Sir Andy Murray: finto antipatico, uomo vero


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Sir Andy Murray: finto antipatico, uomo vero

Thomas Watt Hamilton. Andy Murray poteva finire prima ancora di iniziare: la mattina del 16 marzo del 1996 Thomas Watt Hamilton fece irruzione nella palestra della primary school di Dunblane – neanche 10mila anime – con quattro pistole cariche e un paraorecchie. Hamilton uccise 16 bambini, un’insegnante e scaricò in tutto 105 proiettili, l’ultimo dei quali destinato a se stesso.

Se digiti “Dunblane” nel magazzino digitale di Google, il “massacro di Dunblane” è in testa ai risultati, prima ancora della pagina di Wikipedia del piccolo paesino. Nel nostro piccolo mondo, Dunblane è la patria di Andy Murray che, al tempo, aveva 8 anni e frequentava quella primary school così come il fratello Jamie. Se quella mattina Andy si fosse trovato nella traiettoria di uno dei 105 proiettili, non sarebbe diventato ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, cavaliere di Sua Maestà, numero uno del mondo, campione a Wimbledon, oro olimpico e tante altre cose. Soprattutto, il tennis non avrebbe avuto uno dei personaggi più affascinanti della sua storia recente.

Una conferenza stampa sezionata in due tempi ha già regalato – ça va sans dire – la peggior notizia dell’anno. Murray ha detto che no, non ce la fa più. Basta così. L’anca fa troppo male ed è troppo avvilente trascinarsi e accettare di giocare a un livello che non gli appartiene. Quando vivi in una determinata élite o corri per vincere o non corri affatto. Essere uno dei tanti che si affannano nel gruppone non è sopportabile nei piani di chi è solito eccellere.

È buffo constatare come il più giovane del club dei Fab-Four sia anche il primo ad alzare bandiera bianca. Che Murray sia il meno fantastico dei quattro è indubbio, che sia anche il più intelligente, sensibile, brillante lo è altrettanto. Solo chi guarda il mare e ci vede nient’altro che un’enorme massa d’acqua può accusare Murray di essere uno antipatico.

Occorre grattare la superficie – e neanche tanto a dire il vero in questo caso – per rendersi conto del valore della persona che sta dietro il tennista. Quel viso spigoloso, i canini pronunciati, i “c’mon” isterici urlati in faccia agli avversari e la serie infinita di “fuck” riservati al proprio team è solo una piccola parte del quadro. Murray è uno dei pochi a dare in pasto ai giornalisti risposte autentiche e non la solita pappetta pre-confezionata. È uno che ha sempre detto ciò che pensava, senza paura di esporsi – vedi Brexit – ed è stato, tra tutti, il più fiero combattente per i pari diritti tra uomini e donne. Murray ama le donne, tanto che è stato il primo ad assoldarne una come coach. Non solo: si è fatto allenare da Amelie Mauresmo. Donna, gay, madre, e ha sempre difeso la sua scelta.

E ora che siamo agli addii, come si incastra in una pagina la carriera di uno come Andy Murray? Mingherlino com’era è riuscito a trasformare il suo fisico facendone un punto di forza. Cinquanta pezzi di sushi a pasto e tanto lavoro. Nel frattempo, non s’è fatto schiacciare da pressioni e aspettative di una stampa, quella inglese, col vizietto di attendere talmente tanto i propri da divorarli. Murray ha aspettato, ha perso tanto, ha perso un po’ ovunque. Immaginate la sfiga di questo fenomeno: nell’Era di Federer e Nadal, Andy è venuto al mondo sette giorni dopo Djokovic. Mostruoso in risposta, ma un po’ meno del serbo; dotato in un talento magnifico, ma certamente ridotto se paragonato a Federer; veloce come una lepre, ma più lento di Nadal. Il club dei Fab-Four nasce perché è bello dirlo, ma nella cruda realtà gli altri abitano e giocano a un livello superiore di Andy. È pur vero che la storia quando viene immortalata nei libri non usa postille o asterischi e Murray chiuderà la sua carriera con tre Slam in bacheca – tanti quanti Wawrinka, per dire – e ciò non rende pienamente merito al suo valore.

Nell’eterna dicotomia tra scozzese se perde e britannico se vince, Sir Andy ha riportato un brit a vincere il torneo più importante del mondo, che poi è quello di casa, 77 anni dopo l’ultima volta. Ha regalato alla Regina due ori olimpici, la vetta del ranking mondiale, tre Slam in tutto, un semestre di imbattibilità e un’altra quarantina di coppe e coppette. Un bottino clamoroso se ponderato, come detto in precedenza, con l’epoca di fenomeni in cui è stato accantonato.

L’ultimo giorno del 2018 Andy ha postato una foto su Instagram che lo ritraeva bere champagne dalla bottiglia con scritto «Celebrando la fine del 2018. Che anno di merda che è stato!». Qualche giorno dopo si è scattato una foto col trofeo degli Australian Open e ha scritto «Non sarò mai così vicino alla coppa degli Australian Open» con tanto di hashtag #5timeloser per ricordare le cinque sconfitte subite in finale.

I gusti, si sa, sono soggettivi, ma se non amate Sir Andrew Barron Murray da Dunblane, avete un serio problema.