Zverev: bello, antipatico, fortissimo. È il giorno-zero della nuova era


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Zverev: bello, antipatico, fortissimo. È il giorno-zero della nuova era

Dal nostro inviato a Londra

Alto, biondo, occhi azzurri, bello, forte, spocchioso il giusto. Alexander Zverev è il quaterback titolare della high school americana, quello per cui tendenzialmente si fa il tifo contro nei telefilm, quello che insomma ha tutto ed è anche un po’ ingiusto che lo abbia. Verrebbe piuttosto naturale provare antipatia per un tipo così.

Sascha, russo di Germania, figlio di mezza arte e fratello del più bello (sul campo) ma anche più debole Mischa, era un predestinato che ha rispettato gli impegni che madre natura aveva preso per lui e li sta onorando. Sta facendo tutto ciò che ci si aspettava da lui. Nella fiumana scomposta di talenti inespressi, promesse non mantenute e incidenti di percorso, Zverev è il cavallo vincente che ha guardato dritto davanti a sé consultando sul navigatore la strada giusta da seguire indicata in verde e già tracciata dalla carriera professionistica del fratello Mischa.

Come si muovono critiche verso uno che, appena ventunenne, aveva già tre Masters1000 sul caminetto di casa – roba, per dire, vantata solo dai FabFour tra i giocatori in attività -, uno che a vent’anni era già numero 3 del mondo e che quando hanno istituito il baraccone delle Next Gen Finals si era già qualificato per il Master “quellovero”? Eppure, di critiche se ne sono lette. Una su tutte: il rendimento nei tornei dello Slam.

La storia di Zverev nei quattro grandi tornei stride, effettivamente, con ciò che accade durante le altre settimane dell’anno: una sola volta ha raggiunto i quarti di finale, a Parigi quest’anno, e per farlo ha dovuto giocare per tre volte un quinto set, prima di raccattare qualche game contro l’amico Thiem ai quarti. Il trend negativo è stato poi confermato a Wimbledon e New York dove non ha neanche raggiunto gli ottavi. Poco, pochissimo, praticamente nulla se soppesato al suo valore. Del resto, come si spiega un giocatore che vince gli Internazionali nel 2017 e che si porta a casa il 1000 di Madrid l’anno dopo e lo fa senza mai perdere il servizio – record assoluto in un torneo su terra da quando un computer si occupa di raccogliere dati statistici – vederlo arrancare contro i peones sulla stessa superficie?

Per questo, la vittoria londinese può rappresentare una chiave di volta per il tennis tutto e, mentre il torneo scivolava verso il dimenticatoio, ecco che il successo a sorpresa di Sascha ha vestito l’evento di tutt’altro significato. Non ce ne voglia Djokovic, il cui valore e le cui imprese continuano a essere troppo spesso sminuite per non si sa quale motivo, ma la prima vittoria pesante davvero di un nome nuovo – almeno stando all’albo d’oro – vale più della sesta coppa alzata da Nole.

Pure Dimitrov ha vinto lo scorso la tappa di fine stagione, ma è chiaramente un discorso diverso quello che avvolge e coinvolge Zverev. Le Finals non valgono uno Slam, ma non possono neanche essere assimilate alla stregua di un 1000. E poi, vincerlo battendo prima Federer e poi Djokovic e qualcosa che va oltre all’impresa da “hit&run” centrata dal bulgaro un anno fa.

Le Atp Finals 2018, per cui, possono rappresentare il giorno-zero di una nuova era. Il prossimo step, però, deve coinvolgere un Major visto che nelle ultime due stagioni i nomi sono sempre i soliti: tre volte Federer, altre tre Nadal, due Djokovic. Sempre loro, col discorso allargato a quattro includendo Murray – buono a formare i FabFour, ma giusto perché è fico dirlo e perché gli eroi della Marvel erano quattro e non tre, più le tre stilettate di Wawrinka.

Oggi però con Zverev e grazie a lui (ma non solo) qualcosa sta cambiando e, del resto, era un cambiamento inevitabile. Un dato curioso dimostra tale tendenza e strizza l’occhio alla fin troppo pubbliciazzata NextGen: da quando Djokovic è tornato Djokovic, ha perso tre partite e lo ha fatto contro Tsitsipas, Khachanov e Zverev, 63 anni in tre. Qualcosa vorrà dire.

Tornando a Zverev, non immaginarlo futuro numero uno del mondo e plurivincitore di Slam è più o meno un’utopia. Un giorno, magari, diventerà anche simpatico o magari no. Non è certo una dote richiesta per alzare i trofei. A proposito di simpatia, quest’anno durante il media-day a Monte-Carlo - reduce dal divorzio con Ferrero - a chi gli chiese il nome del prossimo coach citando Ivan Lendl, Zverev rispose piccatissimo dicendo di poter già contare sul miglior coach del mondo (ovverosia il papà) perché in grado di formare e forgiare due giocatori professionisti estremamente diversi tra loro come lui e il fratello Mischa, e di non aver bisogno di altro. Ecco, sbagliava.