Emilio Nava, il tennista di frontiera


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Emilio Nava, il tennista di frontiera

La visita della Gazzetta dello Sport, nella sua base di Riccò del Golfo, è stata la linea di confine che ha reso Lorenzo Musetti un personaggio mainstream. L'edizione di giovedì della “rosea” lo ha incoronato, insieme al pattinatore Matteo Rizzo, come grande speranza dello sport italiano.

Nulla sarà più lo stesso, per Musetti, dopo il successo a Melbourne. Inutile ricordare – ancora una volta – che non dovrà farsi travolgere dal vortice di popolarità toccato sei anni fa da Gianluigi Quinzi.

Nel 2013, a Wimbledon, il marchigiano batté in finale Hyeon Chung. L'occhialuto coreano sarebbe poi diventato un top-20, semifinalista Slam e potenziale fenomeno. Al contrario, GQ sgomita nei Challenger con la speranza di entrare tra i primi cento.

Può aggrapparsi a questo precedente Emilio Nava, ultima vittima di Musetti nel suo percorso a Melbourne. In fondo, è stato a un passo dal vincerlo lui, l'Australian Open Junior. Ha annullato tre matchpoint e ne ha avuto uno, sul 12-11 nel tie-break finale, annullato da una buona prima palla del carrarino.

A differenza di Chung, l'americano è un ragazzo allegro e spigliato. “Wow” ha detto, quando gli hanno messo il microfono sotto il grugno durante la premiazione. E ha sorriso. Quasi non sembrava che avesse perso due finali.

Già, perché oltre a quella con Musetti, 24 ore prima aveva perduto anche quella del doppio. Poco importa. Emilio Nava rappresenta gli Stati Uniti, ma il suo nome suggerisce altro. Scavando fino alle radici si trova una storia interessante, suggestiva.

Quella di Emilio Nava è la storia di un tennista di frontiera. Nonno Ernesto era messicano e scoprì il tennis durante una gita negli Stati Uniti, quando si ritrovò a seguire un match di Coppa Davis a Los Angeles.

Al ritorno in patria, decise di costruire un campo. Non aveva grandi mezzi, ma nel cortile della sua abitazione a Jerez c'era spazio. Non era regolamentare,aveva uno spago al posto della rete, ma era perfetto per far giocare i dieci figli.

Tra loro c'era Xochitl, mamma di Emilio. È diventata una discreta professionista, fino ad arrampicarsi al numero 284 WTA. Nel 1988 avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Seul, perdendo contro l'australiana Anne Minter.

Quando parla della madre, Emilio sostiene che sia entrata tra le prime 200. Imprecisione perdonabile. “Da un lato di quel campo non c'era spazio per giocare il dritto o il rovescio – ha raccontato Xochitl Escobedo al New York Times – era un campo da tennis, ma noi lo vivevamo soprattutto come un parco giochi dove potevamo colpire la palla e divertirci”.

Fu l'inizio di una dinastia di atleti, anche perché Xochitl si sarebbe sposata con Eduardo Nava, sprinter che di Olimpiadi ne avrebbe frequentate due: Seul 1988 e Barcellona 1992. Dalla loro unione è nato Emilio, che promette di essere il più forte sportivo di famiglia.

Anche più del cugino Ernesto Escobedo, che un paio d'anni fa è salito al numero 68 ATP ed è un ottimo professionista, anche se oggi arranca un po' Di sicuro ha prospettive maggiori rispetto al fratello maggiore Eduardo, cinque anni più grande di lui, che studia presso la Wake Forest University (sede del torneo ATP di Winston Salem).

La generazione di tennisti è completata da Diego, che invece gioca a Los Angeles. Ma Emilio è un'altra cosa, almeno dai tempi dell'Orange Bowl 2017. In tribuna c'era Ivan Lendl e rimase colpito dal suo tennis aggressivo, moderno, anche se da sgrezzare.

Qualche mese dopo lo ha invitato ad un campus organizzato dalla USTA al nuovo Centro Tecnico di Orlando, quello con 100 campi da tennis. “Quando ti alleni ogni giorno, il tennis diventa uno stile di vita – dice Nava – non fai altro che pensarci.

Magari vorresti rilassarti, ma il pensiero è sempre lì. Però è davvero divertente”. Chissà se lo penserà ancora tra qualche anno. Per diventare un tennista vero, adesso si divide tra gli Stati Uniti e la Spagna.

Frequenta con regolarità l'accademia Equelite di Juan Carlos Ferrero, dove può allenarsi con Pablo Carreno Busta e tanti giovani di prospettiva. Quando invece si trova a casa, a Woodland Hills, gioca dall'altra parte della strada, sul campo che si trova nel retro dell'abitazione del cugino Jaime.

Pur giocando per gli Stati Uniti, le radici messicane di Nava sono evidenti, così come i “vamos” esclamati dopo aver giocato un buon punto. La storia della sua famiglia è chiara, così come la scelta di allenarsi da Ferrero, laddove l'impronta culturale è ben diversa rispetto a quella degli Stati Uniti.

Il trasferimento in Spagna risale alla scorsa estate, subito dopo Wimbledon. “Sin dal primo giorno, mi sono sentito come se fossi a casa. Non ho ancora potuto condividere il campo con Ferrero, ma mi ha già dato qualche consiglio” dice Nava, che a Melbourne aveva fissato l'obiettivo di passare un paio di turni.

“Invece guardate fino a dove sono arrivato... “. Il suo idolo è David Ferrer: lo apprezzava per lo spirito combattivo, e cerca di imitarlo in alcuni aspetti tecnici. In particolare, cerca di prendere spunto nella risposta al servizio.

Resta un'identità da formarsi: dopo l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, il rapporto con il Messico si è più che raffreddato, soprattutto con l'idea trumpiana di costruire un muro per contenere l'immigrazione.

Ernesto Escobedo, suo cugino, si è esposto. Pur essendo fiero di rappresentare gli Stati Uniti, ha detto di sentirsi più “messicano” e orgoglioso di essere cresciuto sui campi pubblici di Carson, con un budget annuo di appena 5.000 dollari.

Quando Trump vinse le elezioni, si trovava ad allenarsi con Roger Federer. “Mi ha chiesto come ha fatto a vincere – raccontò Escobedo – ma io ho già preso una decisione: se dovessi vincere lo Us Open ed essere invitato alla Casa Bianca, non andrei”.

Emilio Nava non si è ancora dovuto pronunciare su questo argomento: se dovesse diventare forte, succederà. Forte come Hyeon Chung, che perse una finale Slam junior contro un italiano.