difficili, gli anni 90, per la comunità slava.

La famiglia Kecmanovic ne è uscita bene, al punto che nel 2005 il piccolo Miomir era in vacanza col nonno a Zlatibor, a due passi dal confine con la Bosnia. Il bambino non stava mai fermo, così pensò bene di mettergli una racchetta in mano.

Apriti cielo. A 7 anni, vinceva un torneo Under 10. Quando ne aveva 9, durante lo Smrikva Bowl (probabilmente il più grande torneo Under 10 in circolazione), ha conosciuto il suo attuale coach Miro Hrvatin, ex aspirante giocatore croato che si era costruito la sua fortuna partecipando ai campionati a squadre in giro per l'Europa.

Da allora hanno collaborato occasionalmente, salvo poi ritrovarsi e stabilire un legame definitivo un paio d'anni fa. Nel frattempo, tuttavia, erano successe cose importanti nella vita di Miomir. Nel 2013, quando vinse un torneo a Mosca, il colosso IMG gli ha messo gli occhi addosso.

Oltre al suo talento, il passaporto serbo era molto invitante. Se oggi fate un giro nei bar di Belgrado, vedrete che quasi tutti i locali pubblici sono sintonizzati sul tennis. Una sorta di Effetto-Djokovic, che ha reso la Serbia un mercato appetibile per le aziende di settore.

Chiaro che non lo vogliano bruciare, e Kecmanovic sembra l'uomo giusto per tenere alta la tennis-mania. Gli inizi non sono stati facili. Difficoltà con la lingua, con il cibo e con gli spostamenti lo hanno fatto crescere in fretta.

Insieme a lui c'era la zia, Tanja Pavlov, figura fondamentale della sua crescita. Quando IMG propose il trasferimento negli Stati Uniti, i genitori non erano entusiasti. “Non è stato facile accettare: ero figlio unico, ma è stata la scelta giusta” dice oggi, fiero di un bel piazzamento nel “Quinto Slam”, e ben deciso ad andare avanti.

Yoshihito Nishioka è ostico, non certo imbattibile. Per accettare il trasferimento negli States, posero una sola condizione: non sarebbe dovuto partire da solo. E allora zia Tanja, senza legami sentimentali e con un impiego che le avrebbe consentito di lavorare da qualsiasi parte del mondo, era la figura ideale.

Vanta un dottorato in psicologia e ancora oggi continua a lavorare per “Gruppo 484”, meritoria organizzazione che fornisce aiutato agli immigrati in Serbia e in Macedonia. Negli anni più duri, è stata lei a coccolare e proteggere il cucciolo di campione, affiancandosi al coach scelto da IMG, José Lambert.

Poi è tornato in scena Hrvatin, reduce da un'esperienza in Cina. Ed è bello – ripensando agli orrori della guerra – che il suo coach sia un croato (anzi, un istriano). Il loro connubio è un dolce simbolo dei tempi che cambiano, per una volta in meglio.

Il primo professionista con cui ha giocato è stato Max Mirnyi, poi gli è capitato di condividere il campo con Kei Nishikori e altri ottimi giocatori. I risultati sono arrivati in fretta, almeno tra i giovani. È stato il terzo giocatore a vincere per due anni di fila l'Orange Bowl (prima di lui lo avevano fatto Harold Solomon e Billy Martin), e ha ripetuto i risultati di un certo Dominic Thiem: vincere Eddie Herr e Orange Bowl uno dopo l'altro.

Come se non bastasse, è giunto in finale allo Us Open Junior. Perse contro Felix Auger Aliassime: se non si fosse “incartato” negli ultimi punti contro Nishioka, il canadese sarebbe stato il suo avversario a Indian Wells.

Ci saranno altre occasioni. E comunque, Misha sembra ormai pronto per entrare nel tennis che conta. Il segreto? Forse la preparazione invernale, svolta a Tenerife con un bel gruppo di giocatori: Dominic Thiem, David Goffin, Jan Lennard Struff, Ernests Gulbis e Tennys Sandgren.

“È stata molto più intensa di quelle che avevo fatto in passato. Di sicuro ripeterò l'esperienza. Non sapevo bene come lavoravano i top-players: stare con loro mi ha aperto gli occhi su quanto devo lavorare per arrivare dove desidero.

Più che la quantità, è importante la qualità del lavoro. Bisogna applicarsi in modo intelligente”. Lo sta facendo: a Brisbane ha vinto la sua prima partita nel main draw di un torneo ATP, poi si è qualificato per l'Australian Open.

In verità, da allora non aveva combinato granché. A Indian Wells si era arreso a nelle qualificazioni, ma la sorte gli ha dato una grossa occasione. Lui è stato bravo a coglierla, ma in fondo era solo una questione di tempo.