Malek Jaziri, il tennis per cambiare un Paese


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Malek Jaziri, il tennis per cambiare un Paese

Non capita spesso che la prima testa di serie di un torneo ATP sia numero 45 del mondo. È il caso del Brasil Open di San Paolo. Lo status appartiene a Malek Jaziri, emblema di un Paese senza alcuna tradizione tennistica.

Eppure, in Tunisia sta cambiando qualcosa. Nato a Bizerte, piccolo distretto industriale, il 20 gennaio 1984, a trentacinque anni sta vivendo il miglior momento in carriera. Nello spogliatoio si sono sorpresi in pochi: anzi, c'è chi pensa che avrebbe dovuto emergere prima.

Secondo Fabio Fognini, il tunisino è il giocatore più “cool” del circuito. Per non parlare della vecchia opinione di Goran Ivanisevic, che lo smontò ed esaltò in una sola frase: “Non si allena, non va in palestra, non ha idea di cosa sia il tennis...

eppure è numero 70 del mondo”. Etichette a parte, la sua è una storia affascinante come può essere quella di chi viene da un paese povero e senza tradizione. Jaziri ha iniziato a giocare a cinque anni, seguendo le orme del fratello maggiore. “Ho vinto il primo torneo a cui ho preso parte, e da lì ho iniziato a sognare di diventare un professionista.

Guardavo il Roland Garros in TV, erano tempi in cui era difficile seguire i tornei”. Bizerte non offriva strutture adeguate per inseguire il sogno, dunque a 12 anni si è trasferito a Tunisi, in un collegio che si proponeva di combinare studio e attività sportiva.

In Tunisia non c'era di meglio, ma non aveva nulla a che fare con le tante accademie sparse in giro per il mondo. “Sono stati tempi difficili – confida Jaziri – sono stato il primo tennista a frequentare il collegio e le condizioni non erano buone.

Dormivamo in otto per stanza, il cibo era mediocre e le strutture non erano adeguate. All'epoca, non capivano che volevo fare il professionista. Nessuno lo aveva fatto prima di me e tutti pensavano che fosse un traguardo impossibile.

Mi domandavano perché non facessi come tutti gli altri, andando a studiare all'università. Tutti dicevano di no, io ho deciso che sarebbe stato un sì”. I risultati gli hanno sempre dato ragione: miglior Under 14 al mondo, si spostò in Francia per un paio di mesi per confrontarsi con i coetanei di altri paesi.

Nonostante i buoni risultati, alcuni infortuni e le difficoltà finanziarie lo convinsero a lasciare il tennis per un paio d'anni, tornando in Tunisia a lavorare per dare una mano alla sua famiglia. “Avevo 15-16 anni: quando ho iniziato a lavorare e studiare mi sono reso conto di quanto sarei stato fortunato a fare il tennista e come avrebbe potuto cambiare la mia vita.

Potevo diventare una stella, creando opportunità per me stesso e per gli altri. E allora mi sono detto 'Perché no?'”. Ma la sfortuna era dietro l'angolo: dai 22 ai 24 anni si è spesso fatto male.

Il ginocchio non lo lasciava in pace, ma fu l'occasione per girovagare in Europa. Ha fatto da sparring partner al centro tecnico della FFT al Roland Garros, poi si è allenato per un paio d'anni in Spagna. “Al termine di quel biennio ero già tra i top-100 ATP”.

Sette anni dopo, Malek è ancora tra i big. In carriera ha vinto otto Challenger e ha giocato una finale ATP, l'anno scorso a Istanbul. Ma non è detto che sia finita qui, anche se ha avuto i suoi problemi. Tempo fa, il suo governo lo obbligò a ritirarsi prima di affrontare l'israeliano Amir Weintraub al Challenger di Tashkent.

Tempo dopo, un suo ritiro a Montpellier destò più di un sospetto perché al turno decisivo avrebbe dovuto sfidare Dudi Sela. La sua vita si era già intrecciata con la politica nel 2010, quando il rumore di spari ed elicotteri lo obbligò a interrompere un allenamento: stava iniziando la rivoluzione che avrebbe portato alla destituzione di Ben Ali.

E pensare che il coinvolgimento con la federtennis tunisina è totale: nel 2013 è tornato a casa e collabora con la presidentessa Salma Mouelhi, prima donna africana ad aderire all'ITF. L'obiettivo della Mouelhi è diffondere lo sport nel paese e facilitare lo sviluppo di nuove generazioni di tennisti.

“Ha cercato di fare del suo meglio, non solo con gli sponsor, ma anche con il tennis in generale. L'obiettivo finale è la creazione di un centro tecnico nazionale”. L'entrata in scena della Mouelhi è stata la risposta, concreta, alla sospensione della Tunisia dalla Coppa Davis per il caso di Tashkent.

L'atteggiamento fu ritenuto antisemita e scatenò la ferma reazione dell'ITF. Oggi le cose vanno meglio. “Stiamo cercando di aumentare la popolarità del tennis: sono un top-50 ATP e ne stiamo approfittando per raccogliere pubblicità e cercare sponsor per aiutare le nuove generazioni”.

In Tunisia c'è un piccolo boom di praticanti, dovuto anche alla nascita di tanti circoli. “Diverse piccole città non avevano mai visto un campo da tennis, mentre adesso stanno nascendo tanti piccoli club.

La gente è incuriosita, penso che sia molto importante”. Nonostante una storia di 3.000 anni, la Tunisia non ha grossa tradizione sportiva. L'obiettivo è creare la giusta consapevolezza, perché i tunisini amano seguire lo sport, un po' meno praticarlo.

Le cose stanno cambiando, anche grazie al tennis. Secondo i dati del Ministero dello Sport, è il terzo sport con più tesserati alle spalle di calcio e pallamano. La figura di Jaziri è fondamentale perché la sua esperienza gli ha consentito di capire come si crea un giocatore.

In particolare, sono necessari coach validi e capaci. “Sviluppare un tennista è un progetto a lungo termine. La gente pensa che siano sufficienti i soldi, ma in realtà abbiamo bisogno di buoni allenatori e buone strutture.

E ovviamente ci vogliono gli sponsor. Non è facile”. Professionista dal 2003, Jaziri ha colto i primi risultati di rilievo intorno ai 25 anni di età. Per questo, ritiene che il ritiro sia ancora piuttosto lontano.

“Adesso penso solo al tennis. Non dimostro 35 anni, fisicamente sto bene. La maggior parte dei tennisti sono come bambini: amiamo questo sport, e senza amore non possiamo evolvere. Devi apprezzare quello che fai, discutere con l'allenatore e correggere gli errori.

Adesso provo a migliore giorno dopo giorno. Ho iniziato la mia carriera molto tardi, ora vorrei prolungarla. Magari andrò avanti per altri cinque anni... chi lo sa'”.