The Italian Job: bravi, anzi bravissimi e un po' fortunati


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The Italian Job: bravi, anzi bravissimi e un po' fortunati

Italians do it betterlo indossava Madonna in una t-shirt, lo pensano tutti da queste parti. Nel tennis, tuttavia, non siamo soliti farlo molto “better” rispetto agli altri, anche se settimane come quella appena trasmessa agli archivi fanno godere molto, sanno di rivincita e oggi – sbirciando il ranking – dalle vittorie nei tornei piccoli si può anche sognare in grande.

L’Italian job è un paghi uno e prendi due in una domenica di fine luglio: Fabio Fognini a Bastad da una parte, Marco Cecchinato a Umago dall’altra. Due vittorie in un solo giorno. Una roba capitata soltanto altre due volte nell’italtennis al maschile: nel 1977 con Bertolucci e Barazzutti che fanno piazza pulita tra Firenze e Charlotte; e due anni fa grazie ancora a Fognini che trionfa a Umago e Lorenzi che risponde da Kitzbuhel.

Tutto bello, che diventa bellissimo spizzando le classifiche: vincendo a Bastad, Fognini ha rosicchiato un’altra posizione arrampicandosi fino alla quattordicesima piazza con 10 punti a dividerlo dal best ranking – numero 13 – e 1165 dal paradiso della top-ten, con un’estate da giocare con poco o nulla da difendere.

Cecchinato vede il 22 vicino al suo nome nel ranking e, considerando i soli risultati del 2018, è decimo nella Race e la Race dopo otto mesi inizia a essere un termometro fedele e indicativo. Per dire, Ceck ha fatto meglio di gente come Nishikori, Dimitrov, Goffin e Kyrgios, giusto per citare qualche nome. In sostanza, una cosa fuori dal mondo fino a tre mesi fa. Da qui a fine anno, inoltre, il palermitano non ha praticamente nulla da difendere. Qualora Cecchinato dovesse vincere due partite ad Amburgo, entrerebbe in top-20, il che significherebbe avere due rappresentanti tra nell'élite del tennis mondiale come - al momento - solo Argentina, Spagna e Stati Uniti.

Il successo di questo ragazzo ha qualcosa di clamoroso. Dopo la sbornia per l’exploit parigino, era un osservato speciale, e lui ha risposto vincendo il primo torneo utile al rientro – fugace – sull’amata terra battuta. Com’è noto, rivincere nel tennis conta molto più di farlo per la prima volta.

Se per Ceck è tutto buono ciò che viene, occorre approfondire l’analisi per quanto riguarda Fognini, senza guardare solo quanto emerge fuori dall’acqua. E, con questo, non si vuole assolutamente sminuire chi è certamente il migliore italiano degli ultimi 40 anni, anzi, ma limitarsi all’osanna è fin troppo facile e banale. Con Bastad, Fabio ha intascato il settimo titolo in carriera confermando due trend: il primo è sin troppo scontato da intuire e riguarda la terra battuta, superficie su cui Fabio ha vinto tutti i sette trofei sul circuito maggiore; il secondo, probabilmente più interessante, riguarda la disposizione dei tornei vinti da Fognini. Stoccarda, Amburgo, Vina del Mar, Umago, Gstaad, Rio de Janeiro e Bastad. Tutte tappe “fuori stagione, ovverosia disposte in buchi di calendario quando i più forti non giocano per preparare gli appuntamenti importanti. Vina del Mar e Rio si giocano dopo l’Australia e prima del bis Indian Wells-Miami; gli altri appartengono, invece, all’estate terraiola dopo Wimbledon e in attesa dello swing su cemento nordamericano. Sembrerebbe quasi che Fabio arrivi in forma proprio per questi appuntamenti e che attorno a questi voglia costruirsi le proprie fortune, ed è una scelta che sta pagando dividendi. Quindi bravo, anzi bravissimo, ma anche fortunato: trovare nelle sette finali giocatori come Kohlschreiber, Delbonis, Mayer, Martin, Hanfmann, Jarry e Gasquet – sette diversi, cinque dei quali erano alla prima finale Atp (statistica di Raoul Ruberti) – è quasi un lusso.

La fortuna, si dice, aiuta gli audaci. E Marco Cecchinato da Palermo audace lo è eccome. Il primo titolo – quello apripista – Ceck lo ha portato a casa da lucky loser a Budapest affrontando un ranking medio di 66.2 con in finale John Millman, numero 94 del mondo, non esattamente irresistibile. A Umago nelle quattro partite che hanno portato il siciliano ad alzare il trofeo il ranking medio sforava addirittura la centesima posizione (108.25).

Insomma, come detto, non si vogliono deprezzare le vittorie, ma l’intento è quello di vestire tali vittorie di contesto. Detto ciò, il tennis italiano maschile respira nel 2018 un’aria fresca, nuova, ottimista. Nel presente con Fognini – vero e indiscutibile numero uno del movimento – e col nuovo Cecchinato, ma anche con le ultime battute di Seppi più che di Lorenzi, al quale francamente chiedere ancora qualcosa sarebbe pretestuoso. Ci sono, però, anche Fabbiano e Travaglia, i più giovani Sonego e Quinzi e, soprattutto, c’è Matteo Berrettini. Sono tanti e si stanno muovendo tutti nella stessa direzione e i successi di Fognini e Cecchinato stanno giocando un ruolo decisivo molto probabilmente. Una sorta di effetto-traino in cui vincono tutti, chi guida e chi insegue. Godiamocelo!