Federer e Djokovic: una partita per dare un senso alle Finals


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Federer e Djokovic: una partita per dare un senso alle Finals

Federer, Djokovic e poi gli altri sei. Parlando francamente, non ci sono i presupposti per un’edizione da spellarsi le mani delle Atp Finals. Il – prevedibile – forfait di Rafa Nadal ha tolto un bel po’ di pepe, così come aveva avuto lo stesso effetto il saluto anticipato al resto della compagnia di Juan Martin del Potro. Insomma, il solito lazzaretto di fine anno in cui spesso la spunta il più duro e non il più forte. Quest’anno non dovrebbe essere così perché il più forte di tutti è tornato tanto più forte di tutti e l’incidente di percorso in finale a Bercy dove ha regalato gloria perfino a quel manesco di Karen Khachanov non deve illudere.

Tra Novak Djokovic e il sesto titolo di “Maestro” – agguanterebbe il capoclasse Federer – c’è veramente poca distanza. Sorteggiato nel gruppo intitolato a Guga Kuerten (campione del Master di fine anno nel 2000 a Lisbona), Nole - già certo di chiudere l'anno in cima al ranking per la quinta volta - ha giocato complessivamente trenta volte contro Zverev, Cilic e Isner vincendone venticinque, il che già dovrebbe far intravedere le misere chance in mano al resto della ciurma.

Più complessi i competitor di Roger Federer che curiosamente prenderà parte a un gruppo intitolato a Lleyton Hewitt, ovverosia un suo coetaneo, ma vabbè. Gli altri tre compari di round robin lo hanno battuto cinque volte su diciassette. Volendo, si possono rintracciare significati interessanti nelle sfide che riguarderanno il sei volte campione (che però non vince dal remoto 2011). Anzitutto Federer giocherà col veleno in bocca contro Kevin Anderson, che lo ha rimontato violentemente in un quarto di finale maledetto a Wimbledon quest’anno. in secondo luogo Roger avrà l’opportunità di pareggiare i conti in carriera con Dominic Thiem contro cui ha perso due volte su tre, dopodiché si riproporrà il terzo atto in meno di un mese con Kei Nishikori, già bastonato tra Shanghai e Bercy.

Quattro conferme, quattro novità rispetto all’edizione 2017. Piuttosto curioso il fatto che manchino sia il vincitore sia il finalista dello scorso anno. Le ultime due stagioni di Grigor Dimitrov possono rappresentare benissimo il suo manifesto a tappe: speranza, gloria, delusione, sconforto, oblio. Quello che doveva essere il primo (pur tardivo) passo del bulgaro verso una nuova dimensione, ha rappresentato invece un punto di non ritorno, il ballo di un’estate. Non si possono, d’altra parte, fare sermoni contro il povero David Goffin che, col fisico da normodotato che ha, fa quel che può.

Debutteranno, dunque, i giganti Kevin Anderson e John Isner. Qualificazione strameritata per il primo, giusto premio per il secondo. Chiedere spettacolo a due ragazzi squisiti ma tecnicamente limitati è eccessivo. Tornano Djokovic e Nishikori, e non è certo una sorpresa, mentre si confermano oltre a Federer anche Cilic, Thiem e Zverev e, giusto per provare qualcosa di nuovo, sarebbe gradito un exploit del campioncino tedesco che sta prendendo la pessima abitudine di essere grande coi piccoli e piccolo coi grandi.

Tante chiacchiere per ribadire un concetto che deve essere chiaro, tanto qui non si vogliono vendere tappeti ricordando l’indimenticabile Rino Tommasi. La fortuna di queste Finals passa da una partita: Federer contro Djokovic. Sperando ci sia davvero. Sperando sia addirittura la finale. Tutto il resto è noia.