Caso Williams - Sessismo e teatrino: finale surreale in cui vince chi perde


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Caso Williams - Sessismo e teatrino: finale surreale in cui vince chi perde

Nella ricetta per essere grandissimi va spuntata la voce “non saper perdere”. Per loro il disgusto della sconfitta, spesso, supera la libidine della vittoria. Serena Williams appartiene al club di chi è grande al punto che una sua sconfitta adombra la vittoria altrui. Così non dovrebbe essere, ma così è stato: nella surreale finale femminile degli Us Open la furibonda sceneggiata dell’americana ha oscurato la sfavillante vittoria di Naomi Osaka.

L’ingombrante sagoma di Serena mentre punta il dito a Carlos Ramos con la bava alla bocca e l’occhio lucido è per tutti la polaroid della serata dell’Arthur Ashe Stadium. Non Osaka, vent’anni, campionessa degli Us Open con una prestazione sublime alle spalle e un futuro abbagliante davanti a sé. E ciò è tanto inevitabile quanto sbagliato, ingiusto, vigliacco. Fortunatamente il tempo laverà il ricordo del triplo warning, delle sceneggiate, delle fantascientifiche accuse, mentre cristallizzerà per sempre la vittoria della giapponese – la prima, uomini inclusi, in un Major – ma non oggi, non ancora almeno.

Occorre un passo indietro per ripercorrere i fatti. Il “play” va schiacciato a inizio secondo set dopo una frazione dominata da Osaka e terminata per 6-2. In avvio Patrick Mouratoglu fa un evidente segnale alla sua assistita – peraltro ammesso dallo stesso coach nel post-partita -, Ramos se ne accorge e punisce Serena con un warning per coaching. Scelta severa, eccessivamente pignola, ma limpidamente corretta secondo le regole. «Bastava dire di smetterla e avrei smesso» dice Mouratoglu, ma non funziona esattamente così. A tal proposito, va rimarcato che l’avvertimento verbale prima del warning è cosa buona e giusta ma è anche un qualcosa che l’arbitro non è tenuto assolutamente a fare: non sta scritto in nessun regolamento, infatti, che il giudice di sedia debba prima avvertire il giocatore e punirlo solo in seguito col warning in caso di infrazione reiterata. Per cui, il comportamento di Ramos è più che conforme alle regole.

Atto numero due: Serena riesce a sterzare – o almeno così pare – la partita scappando sul 3-1. Un rovescio sepolto a metà rete le costa il controbreak (3-2) con Serena che disintegra la racchetta. Altro warning, stavolta per “racket abuse” e conseguente polemica con Ramos. Dal 3-2 l’americana si fa riprendere e subisce un nuovo break.

Atto finale: sul 4-3 in favore della giapponese – con Osaka che dispone del servizio – Williams perde completamente la testa, piange, urla, minaccia, accusa Ramos di essere un “ladro” e, de facto, un sessista e pretende da lui delle scuse assurde e ovviamente non dovute. Verbal abuse e penalty game, impeccabile da un punto di vista legislativo. Osaka sale sul 5-3 senza giocare e l’Arthur Ashe diventa un catino infernale schierato in toto dalla parte di Serena che tira in ballo questioni più grandi di lei come le battaglie per l’uguaglianza dei sessi, la parità di trattamento e l’essere madre. Si erge a modello di “mamma in carriera” senza comprendere che con tale comportamento sta offendendo quello che dice di rappresentare.

L’epilogo è surreale, le parole post-match peggio addirittura. Osaka vince nel menefreghismo generale, senza prendere nell’immediato i meriti che le spettano, con pubblico, media e Twitter (sic) concentrati su Serena. Con un turno di battuta straordinario Osaka fissa il punteggio sul 6-4 finale, Williams la omaggia nello speech a fine match in un palco che non premia Ramos – come avviene sempre nelle finali Slam – schierandosi, dunque, dalla parte della propria giocatrice errante. Una macchia grave per il torneo.

È il quarto episodio spiacevole che vede Serena Williams coinvolta in qualche modo con chi rappresenta le regole in campo. Curiosamente, tutti hanno avuto nell’Arthur Ashe il loro teatro dal 2004 con Capriati, al 2009 con Clijsters e due anni più tardi nella finale persa contro Stosur. Va da sé che si tratta di tutte partite perse da chi viene universalmente riconosciuta – a ragione, sia chiaro – come la più grande giocatrice di sempre, nonostante il ventiquattresimo titolo che varrebbe l’aggancio a Margareth Court non sia ancora arrivato. Lei, che durante e dopo la finale ha cercato il paragone col tennis maschile cercando un’assurda disparità di trattamento, potrebbe anche aprire gli occhi e rendersi conto che non si è mai vista una leggenda – come lo è lei d’altronde – come Federer, Nadal, Djokovic e Murray comportarsi in modo simile.

Serena ha dato del ladro al giudice di sedia, ha detto che non si sarebbe mai comportato in questo modo se avesse avuto a che fare con giocatori uomini, ha detto di non aver mai barato in vita sua, ha preteso le scuse, ha sbandierato il fatto di essere madre, donna, ci è mancato poco non tirasse in ballo il colore della pelle. Ha messo su un teatrino disgustoso che, anziché essere condannato, ha trovato favori trasversali nel pubblico; una condotta che è stata punita in modo ridicolo con 17mila dollari di multa. Che sono niente rispetto ai secoli di lotte sociali che Serena Williams ha banalizzato col suo comportamento.

Molte giocatrici, ex giocatrici, giornalisti e icone come Billie Jean King si sono schierate dalla parte di Serena e, dunque, contro Ramos, colpevole (al massimo) di essere eccessivamente pignolo. È triste che la migliore di tutte debba reagire in questo modo per cosa poi? Per giustificare una sconfitta?! Difficile da credere. È ancor più triste, tuttavia, parlare ancora oggi della vinta e non della vincitrice.