Karim Hossam, la storia di un tennista corrotto


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Karim Hossam, la storia di un tennista corrotto

La vita di Karim Hossam è cambiata nel 2013, quando si preparava a giocare un match a Sharm El Sheikh. La località egiziana è nota per essere un'invitante meta turistica, ma nel tennis ha ben altra reputazione.

Nei pressi di un centro commerciale si giocavano moltissimi tornei Futures, popolati da carneadi della racchetta a caccia di punti ATP. Per Hossam era una buona soluzione: essendo egiziano, era il sistema meno costoso per provare a fare il professionista.

Quell'anno ne aveva vinti quattro, accomodandosi al numero 337 ATP. Ben distante dall'undicesima posizione conquistata da junior, ma una discreta base per costruirsi una carriera. In fondo, aveva appena 19 anni. Prima di quel match, tuttavia, un giocatore “che non conosceva bene” lo ha avvicinato, offrendogli 1000 dollari in cambio della disponibilità a perdere la partita.

Lo stesso giocatore, mesi prima, gli aveva proposto la stessa cifra per perdere il primo set contro Richard Gasquet, al torneo di Doha. “Non sono qui per vendere le partite” gli aveva risposto Hossam. Ma quella volta era diverso, forse perché i montepremi dei tornei ITF sono poco più che da fame, o forse perché qualche soldo facile gli avrebbe fatto comodo. “Non avevo mai provato, pensavo che mentisse, non sapevo neanche che esistessero le scommesse” ha ammesso quattro anni dopo, in una camera d'albergo di Hammamet, davanti a un paio di investigatori che lo avevano messo alle corde.

Lo avrebbe appreso dopo aver perso quella partita, quando presso una filiale locale di Western Union si è visto accreditare la cifra promessa. Per 1.000 dollari, si era appena giocato la carriera. Il programma anti-corruzione del tennis, infatti, può prevedere la radiazione anche per una singola infrazione.

Cinque anni dopo, il Tribunale chiamato a giudicare sul suo caso ha sentenziato che Hossam è stato trovato colpevole di 16 infrazioni, per un totale di 47 articoli violati. Bene, 30 di questi (il 64%) erano da radiazione.

Gliel'hanno notificata il 3 luglio 2018, mentre gli occhi degli appassionati erano tutti su Wimbledon. Quel giorno è terminata ufficialmente la carriera di Karim Hossan, l'ex ragazzo che nel 2011 raggiungeva i quarti allo Us Open Junior e se la giocava con Kyle Edmund.

In Egitto pensavano di aver trovato l'erede di Ismael El Shafei. Non è andata così. Dopo essersi venduto quella partita, Hossam è andato da suo papà e gli ha raccontato tutto. Il padre si è imbestialito e lo ha avvisato.

“Ti stai rovinando la vita”. Ma ormai era entrato nel giro e la tentazione dei guadagni facili ha avuto la meglio. Per un po' ha evitato, ma poi ha capito che truccare qualche match gli avrebbe consentito di intascare denaro per investire su se stesso, come – per esempio – andare in un'accademia negli Stati Uniti.

E allora ha iniziato a vendere partite su partite. A dozzine. Ormai compromesso, ha iniziato a fare intermediario tra gli scommettitori e i suoi colleghi. In quattro anni ha “aggiustato” decine di partite in tornei giocatori in Egitto, Tunisia e Nigeria.

Il ruolo di intermediario gli garantiva 200 dollari, mentre il giocatore corrotto ne intascava 1.000. Prendeva contatti soprattutto con giocatori nordafricani e il canale di comunicazione preferito era Facebook. Simon Cox e Paul Grant, giornalisti della BBC, sono venuti in possesso di documenti riservati e verbali di alcuni interrogatori, comprese le trascrizioni di alcune chat.

Ci sono i dettagli delle trattative, alcune andate a buon fine, altre no. Quando gli investigatori gli hanno chiesto perché lo facesse, ha risposto che non guadagnava a sufficienza per portare avanti l'attività.

Fino ad allora gli aveva pagato tutto il padre, che però doveva badare anche alla crescita del fratello minore Youssef. E proprio le conversazioni con il fratello hanno rivelato i suoi calcoli. “Mi hanno preso in camera d'albergo, sono stato stupido a non cancellare alcune cose” scriveva Hossam, che sperava di ottenere uno scontro di pena – o magari qualche privilegio – collaborando con le autorità.

“Sarebbe bello viaggiare e guadagnare soldi per scovare i truffatori!” sosteneva, fantasticando sull'ipotetico ruolo di “collaboratore di giustizia”. Invece lo hanno squalificato a vita. In tutta risposta, ha scritto a un collega dicendo che avrebbe scommesso ancora di più.

Gli interrogatori sono andati avanti per sei mesi: l'ultimo risale al gennaio 2018, quando gli hanno chiesto di testimoniare contro il primo corruttore, quello che gli aveva offerto 1.000 dollari per perdere una partita a Sharm El Sheikh.

“Se lo ha fatto con te, lo ha fatto con altri. Ed è probabile che lo faccia ancora. Dovresti desiderare che esca del mondo del tennis, perché è un pericolo per i giovani. E se non fosse per lui, adesso non saresti qui”.

La tecnica investigativa della pressione psicologica, tuttavia, ha funzionato a metà. Hossam ha preferito non mettere nei guai l'ex collega, soprattutto quando ha capito che non avrebbe ricavato benefici dalla sua collaborazione. “Ho dato molte informazioni, sono stato aperto con loro, ma mi hanno squalificato.

Ho giocato a tennis per 17 anni e le circostanze mi hanno costretto a fare quello che ho fatto. Non vedo benefici... e onestamente non ho prove di ulteriori chat”. A quel punto, inevitabilmente, è scattata la radiazione. BBC sostiene che anche dopo la squalifica, lo scorso agosto, abbia offerto 3.500 dollari a un collega per perdere un set con un punteggio specifico.

E il giocatore che lo aveva corrotto nel 2013, a Sharm El Sheikh, gioca ancora. Il suo nome non è emerso nel report. I documenti sono stati messi a disposizione da una gola profonda che si è detta delusa per l'operato della Tennis Integrity Unit.

A suo dire sono lenti e inefficaci. “Ottengono le prove, poi le indagini terminano dopo due anni”. Lo stesso informatore racconta di un tennista che sa di essere prossimo a una squalifica a vita. “Perché dargli la chance di giocare gli ultimi tornei?”.

Negli ultimi due anni, il Tribunale Anti-Corruzione ha emesso 44 condanne. Quindici di queste sono state a vita. Come è noto, la Tennis Integrity Unit opera nel massimo riserbo. “Rivelare pubblicamente certi dettagli allerta i sospetti e consentirebbe di cancellare le prove” fanno sapere dagli uffici di Londra.

Vero, ma potrebbe esserci una maggiore trasparenza a cose fatte. Il caso Hossam, oltre ad essere inquietante, è ormai archiviato. E se leggete la sentenza di Jane Mulcahy QC non capirete granché di quello che è successo.

La discrezione nelle indagini è giusta e legittima, ma poi sarebbe meglio garantire una maggiore chiarezza. Tanto qualche gola profonda, con amici giornalisti, esisterà sempre.