Vita da doppista: guadagni meno... ma vivi meglio


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Vita da doppista: guadagni meno... ma vivi meglio

Se date un'occhiata alla classifica dei guadagni stagionali, tra i top-50 vedrete qualche nome che vi sorprenderà. Com'è possibile che Pierre Hugues Herbert sia l'ottavo tennista più ricco del 2019? E Nicolas Mahut quattordicesimo? Per non parlare di Henri Kontinen, capace di intascare 211.000 dollari in meno di due mesi.

Certi dati sono possibili grazie al doppio, soluzione sempre più praticata da alcuni giocatori che non ce l'hanno fatta in singolare. Oppure, semplicemente, che non hanno più voglia di lottare nei tornei minori.

Il doppio può essere una bella soluzione per chi vuole continuare a vivere di tennis, ma senza lo stress del professionismo sfrenato. Ci sono alcuni giocatori reduci da una buona carriera, ma che hanno trovato un modo per restare legati al tennis.

I risultati sono dalla loro parte, specie da quando Horacio Zeballos e Maximo Gonzalez hanno preso a giocare insieme. In singolare hanno spremuto il fisico fino all'ultima goccia di energia, e poi le loro vite hanno nuove priorità.

Sono entrambi diventati papà, dunque hanno dovuto fare una scelta. Tra smettere con il tennis e andare avanti, hanno trovato una soluzione ibrida. “Abbiamo trovato la giusta modalità – dice Zeballos, che in singolare è stato numero 39 meno di un anno fa – non ti stanchi troppo, ma le partite sono molto più intense.

Mi dedico al doppio con la stessa professionalità e mi trovo molto bene. Gioco con amici e questo rende tutto più facile. Inoltre, mi permetterà di restare nel circuito per ancora molti anni”. La minore lunghezza delle partite, il fatto di viaggiare con le famiglia e una vita più rilassata sono le ragioni che spingono tanti ex singolaristi verso il doppio.

“È un modo per rimanere legati al tennis, ma più facile” ha aggiunto Maximo Gonzalez, di cui si ricorda un terzo turno al Roland Garros e tanti successi Challenger. Non è stato altrettanto forte Andres Molteni.

Per lui, quella del doppio è stata una necessità ancor più che una scelta. Non riusciva a sfondare, infognato nel circuito Challenger, mai oltre il numero 181 ATP. Al massimo, si è aggiudicato un titolo Challenger.

E allora, per potersi definire un tennista di successo, si è riciclato come doppista. Oggi è numero 52 del ranking di specialità. “Il dilemma interiore per aver smesso con il singolare è molto duro, e credo che non terminerà mai.

Sono passati due anni e ci penso ancora – dice Molteni – un doppista allena le situazioni che troverà in partita. Si lavora sui colpi incrociati, si corre meno, non ti muovi tanto. È un tennis statico, ma a me è sempre piaciuto allenarmi e correre.

Per questo è una lotta interiore adattarmi a un allenamento diverso. Parliamoci chiaro: il doppio è un altro sport, quindi bisogna cambiare tipologia di allenamento, non dare importanza agli scambi ma concentrarsi sul servizio, la risposta, le volèe...

tutto si svolge più rapidamente”. Molteni è onesto: la scelta di giocare il doppio è arrivata per il desiderio di mettere il naso nei tornei importanti. Da singolarista aveva giocato la miseria di due partite nel circuito maggiore.

Con il doppio, si è già aggiudicato sei tornei ATP. “Con il singolare, al massimo, potevo ambire alle qualificazioni. Ho giocato per 5-6 anni nei Challenger ed era un'altra cosa. Io volevo iniziare a sentirmi parte del grande tennis.

Con il doppio ce l'ho fatta che ho un buon ranking, anche se la vita dei doppisti potrebbe essere migliorata un po'”. È un po' diversa la visione di Gonzalez. A quasi 36 anni, può dire di aver vissuto una buona carriera in singolare.

Ha giocato finché ha potuto e, a differenza di Molteni, non gli manca. “Quando vedo ragazzi giovani che si preparano per giocare tre ore, sono contento di non essere più coinvolto. Non sarei più in grado di giocare una partita di cinque set”.

Ovviamente, il problema riguarda il portafoglio. Molteni alludeva a questo quando auspicava un miglioramento delle condizioni. Soltanto il 25% del montepremi complessivo di un torneo è riservato al doppio. Tale denaro, ovviamente, deve essere diviso per due. “In effetti si soffre un po' dal punto di vista economico, però la qualità della vita è migliore” dice Zeballos, che però auspica una maggiore promozione della specialità.

In effetti, il doppio viene spesso collocato a fine giornata, come se fosse uno “scarto” del programma, a volte un ospite sgradito. “Vivere solo con il doppio è dura perché si guadagna un quinto, riesci a vivere bene soltanto se entri tra i primi 60.

Giocarlo è una specie di investimento”. In effetti, l'ATP si sta impegnando per rendere più appetibile il prodotto doppio. La riforma del punteggio, con il “no-ad” e il super tie-break al posto del terzo set, è forse il lascito migliore della presidenza di Etienne De Villiers.

Quantomeno, il doppio è sopravvissuto. Oggi si parla di coinvolgere di più il pubblico: mettere musica ai cambi di campo, permettere al pubblico di muoversi... Insomma, rendere il doppio una specie di laboratorio per eventuali modifiche da estendere al singolare. Chi lo gioca, tutto sommato, è d'accordo.