Murray, Wimbledon e la prospettiva di giocare il doppio


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Murray, Wimbledon e la prospettiva di giocare il doppio

A cinque settimane dalla delicata operazione all'anca, Andy Murray ha effettuato la sua prima apparizione pubblica. Le ultime novità sono positive, anche se gli scenari futuri sono ancora nebulosi.

La buona notizia è che Andy non prova dolore e ha recuperato lo spirito, dopo che a Melbourne avevamo visto un uomo distrutto dal dolore (fisico e psicologico). Al Queen's Club di Londra, dove ha partecipato a un evento con uno sponsor, ha sottolineato il miglioramento della qualità della sua vita.

Gli interessa più quello che la possibilità di tornare a giocare, definita una “nota a margine”. “Mi preme di più poter camminare intorno all'isolato insieme ai miei figli”.

Ma i giornalisti lo hanno incalzato, chiedendogli se esiste la chance di vederlo in campo a Wimbledon. “Meno del 50%” ha detto. Però qualcosa è cambiato. Nelle pietose conferenze stampa durante l'Australian Open, vedeva Wimbledon come il luogo ideale per l'addio al tennis giocato.

Adesso ragiona a lungo termine: giocarlo senza essersi ripreso al 100% potrebbe danneggiare le sue prospettive. Significa che nella sua testa serpeggia l'idea di un rientro agonistico. “Ovviamente mi piacerebbe giocare a Wimbledon, è il mio torneo preferito – ha detto – ma se le cose dovessero migliorare, e non mi sentissi pronto, sarebbe più logico aspettare piuttosto che volerlo giocare per forza, soltanto perché è Wimbledon”.

Lo scozzese ha poi rivelato i dettagli della sua riabilitazione: basta ascoltarli per rendersi conto che i suoi obiettivi sono ben più ambiziosi che fare una gita fuori porta con la famiglia. Piscina, pesi, bicicletta, esercizi in palestra...

non si fa mancare nulla. “Quando sono a casa, posso utilizzare una AlterG, una specie di tapis roulant anti-gravità. Faccio 40 minuti di camminata ogni giorno, a cui aggiungo mezz'ora di piscina e altri 45 minuti di esercizi per testare le mie possibilità di movimento”.

Non è certo il programma di un uomo che si è rassegnato alla fine della sua carriera. Murray lo ha ammesso: sta entrando in un territorio inesplorato, il cui sbocco è ancora sconosciuto. Per capire se il tennis può essere ancora qualcosa di importante, potrebbe svolgere un periodo da doppista.

Ci sta pensando seriamente. “È una possibilità. Se non fossi pronto per il singolare, potrei mettermi alla prova per vedere come mi sento. Non lo farei a lungo termine, ma è un possibile trampolino di lancio per tornare a giocare in singolare”.

Il futuro è nebuloso perché non esistono precedenti: nessun giocatore si è mai sottoposto a un intervento del genere per poi tornare a giocare in singolare. “A Bob Bryan sta andando bene, ma il doppio è un'altra cosa: i carichi sono diversi, così come lo stress sulle articolazioni.

Diciamo che ho la certezza di poter raggiungere un certo livello... bisognerà capire se sarò in grado di fare meglio”. La carriera si può ancora ricucire, ma gli appassionati britannici hanno già iniziato a sfogliare la margherita per la sua eventuale partecipazione a Wimbledon, laddove si è imposto due volte (tre, considerando le Olimpiadi di Londra).

Riprenderà a colpire la palla tra un mese, sia pure da fermo. In merito alla condizione atletica, difficilmente riprenderà a correre prima di metà aprile. Soltanto a quel punto capirà quanto sarà vicino al fantastico atleta di qualche tempo fa.

Basteranno alcuni test per capire le sue condizioni. Il suo ex preparatore atletico, Jez Green, disse che sullo scatto breve (10 metri) era rapido come Usain Bolt. Certo, il 15 maggio compirà 32 anni e l'esplosività non potrà essere la stessa di cinque, o anche soltanto tre anni fa.

“Nel tempo ho fatto molti test – dice Murray – se sarò più lento di com'ero in Australia, non avrebbe senso continuare. Non giocherò più se non sarò in grado di muovermi correttamente”.

Un Murray decisamente loquace ha poi accettato di parlare di prospettive. Ha definito “improbabile” un piazzamento tra i primi 10, mentre ritiene più realistica la prospettiva di rientrare tra i top-100, o magari tra i top-50.

L'intervento non è stato semplice: si pensava che sarebbe durato circa 45 minuti. “Ma dopo due ore e mezza non ero ancora tornato, quindi erano tutti un po' preoccupati in sala d'attesa”. Motivo? L'osso della sua anca destra è talmente forte che i medici hanno faticato per inserire la barra di metallo che dovrebbe salvargli la carriera.

Si pensava che il chirurgo prescelto sarebbe stato l'americano Edwin Su (che aveva operato Bob Bryan), ma alla fine è stata scelta Sarah Muirhead-Allwood, che ha eseguito l'intervento in un ospedale a nord di Londra.

Quando gli hanno chiesto il perché della scelta, è stato chiaro: “Perché è stata onesta. Molti mi avevano detto che sarebbe andato tutto bene, mentre lei ha precisato che non ci sono garanzie sul ritorno agonistico.

Non volevo sentirmi dire che avrei vinto Wimbledon dopo cinque mesi: era impossibile, e nessuno sano di mente avrebbe potuto prometterlo. Mi ha detto che bisogna essere realistici e che potrebbe non succedere, ma mi ha garantito che il dolore sarebbe scomparso.

E così è stato”. Insomma, gli aggiornamenti sono positivi, ma non è detto che la riabilitazione sarà sufficiente a restituirci il giocatore che conosciamo. Ma un Murray con la racchetta in mano, alla fine, dovremmo rivederlo. Non è una notizia da poco.